Richiede un processore e un sistema operativo a 64 bit
Sistema operativo: Windows 10
Processore: AMD FX-4300 (4 * 3800) o equivalente / Intel Core i3-3240 (2 * 3400) o equivalente
Memoria: 8 GB di RAM
Scheda video: Radeon HD 7750 (1024 VRAM) o equivalente / GeForce GT 640 (2048 VRAM) o equivalente
DirectX: Versione 12
Archiviazione: 4 GB di spazio disponibile
Note aggiuntive: Requires DirectX 12 and a DirectX 12 compatible GPU card o Vulkan 1.2.
Inutile girarci intorno: Return To Monkey Island è titolo che abbiamo adorato.
Non è l’ennesimo sequel di una serie dimenticata da tempo. Non è cash-grab commerciale senz’anima da parte di autori ormai rimasti senza idee (vedi Shroud Of The Avatar). Piuttosto va visto come un brillantissimo modo per chiudere un’opera rimasta incompiuta da parte dei suoi creatori originali. Quindi eccoci. Ci siamo. Dopo oltre 30 anni potremo scoprire, grazie ad un codice review graziosamente fornito da Devolver, quale sia il realmente il Segreto dell’isola delle scimmie: siete pronti a tuffarvi nella nostalgia insieme a noi?
Attenzione: nononstante la recensione che state per leggere è stata scritta cercando di evitare spoiler rilevanti, sia nel testo che nelle immagini, qualche piccola informazione sul gioco e sulla storia possono comunque trapelare.
Un po’ di storia…
Durante l’era 8-bit nacque il logico successore delle avventure testuali, un genere che accolse un lunghissimo filone di titoli: le avventure grafiche. Via via che il genere evolveva arrivarono le prime avventure targate Lucasfilm, che sfruttarono un portentoso engine denominato SCUMM. Tra gli innumerevoli titoli di spicco sicuramente The Secret Of Monkey Island fu uno tra i più interessanti e riusciti: oltre ad essere il primo a proporre un tema piratesco-demenziale, sfoggiò anche una grafica strepitosa, una storia spassosissima, oltre che una pletora di personaggi assolutamente memorabili.
Nonostante un inizio in pompa magna, la serie di Monkey Island ebbe tuttavia un epilogo sfortunato: dopo i primi due titoli ideati da Ron Gilbert, di grande spessore, ne seguirono altri, privi della sua preziosa partecipazione. Questi riuscirono ad evolvere la serie seguendo le tendenze del momento, vertendo su grafica più elaborata ed un doppiaggio professionale – in The Curse Of Monkey Island finalmente riuscimmo per la prima volta a sentire la voce del protagonista, Guybrush Threepwood, doppiato da Dominic Armato. Il vero colpo di grazia però avvenne dopo il 2012 quando la Disney acquisì tutti i diritti delle proprietà LucasArts, tra cui, ovviamente, Monkey Island; poco dopo dichiararono tragicamente chiuso il reparto dedicato allo sviluppo di videogames – sembrò la fine.
In seguito a questa notizia Ron Gilbert tentò di smuovere il colosso per acquisire le proprietà di Monkey Island e Maniac Mansion, tramite uno storico Tweet al cui seguì una spontanea petizione della community, ma Disney non sembrò mai interessata a disfarsi delle sue IP. Forse anche per questo motivo quando lo scorso aprile Gilbert annunciò dal nulla che stava ultimando lo sviluppo di un nuovo entusiasmante capitolo della serie, tutti crederono che si trattasse di un elaborato pesce d’aprile, ma non era così evidentemente! La cosa importante è che dopo tanti anni di silenzio e peripezie legali abbiamo potuto recensire il sesto capitolo ufficiale della saga, con il ritorno alle redini di Ron Gilbert, Dave Grossman ed una collaborazione con Devolver Digital e la Disney stessa.
Mi chiamo Guybrush Threepwood, preparati a morire!
La prima cosa che ad aprile è saltata agli occhi di tutti è stata ovviamente la veste grafica inedita, che sin dai primi momenti ha lasciato la fan-base piuttosto divisa. Volendo essere onesti, inizialmente anche noi rimanemmo piuttosto perplessi, ma ora sarebbe difficile immaginarlo con uno stile differente. Qualcuno potrebbe contestare che una pixel-graphic sarebbe stata più adeguata, come nel recente Thimbleweed Park, sempre di Gilbert. Va però considerato che quest’ultimo titolo nacque come una campagna kickstarter con la promessa di una sorta di reboot delle storiche avventure grafiche punta-e-clicca. Lo stile insomma faceva parte della natura stessa del progetto e serviva a catturare l’attenzione di potenziali acquirenti nostalgici – fu praticamente una scelta obbligata! In questo caso invece c’era libertà e, come ha sottolineato lo stesso Gilbert, la saga negli anni è passata da tanti stili differenti – non ne ha mai posseduto uno che la definisce. Alla fine è stato optato con audacia per una veste grafica tutta nuova, moderna, spigolosa, a tratti evocante dipinti cubisti, che dona a tutto il gioco una personalità unica. Gli scenari, tutti disegnati a mano con questo tratto particolarissimo, trasudano nostalgia e non si fatica a dimenticare eventuali comparazioni con le vecchie glorie del passato. Si impara presto ad adorare la revisione conseguente del look dei vari personaggi, che riescono comunque ad offrire un’espressività inaspettata in una trama con tanti colpi di scena e l’umorismo meraviglioso che ha da sempre contraddistinto la serie.
Dove eravamo rimasti…?
Nello scrivere il nuovo capitolo della serie, gli ideatori hanno deciso di ignorare completamente l’esistenza di ogni gioco seguito dopo Le Chuck’s Revenge, il secondo capitolo. La storia riprende perciò quasi direttamente dall’ambiguo finale di quest’ultimo, che fino ad oggi era rimasto assolutamente criptico e aveva lasciato molti giocatori sbigottiti.
I primi enigmi si risolvono prendendo le redini del piccolo Boybrush e del suo amico Chuckie, mentre giocano spensieratamente in un parco, combinando qualche marachella agli sventurati personaggi presenti. Parlare oltremodo della trama rischierebbe di generare inevitabilmente spoiler, limitiamoci a dire quindi che tutto viene narrato dallo stesso Guybrush sotto forma di storia raccontata al suo piccolo discendente che è in cerca, esattamente come noi giocatori, di una risposta alla grande domanda: quale è il vero segreto di Monkey Island? La storia ci porterà attraverso numerose isole in una corsa contro il tempo per raggiungere il Segreto, ovviamente contro la nemesi di Guybrush, il terribile capitano pirata fantasma LeChuck e la sua sgangherata ciurma di esseri dell’oltretomba.
Io sono la gomma, tu la colla!
Il gameplay si è decisamente evoluto rispetto ai predecessori SCUMM, dove si aveva a disposizione una pletora di comandi verbali nella parte inferiore dello schermo che andavano associati ad oggetti e persone. L’interazione qui si limita all’evidenziare con il puntatore un elemento interattivo e premere uno dei due tasti azione disponibili (del mouse, o del gamepad). Ogni oggetto ha almeno sempre una azione disponibile, che di norma rappresenta il vecchio comando “esamina”, mentre il secondo, quando è disponibile, solitamente consente di raccogliere l’oggetto o di interagirci fisicamente. Ad ogni interazione vengono scatenati automaticamente dialoghi, eventuali NPC presenti, piccole gag o eventi di ogni tipo; dobbiamo dire che tutto funziona incredibilmente bene, il sistema di controllo è assolutamente perfetto, rapido, preciso e non fa sentire la mancanza del vecchio metodo di gioco, anzi.
Nonostante queste differenze, che possono apparire sostanziali, in realtà il gioco è rimasto proprio lo stesso e ci si sente subito a casa. La sensazione di familiarità che trasuda mentre ci si trova ad esplorare Mêlée Island nelle fasi iniziali di gioco è incredibile e per un fan del primo titolo, è davvero impagabile.
Una volta avevo un cane più intelligente di te…
I miglioramenti non si fermano qui. Innanzitutto il buon Guybrush tiene traccia delle cose da fare un in comodo taccuino riposto nell’inventario, che si auto-aggiorna man mano che la storia progredisce. E’ stato introdotto un libro degli aiuti, che consente, di fatto, di trovare una soluzione a tutti gli enigmi presenti nel gioco. Prima di gridare allo scandalo, considerate un fattore importante: oggi è quasi normale trovare un walkthrough completo di qualsiasi gioco, enigma, puzzle, speedrun, letteralmente minuti dopo l’uscita ufficiale. Di fatto è una corsa contro il tempo di ogni sito, blog o influencer del pianeta: perché prima si pubblica il contenuto, più si guadagna con le nefaste pubblicità e click che ne conseguono. Considerato questo, la scelta dei designer è semplicemente perfetta: invece di dover cercare su Google le risposte, con il rischio di ottenere troppe informazioni, per non parlare di devastanti spoiler, il libretto di Guybrush ci consente di ricevere degli aiuti limitati, progressivi, senza spoiler. Detto questo, precisiamo anche che gli enigmi in Return To Monkey Island non sono mai troppo complicati da risolvere, come è accaduto talvolta in passato. Chi ha giocato i precedenti titoli ricorderà benissimo alcune soluzioni semplicemente assurde e difficili anche solo da immaginare, che necessitavano di una grande fortuna per essere trovate (o una fantasia al limite della follia). Non stiamo dicendo che sia troppo facile, anzi, si tratta di un’avventura a nostro avviso ben bilanciata e, nonostante alcune tipologie di puzzle si ripetano un paio di volte durante la lunga avventura, c’è davvero tanta varietà. E’ giusto menzionare anche le carte “Trivia” – sono 100 carte da cercare in ogni dove ed ognuna propone una domanda specifica a risposta multipla sui vecchi titoli, lo sviluppo, gli autori – i temi trattati sono davvero moltissimi. Se si sbaglia a rispondere, la carta viene persa e va conseguentemente ritrovata, ma attenzione: non è comunque possibile trovarle tutte in un singola “run” completa, quindi se si desidera ultimare il set, occorre rigiocare la storia più volte!
Comparto tecnico.
Return to Monkey Island è un titolo che tecnicamente lascia molto poco a desiderare. Lo stile grafico è particolare, va un po’ vissuto per essere apprezzato, ma dopo qualche minuto ci si abitua e si inizia a percepire la grande ispirazione che vi si nasconde. Le animazioni dei personaggi od oggetti non sfociano quasi mai nell’effetto “marionetta”, anzi, si scopre presto che i protagonisti di questa divertentissima storia ostentano un’inaspettata espressività che li rende vivi, ricchi di sfaccettature. Il comparto audio è semplicemente fenomenale, specialmente grazie al ritorno degli autori originali dei primi titoli che realizzarono molti brani musicali iconici nella storia dei videogames. Stiamo parlando di Michael Land, Peter McConnell, e Clint Bajakian che tornano ad intrecciare magistralmente note sul pentagramma, dimostrando una grande padronanza degli strumenti musicali utilizzati. Il risultato è una colonna sonora solida, un portentoso upgrade dell’originale che coagula i temi cari ai fan con pezzi tutti nuovi. Completa il tutto un doppiaggio di prim’ordine con in testa Dominic Armato, la storica voce di Guybrush, che presta ancora una volta il suo incredibile talento riuscendo a donare sarcasmo e sensibilità in ogni bizzarra situazione proposta. Non è presente un doppiaggio in italiano, ma anche per i non-anglofoni sarà impossibile non apprezzare la qualità del lavoro svolto da tutti i doppiatori. L’intero gioco è sottotitolato in un italiano assolutamente decente, sebbene molti giochi di parole vadano inevitabilmente persi nelle traduzioni. Va aggiunto infine che non ci siamo mai imbattuti in errori, bug o sbavature durante tutta l’avventura – è semplicemente perfetta così com’è.
Concludendo…
Return To Monkey Island è un solenne consolidamento di una serie che, a suo modo, rimane ancora unica e impareggiabile. Il lavoro svolto dal team di sviluppo per rinfrescare il gameplay di 30 anni fa funziona alla grande, riuscendo comunque a mantenere una connessione fortissima con i titoli passati. Si tratta di un prodotto ideato da persone mosse da una profonda ispirazione e una venerazione per la storia, le trame, i personaggi. Può darsi che le 10 ore circa necessarie a completare la trama possano sembrare poche, ma non è difficile conservare la voglia di rigiocarlo più volte, anche solo per scovare le numerosissime carte Trivia o per quella minuscola, preziosa gag, che è stata mancata nella run precedente…
Il Nostro Verdetto
Return To Monkey Island
OTTIMO
Voto: 90 su 100 — OTTIMO
+
Pro
Comparto grafico inedito, ispiratissimo, che si impara subito ad apprezzare.
Una colonna sonora perfetta, che ringiovanisce l’originale donandogli nuova linfa vitale, e un doppiaggio degno dei migliori film di animazione.
Meccaniche di gioco moderne che riescono a rimanere incredibilmente fedeli ai titoli originali.
Una storia a tratti demenziale, a tratti commovente, che lascia spazio all’interpretazione e perché no, qualche riflessione sulla vita reale.
Tantissime cose da fare e scoprire, che ne aumentano la longevità anche dopo averlo completato.
−
Contro
Praticamente obbligatorio giocare i primi due capitoli della serie, pena l’estraneità ai numerosi riferimenti di cui è costellata l’avventura.
✎
Conclusioni
Return To Monkey Island è un titolo che si presenta come un eccelso erede dei classici originali. Il gameplay modernizzato lo rende appetibile davvero per chiunque: sia per coloro che hanno amato i vecchi titoli, sia per chiunque voglia cimentarsi in un’avventura spensierata, umoristica, ma mai banale. Attenzione però: non osate giocarci senza aver prima completato The Secret Of Monkey Island e LeChuck’s Revenge!