Il mio primo parere su We Happy Few non fu di certo tra i più entusiastici. L’opera dei Compulsion Games, presentata in pompa magna sul palco dell’E3 2016, approdò su Steam in quella stessa estate con la ormai collaudata formula ad Accesso Anticipato. Il nostro primo approccio con il titolo non fu dei migliori: svariati problemi tecnici e di level design vennero evidenziati nel nostro articolo, con la promessa di affrontare in maniera più approfondita tutti gli aspetti di gioco una volta arrivata la tanto attesa data di uscita. Ebbene, We Happy Few è finalmente tra noi, già da un bel po’ a dire il vero (il titolo è stato ufficialmente rilasciato il 10 agosto), e noi – sul finire dell’estate – lo abbiamo provato a lungo, sperimentando e “vivendo” le tre campagne offerte dai ragazzi di Compulsion Games.

Il titolo, così promettente in fase di presentazione, sarà riuscito – finalmente – a fare breccia nei nostri cuori?

Scopriamolo assieme nella recensione di We Happy Few

Truth is the enemy of happiness

We Happy Few ci porta a Wellington Wells, in quello che può essere tranquillamente definito un futuro/passato distopico. Pizzicando informazioni a destra e a manca, nelle prime ore di gioco, scopriremo infatti di trovarci in un luogo fittizio della Gran Bretagna intorno agli anni ‘60. Il secondo conflitto mondiale ha visto infatti le forze dell’Asse uscire vincitrici e ciò ha permesso al giogo nazista di attanagliare anche i territori inglesi. Mentre gli abitanti più giovani vengono “deportati” verso la Germania, i cittadini rimasti a Wellington Wells vengono tenuti sotto costante controllo da un farmaco chiamato “Joy” (o Gioia nella versione italiana del gioco) che spinge, appunto, gli abitanti ad abbandonare i propri problemi o ricordi del passato per vivere la vita in assoluta spensieratezza diventando, però, estremamente manipolabili e “soggiogabili” dal nuovo governo. Ed in tutta questa ambientazione, dal sapore incredibilmente “Orwelliano”, assumeremo il controllo – almeno inizialmente – di Arthur Hastings, addetto alla censura di Wellington Wells. Arthur, in carenza di Joy e a contatto con un articolo da censurare, rivivrà un ricordo del suo passato, sepolto fino ad allora per colpa delle pillole. Il ricordo lo spingerà a ribellarsi al nuovo sistema, diventando un downer (o “musone” – così vengono definite le persone che non assumono Joy) e provando a fuggire dalla cittadina alla disperata ricerca del fratello perduto anni addietro…

La storia di Arthur (di fatto la principale e la più longeva tra le tre), così come quella degli altri due protagonisti – Sally e Ollie (che peraltro incontreremo come personaggi secondari durante l’avventura di Arthur) – verrà intervallata da cut scene e flashback durante lo svolgimento di tutta la campagna di gioco che, lentamente, sveleranno i misteri del nostro passato oltre che gli eventi che hanno portato alla creazione di Wellington Wells. We Happy Few, sul fronte narrativo, riesce davvero a fare centro: ogni personaggio, ogni filmato e ogni piccolo dettaglio sul mondo di gioco vengono svelati intelligentemente, costringendo – di fatto – il giocatore a rimanere incollato alla sedia per ore, per conoscere appieno ogni trama e sotto trama proposta. Le tre avventure offerte da We Happy Few potranno portarvi via una ventina di ore di gioco, circa, che tenderanno ad aumentare nel caso voleste imbattervi nel completamento di tutte le missioni secondarie, oltre che nell’esplorazione minuziosa di ogni anfratto del mondo di gioco.

Sopravvivere nelle strade di Wellington Wells

We Happy Few è un’avventura 3D in prima persona, che cerca di mixare molte meccaniche tradizionali tipiche dei giochi di ruolo rogue-like con quelle di altri titoli survival, a cui molto spesso ci siamo abituati in anni ed anni di Early Access su Steam. Per la maggior parte della nostra avventura ci troveremo ad esplorare la mappa (generata proceduralmente) alla ricerca di materiali, utili a creare armi ed altri oggetti di primaria utilità come prodotti chimici, abiti, maschere antigas, torce elettriche, strumenti di cui avremo primaria necessità per proseguire nelle ostili strade di Wellington Wells. Tutti gli oggetti che troveremo nel gioco verranno infatti organizzati in un comodo inventario – categorizzato – che ci darà anche modo di tenere sott’occhio il peso massimo trasportabile. Sì, perchè come prima accennato il titolo dei Compulsion Games presenta meccaniche survival piuttosto accentuate, costringendoci non solo a considerare il peso trasportabile ma anche a nutrire e idratare costantemente il nostro protagonista, oltre che di riposare negli appositi giacigli sparsi sulla mappa. Mangiare, bere e dormire non sono compiti obbligatori, ma ci permetteranno di mantenere il nostro personaggio ancora più efficiente, riscontrandone i benefici nei combattimenti e nella maggior resistenza durante la corsa. Con l’introduzione del Joy, nelle fasi più avanzate di gioco, un’ulteriore barra sarà sempre da tenere sott’occhio, in modo da non sforare con l’assunzione giornaliera e cercare, inoltre, di non provocare le ire dei cittadini dei quartieri benestanti.

Tramite il già citato menu di gioco troveremo altre informazioni di primaria utilità, come la mappa, il quest log delle missioni (selezionabili e “trackabili” sulla mappa – in maniera molto simile a quanto visto in titolo come Fallout o The Elder Scrolls) e l’albero delle abilità, dove potremo spendere punti acquistando perk relativi a stealth, crafting, carisma e combattimento. Oltre alle informazioni dettagliate presenti nei menu, icone dinamiche nell’HUD ci consentono di monitorare le nostre condizioni in tempo reale: quando corriamo e combattiamo, ad esempio, una barra bianca relativa alla stamina misurerà la nostra resistenza che si consuma nel tempo.

Sebbene ambientazione e design possano lasciarci presagire una certa somiglianza con la serie Bioshock, We Happy Few è tuttavia un titolo diversissimo dai due capolavori di Irrational Games. La fatica dei Compulsion Games non si può di certo definire uno sparattutto classico anche se, ad onor del vero, i combattimenti corpo a corpo ci sono e, sebbene parecchio problematici e poco rifiniti, ci daranno modo di sfruttare un buon arsenale di armi da mischia contro i nostri nemici (dalle mazze da cricket ai tubi di piombo, la scelta ci ha soddisfatti – sarà inoltre possibile craftare nuove armi in appositi banchi da lavoro). Tuttavia, nelle strade di Wellington Wells, venire alle mani non è mai la decisione più saggia e a questo pro il team di sviluppo ha cercato di venire in soccorso proponendo delle meccaniche stealth che, seppur efficaci, risultano di una banalità disarmante.

Sebbene sulla carta le meccaniche di gioco mettono in mostra una varietà di tutto rispetto, quasi tutta la struttura sembra “sgretolarsi” quando le diverse problematiche di We Happy Few arriveranno – inevitabilmente – a palesarsi davanti a noi. In primis, una intelligenza artificiale dei nemici a dir poco deficitaria che rende incomprensibile ogni singolo comportamento di nemici e NPC, rendendo quindi anche le meccaniche stealth proposte estremamente banali e semplicistiche. In secondo luogo, la generazione procedurale della mappa non riesce a dare il giusto peso alla interessante ambientazione di gioco, costruendo aree estremamente simili una all’altra oltre che mal “strutturate” sul fronte del level design. Un titolo così fortemente narrativo, a nostro parere, avrebbe maggiormente giovato di una costruzione classica del mondo di gioco che avrebbe sicuramente dato più peso alle scelte stilistiche del team.

Unreal Engine dammi la forza!

Sul fronte puramente tecnico, We Happy Few non sembra aver compiuto particolari passi avanti dalla versione da noi provata circa due anni fa. La pesantezza e la mancata ottimizzazione dell’Unreal Engine 4 si sente parecchio, soprattutto quando ci capiterà di spostarci in aree di gioco più ampie dove – appunto – il contatore degli fps calerà drasticamente. Il character design, tuttavia, si conferma pienamente riuscito anche se abbiamo evidenziato una eccessiva ripetitività nei modelli poligonali dei personaggi non giocanti (i poliziotti, ad esempio, sono tutti basati sullo stesso modello). Sul fronte dettagli, invece, la situazione peggiora drasticamente quando vengono evidenziati i diversi limiti tecnici della produzione, con texture scarsamente definite e problemi di compenetrazione poligonale.

Di tutt’altra caratura, invece, il comparto sonoro che mette in evidenza un ottimo doppiaggio – in lingua inglese – ed una scelta musicale di tutto rispetto, perfettamente in linea con i toni proposti dal titolo.

P.S. A differenza della versione ad accesso anticipato, We Happy Few è stato lanciato con il pieno supporto alla lingua italiana. Purtroppo, l’introduzione scellerata di sottotitoli a comparsa a dir poco invasivi (che molto spesso si intersecano tra loro) e la mancanza di traduzione di parecchie linee di dialogo non ci ha permesso di apprezzare appieno il lavoro di localizzazione.

Concludendo…

Mettetevi l’anima in pace: We Happy Few non è Bioshock e non vi si avvicina neanche lontanamente.

Il titolo targato Compulsion Games è sì un titolo grezzo, brutto e attanagliato da diversi problemi strutturali ma sicuramente un prodotto affascinante, in grado di immergere il giocatore appieno in un’ambientazione distopica e – a tratti – anche angosciante, supportato da una narrativa di spessore in grado di tenervi incollati allo schermo fino alla fine.

A fronte di aggiornamenti correttivi e, magari, di un drastico calo di prezzo, We Happy Few potrebbe essere davvero un gioco da aggiungere alla vostra libreria Steam.

CI PIACE
  • Narrativamente unico
  • L’ambientazione ha indubbiamente il suo fascino
  • La progressione funziona piuttosto bene
NON CI PIACE
  • IA atroce
  • Svariati bug e problemi tecnici
  • Level design altalenante
  • Le meccaniche di combattimento/stealth potevano essere più approfondite
Conclusioni

We Happy Few è un titolo molto particolare. Se dal punto di vista puramente ludico ci ritroviamo davanti ad un’esperienza attanagliata da problemi tecnici e “strutturali”, da quello narrativo non possiamo fare a meno di complimentarci con i ragazzi di Compulsion Games per aver creato un mondo di gioco opprimente, assurdo ma anche così dannatamente credibile, in grado di tenerci incollati allo schermo alla disperata ricerca di risposte.

7Cyberludus.com
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Nerd purosangue classe 1992, si avvicina al mondo dei videogiochi grazie al SEGA Master System di sua madre. Destreggiandosi tra Alex Kidd e Sonic the Hedgehog, comincia a farsi una importante cultura videoludica a base di platform e beat ‘em up. Fedele seguace della “master race”, consuma giochi di ruolo dalla mattina alla sera, anche se la sua saga preferita rimane Grand Theft Auto degli inarrivabili Rockstar Games, che fin dal primo capitolo lo ha aiutato a diventare la brutta persona che imparerete a conoscere.

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