Fable – Ritorno ad Oakvale – Speciale

Un tuffo nel nostro passato fiabesco

Peter Molyneux è sempre stato un tipo stravagante; ricordo quando andai a Colonia per partecipare alla GamesCom del 2010 e fui invitato ad assistere alla presentazione a porte chiuse di Fable III… Ritrovarmi così, all’improvviso, faccia a faccia con sir Molyneux, fu per me un’emozione unica. Mi sento di poter tranquillamente affermare che il buon vecchio Peter è stato ed è tuttora un personaggio “scomodo”, la cui fama precede di gran lunga le sue opere, a volte in modo esagerato. Non so se con il mai realizzato Project Natal (qualcuno ancora lo ricorda?) avesse voluto prendere in giro noi giocatori, Microsoft o addirittura se stesso, fatto sta che da allora ha preferito concentrarsi più seriamente (e forse più liberamente) sui suoi progetti, abbandonando pian piano le vesti di egregio oratore.

https://www.youtube.com/watch?v=yDvHlwNvXaM

Ora, tornando a Fable, la domanda che mi pongo è: “Rivedremo un giorno un nuovo Fable?”. Dopo la cancellazione inaspettata di Fable Legends ho come avuto l’impressione che Microsoft abbia deciso di abbandonare definitivamente un fardello che, dopo l’uscita di Molyneux dai Lionhead Studios, era diventato troppo pesante da gestire. Sarebbe dovuto essere il primo Fable senza il suo ideatore e, in effetti, le premesse affinché ci fosse tutto meno che l’essenza originale c’erano tutte. Tuttavia, la gente prima cosa comprava, Fable o “il nuovo gioco di Molyneux”? Per quella che è la mia esperienza, Fable è stata una serie credo piuttosto sopravvalutata, come quando vedete un quadro o un film che non vi piace, ma poi, scopertone l’autore, diventa improvvisamente bello e geniale. Se Molyneux fosse rimasto e Legends si fosse rivelato un colossale flop, saremmo stati comunque tutti più buoni, avremmo trovato il buono dove non c’era e difeso l’indifendibile, avremmo dato la colpa a Microsoft per aver obbligato un artista geniale a non poter agire più di testa propria. E visto come (non) è andata a finire, probabilmente sono stati furbi entrambi, sia Peter che Microsoft, ad abbandonare anzitempo le rispettive navi.

Ritorno ad Oakvale

Fable, all’epoca, doveva diventare la nuova pietra miliare del genere GDR, stando alle originali intenzioni di Molyneux. Effettivamente c’è, o c’è stato, qualcosa di magico in Fable, se rapportato ai tempi in cui è uscito (parliamo dell’ormai lontano 2004). Insomma, del primo capitolo ho bei ricordi: ambientazioni e atmosfere sognanti, colonna sonora di un certo spessore e, soprattutto, scelte morali che influenzavano non solo l’aspetto, ma anche fama e relazioni sociali. Eppure mi rendo conto che non tutto fosse così perfetto, anzi. E questa impressione è riemersa ancora più forte proprio quando, lo scorso mese, ho deciso di rigiocarci sfruttando i saldi Steam per recuperare Fable: Anniversary. E sinceramente me ne sono pentito…

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E non me ne sono pentito per i 4€ e poco più che ho speso per recuperarlo, ma perché una volta avviato mi sono reso conto di quanto il mio caro Fable sia letteralmente invecchiato, di quanto appartenga a ben altri tempi, di quanto io sia invecchiato. Mi sono reso conto di quanto sia difficile, adesso, consigliare un gioco come Fable ad un ragazzino di 14 anni, gli stessi che avevo io quando comprai il gioco al day-one. Oggi, se un tipico adolescente del 2016 amante dei GDR occidentali si mettesse a giocare per la prima volta a Fable, probabilmente si farebbe una grassa risata e tornerebbe a Skyrim. Eppure sbaglierebbe perché si fermerebbe solo alla superficie, ma come dargli torto. A rigiocarci, mi sono “sorpreso” nel notare quanto l’inizio del gioco, in quel di Oakvale, fosse in realtà così infantile, tanto quanto i dialoghi. Eppure all’epoca non lo notavo, anzi, certi aspetti passavano in secondo piano; era una novità assoluta per me giocare ad un titolo che sapevo mi avrebbe sorpreso, che non avrebbe potuto deludermi dopo tutto l’hype che l’aveva preceduto. Nel 2004 Molyneux era già di per sé sinonimo di “hype”, era sinonimo di certezze (che prima o poi, col passare delle ore, sarebbero dovute per forza venire a galla). A 14 anni, vedere come fin dall’inizio le scelte che facevo durante un banalissimo dialogo potevano influenzare le sorti dei personaggi che mi circondavano, era per me motivo di curiosità.

Un passato (quasi) magico

È qui che stava la magia di Fable: il gioco accompagnava il giocatore fin dai primi anni di vita del protagonista, immerso in paesaggi fiabeschi e circondato da personaggi impacciati e situazioni grottesche. Il giocatore maturava assieme al suo eroe, fino a raggiungere momenti maturi e dalle tinte più cupe. Il primo merito che attribuisco a Molyneux è che, se penso alla categoria dei GDR fantasy occidentali, la mia mente va dritta alla Gilda degli Eroi. Il fulcro di Fable stava lì: da un’enorme mappa che ripercorreva tutta Albion, si potevano selezionare missioni primarie e secondarie. In particolare, quelle primarie potevamo decidere se affrontarle in modalità “buona” o “cattiva”. Pertanto, i nostri comportamenti influivano anche sul modo con cui gli abitanti di Albion percepivano la nostra presenza. E che dire, poi, del mutamento estetico del nostro eroe? Vederlo assumere pian piano forme angeliche o demoniache, arricchiva l’esperienza di gioco con una semplicità tanto “fiabesca” quanto efficace. Essere acclamati dalla gente, che intonava a gran voce il nostro soprannome (chi ricorda l’iniziale “sciupafemmine”?) riusciva a strappare qualche sorriso. In Fable c’era tutto: infanzia, adolescenza, maturità, primi amori, politica, intrighi di gilda… Molyneux ci regalò un titolo con cui potevamo provare ad essere noi stessi o sperimentare scelte non allineate alla nostra reale personalità, in un mondo pulsante di vita ed estremamente variegato. La possibilità di interagire liberamente con tutti i personaggi, sfruttando la moltitudine di espressioni “sociali” (la maggior parte davvero bizzarre) che man mano sbloccavamo, rappresentava un elemento chiave per instillare fiducia o terrore negli abitanti di Albion, a seconda delle nostre inclinazioni.

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Il peso della concorrenza

Ad oggi, però, funzionerebbe ancora tutto questo? Davvero Molyneux sfruttò tutto il suo genio per la realizzazione di Fable? Scavando un po’ più a fondo, mi accorgo di alcune pecche… Nel 2004 c’era davvero ben poco, Fable in effetti fu una novità, soprattutto nel mondo delle console… nel senso, capolavori come Jade Empire, che di scelte morali se ne intendeva eccome, sarebbero usciti di lì a poco, per non parlare di Mass Effect, uscito comunque nel 2007, ma che stravolse completamente il concetto di interazioni sociali. Allora mi chiedo: Fable è davvero una pietra miliare nel suo genere o è stata più una meteora? Tra l’altro, avendo giocato sia i vari Fable che i Mass Effect nel loro ordine di uscita, come poteva pretendere Molyneux che i miei sentimenti di stupore potessero restare invariati sia con Fable II che con Fable III, usciti rispettivamente nel 2008 e nel 2010? E per quanto Molyneux si sforzò di renderli più maturi, ormai era troppo tardi, il “danno” era bello che compiuto. Sembra un po’ come quando vediamo oggi l’attore che interpretò Harry Potter in un film horror. Può apparire, come dire, un po’ fuori posto, come se non riuscisse a convincerci appieno…

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Di conseguenza, abituatomi ben presto a ben altri “standard”, mi accorgo solo adesso di quanto fosse stato più semplice di quello che credevo notare i difetti di Fable II, proprio sul fronte del gameplay, sistema di combattimento e interazioni sociali in primis (praticamente gli elementi chiave di Fable). Anche se per quest’ultime, più che di difetti potremmo parlare di lacune vere e proprie, quasi di un vero e proprio bluff oserei dire. L’elemento negativo che più di tutti è emerso nei capitoli successivi è stata per me la ripetitività delle interazioni, l’assenza di sfumature. In un certo senso, è mancata quella personalità che aveva contraddistinto il titolo originale; l’effetto sorpresa e la curiosità, improvvisamente, da Fable II in poi sono svaniti. E per ben due volte, comunque, Molyneux fu bravo a gonfiare le aspettative. Ricordo che durante quella presentazione a porte chiuse di Fable III, riuscì ad incantarci, col suo modo elegante e fortemente british, nel spiegarci quelle che sarebbero state delle “eccezionali non novità”. Eppure era lui, era Fable e tutti lo avremmo ricomprato. Eppure, arrivati nel 2016, per me di Fable ce n’è solo uno e direi che Molyneux, in origine, ci ha provato veramente a sfornare una pietra miliare: il suo Project Ego, divenuto poi appunto Fable, ricordo doveva essere, stando alle sue interviste, un titolo rivoluzionario, in cui le scelte morali del protagonista avrebbero influenzato pesantemente la trama, il mondo circostante e, poco ci mancava, persino l’Universo. È triste e strano per me riferirmi a Fable in questi termini, eppure rigiocandolo è questo il dubbio che emerge: è stato davvero così rivoluzionario? Ho difficoltà a trovare una risposta…

 

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In realtà penso che Fable sia semplicemente una creatura figlia dei suoi tempi; sarà pure invecchiato male, ma negli anni siamo stati anche noi ad essere risucchiati da un mondo via via più “adulto” e cruento. Il secondo merito che attribuisco a Molyneux è proprio questo, ovvero che alla fine dei conti non volle (o magari è stata fortuna) prendersi troppo sul serio: provate a rigiocarci adesso a Fable, il gioco non mancherà comunque dal farvi divertire e riassaporare quelle atmosfere uniche e spesso bizzarre che lo hanno caratterizzato, rimaste ferme nel tempo. Un modo per ricordarci come eravamo in passato…

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Domenico Rodà
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