Sistema operativo: Windows 7×64, Windows 8×64, Windows 10×64 (64-bit OS Required)
Processore: Intel Core i5-4460 (3.40 GHz) o superiore; Quad-core o superiore
Memoria: 4 GB di RAM
Scheda video: NVIDIA GeForce GTX 650 (2GB) o superiore (DirectX 11 card Required)
DirectX: Versione 11
Archiviazione: 28 GB di spazio disponibile
Scheda audio: DirectX 9.0c compatible sound card
Consigliati
Sistema operativo: Windows 7×64, Windows 8×64, Windows 10×64 (64-bit OS Required)
Processore: Intel Core i7-4790 (3.60GHz) o superiore; Quad-core o superiore
Memoria: 8 GB di RAM
Scheda video: NVIDIA GeForce GTX 760 (DirectX 11 graphic card required)
DirectX: Versione 11
Archiviazione: 28 GB di spazio disponibile
Scheda audio: DirectX 9.0c compatible sound card (Surround Sound 5.1)
Il 23 agosto del 1927, poco dopo lo scoccare della mezzanotte, Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due emigrati italiani, trovano la morte per mano della “Giustizia”, (in)opportunamente mediata dal sistema giuridico dello stato del Massachusetts. Secondo la sentenza, i due “wops” (termine dispregiativo con cui venivano chiamati all’epoca i migranti nostrani) si erano macchiati di crimini aberranti: erano italiani in un momento di razzismo sistemico e terrore sociale, erano anarco-pacifisti sfuggiti all’arruolamento forzato per la “Grande Guerra” e, fatto di importanza secondaria, erano sospettati di aver commesso una rapina col morto – due morti, per l’esattezza – e pertanto meritevoli di una brutale esecuzione. Passeranno cinquant’anni prima che il governatore Michael Dukakis riconosca il processo Sacco-Vanzetti come un’orribile e pregiudizievole farsa, ammettendo finalmente l’innocenza tradita di Bart e Nicola.
Ed è proprio a questo concetto “innocenza tradita”, di ingiustizia, e agli stessi Sacco e Vanzetti che Hideo Kojima dedica l’ensamble di Metal Gear Solid V, ultimo capitolo (affermazione aperta a interpretazione) di una delle saghe più influenti e longeve della storia dei videogiochi. L’opera di Kojima è una sinfonia complessa e mutevole, e questo The Phantom Pain ne rappresenta tanto l’epilogo commosso, quanto l’intensa ouverture. La guerra genera ingiustizia, l’ingiustizia genera odio, rivalsa, vendetta, e finisce infine per alimentare nuovamente le fiamme del conflitto. Un circolo vizioso la cui unica legge è quella del taglione; le cui regole condannano vincitori e vinti a crudeli mutilazioni, e danno origine a quel continuo “dolore fantasma” che offre il perfetto sottotitolo a questo epilogo “in medias res”. Con quest’ultimo blaterante vaneggiamento da fanboy, dichiaro ufficialmente conclusa la mia “ode a Kojima”. Abbiamo infatti deciso di dedicare questo articolo a tutti coloro che poco o niente sanno dell’ultimo trentennio di Metal Gear, cercando di rispondere ad una domanda tutt’altro che semplice.
Vale la pena di acquistare Metal Gear Solid V: The Phantom Pain senza aver mai giocato ad alcun capitolo della serie?
All’inferno e ritorno
Iniziamo con una doverosa precisazione. Come la condivisione del titolo “Metal Gear Solid V” suggerisce, Ground Zeroes e The Phantom Pain sono da considerarsi come prologo e corpo di un’unica opera, e pertanto consigliamo tutti i neo-koggimiani (marchio in fase di registrazione) di procurarsi almeno il capitoletto introduttivo. La storia di The Phantom Pain si apre con una delle sequenze più esaltanti e cinematografiche a cui mi sia capitato di assistere – e contestualmente partecipare – nel corso della mia lunga carriera di smanettone incallito. La prima missione stordisce il giocatore come un pugno a tradimento in pieno viso, e lo costringe a trascinarsi, carico di domande, tra i corridoi di uno sperduto ospedale cipriota. Un vero e proprio inferno in terra, dal quale Big Boss risorge come un demone affamato di vendetta, un serpente velenoso (non a caso Venom Snake) animato da un singolo intento: affondare le zanne nel cuore dell’organizzazione che, nove anni prima, ha distrutto il sogno di libertà e indipendenza chiamato Outer Heaven, il paradiso di un esercito senza patria. Il 1984 di The Phantom Pain è un’epoca strana e suggestiva, nella quale eventi storici reali si mescolano a intrighi planetari da spy movie vecchia scuola, con divagazioni dal sapore spiccatamente sci-fi. Di capitolo in capitolo, The Phantom Pain sfida sempre più prepotentemente la sospensione dell’incredulità del giocatore, che si ritrova sballottato tra crudo realismo, tecnologie impossibili e misteriosi avversari dalle capacità superumane. Più di una volta capita di interrogarsi sulla reale natura di alcune delle cose che Big Boss vede e sente nel corso del gioco.
D’altronde non è forse vero che il redivivo mercenario ha un massiccio pezzo di metallo saldamente piantato nel pensatoio?
La gestione e il potenziamento delle varie sezioni della base, del personale e degli equipaggiamenti rappresenta, di conseguenza, uno degli elementi chiave della progressione nel gioco. Assistere alla proliferazione del vostro personale impero militare garantisce soddisfazione a vagonate, specialmente quando la crescente potenza bellica dei Diamond Dogs comincerà ad alterare sensibilmente le prestazioni di Big Boss sul campo di battaglia. Tra gli inquilini della Mother Base ci sono anche i “buddies”, compagni speciali che potranno accompagnare Snake in missione e garantirgli a un’ampia gamma di vantaggi tattici. Un supporto che il giocatore accetta di buon grado, specialmente quando il mondo aperto di The Phantom Pain comincia a mettere alla prova le sue – limitate, nel mio caso – capacità strategiche. Sebbene l’arsenale a disposizione di Big Boss permetta assalti in piena regola e devastazioni pirotecniche degne del miglior Michael Bay, non dimentichiamoci che Metal Gear Solid V è – alla radice – un titolo stealth, probabilmente il migliore di sempre. La possibilità di personalizzare ogni aspetto del loadout con un’incredibile quantità di equipaggiamenti e veicoli aumenta a livelli stellari la profondità del gameplay. In ogni missione potrete optare per una varietà praticamente infinita di strategie d’approccio e di uscita, con esiti spesso sorprendenti. Messi alle strette potreste perfino decidere di ordinare un bombardamento a tappeto sulle truppe nemiche, e chiedere al supporto aereo dalla Mother Base di sottrarvi ad una situazione particolarmente difficile. Proseguendo nel gioco, noterete che anche i nemici sono in grado di modificare le proprie routine per meglio contrapporsi alle strategie abituali del giocatore, una meccanica che aumenta piacevolmente il livello della sfida.
Dopo quattro anni sulla breccia, era inevitabile che il mitico Fox Engine di Kojima Productions cominciasse a mostrare segni di invecchiamento. Un’occhiata ai modelli poligonali dei nemici e alle “squadrature” di alcuni elementi ambientali rende subito evidenti i peccati di uno sviluppo “cross-generazionale” non perfettamente in linea – almeno su console – con la qualità tipica del panorama tripla A. Sono però lieto di annunciarvi che quanto appena detto non inficia assolutamente la qualità generale del comparto tecnico.
Aspetta? Che? Sembra strano, lo so, ma ora arriva “lo spiegone”.
L’incredibile direzione artistica, forte del senso estetico e della maniacale attenzione per i dettagli del team di sviluppo, nullifica – de facto – le pecche puramente tecniche di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain e le riduce a fisime da graphic nazi. L’occhio cinematografico di Kojima arricchisce ogni inquadratura di una bellezza che colpisce al cuore, e travolge il giocatore con estemporanee manifestazioni poli-orgasmiche. Ogni sasso del mondo aperto di Metal Gear Solid V trasuda ispirazione a carrellate, e trasmette tutto l’amore che Hideo Kojima ha riversato nell’atto finale della sua epopea. Aggiungete a questo tesoretto emozionale un comparto sonoro che alterna splendidi pezzi orchestrali al meglio del pop anni ’80 e avrete un quadro più chiaro del valore generale dell’opera dell’ormai defunta – pausa bestemmie – Kojima Productions. La ciliegina sulla torta è, come da tradizione MGS, un doppiaggio stellare in grado di trasformare miracolosamente – genere Fata Turchina – i personaggi in persone. A margine delle critiche in apertura, va comunque detto che la qualità dei modelli dei personaggi principali e delle animazioni si attesta su livelli di eccellenza. Il fatto che il tutto si muova con un framerate costantemente inchiodato a 60 fps non fa altro che rendere l’esperienza ancora più godibile.
Concludendo…
È giunto il momento di rispondere alla domanda con la quale siamo partiti e dare finalmente un senso a questa vagonata di considerazioni più o meno febbrili. Vale la pena di acquistare Metal Gear Solid V: The Phantom Pain senza aver mai giocato ad alcun capitolo della serie?
La risposta è: “cazzo sì”.
Malgrado qualche incertezza nell’impianto narrativo, un finale discutibile (almeno quello “standard”) e la sostanziale bidimensionalità di alcuni dei personaggi secondari (antagonista incluso), Metal Gear Solid V: The Phantom Pain rimane un acquisto assolutamente imperdibile per tutti gli amanti del genere stealth e, più in generale, per tutti gli appassionati di videogiochi. La potenza dell’opera è tale che perfino i neofiti non potranno fare a meno di abbandonarsi alle note amare della sinfonia di vendetta diretta da Hideo Kojima. Con tutta probabilità , “l’eco” di Metal Gear Solid V spingerà i “neo-koggimiani” a recuperare tutti i vecchi capitoli della serie, per poi affrontare nuovamente l’avventura da una diversa prospettiva.
Inutile dire che è cosa buona e giusta.
Il Nostro Verdetto
Metal Gear Solid V: The Phantom Pain
ECCELLENTE
Voto: 95 su 100 — ECCELLENTE
+
Pro
Probabilmente il miglior gioco stealth di sempre
Un mondo incredibilmente ricco e convincente
La gestione della Mother Base arricchisce notevolmente l’azione sul campo
Tratta temi difficili in maniera eccelsa
Una storia complessa e interessante…
−
Contro
…seppur con qualche difetto di non poco conto
Siete clinicamente morti
✎
Conclusioni
Metal Gear Solid V: The Phantom Pain deve essere vostro.
Ne avete bisogno e lui lo sa.