Il dolore fantasma

Il 23 agosto del 1927, poco dopo lo scoccare della mezzanotte, Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due emigrati italiani, trovano la morte per mano della “Giustizia”, (in)opportunamente mediata dal sistema giuridico dello stato del Massachusetts. Secondo la sentenza, i due “wops” (termine dispregiativo con cui venivano chiamati all’epoca i migranti nostrani) si erano macchiati di crimini aberranti: erano italiani in un momento di razzismo sistemico e terrore sociale, erano anarco-pacifisti sfuggiti all’arruolamento forzato per la “Grande Guerra” e, fatto di importanza secondaria, erano sospettati di aver commesso una rapina col morto – due morti, per l’esattezza – e pertanto meritevoli di una brutale esecuzione. Passeranno cinquant’anni prima che il governatore Michael Dukakis riconosca il processo Sacco-Vanzetti come un’orribile e pregiudizievole farsa, ammettendo finalmente l’innocenza tradita di Bart e Nicola.

Ed è proprio a questo concetto “innocenza tradita”, di ingiustizia, e agli stessi Sacco e Vanzetti che Hideo Kojima dedica l’ensamble di Metal Gear Solid V, ultimo capitolo (affermazione aperta a interpretazione) di una delle saghe più influenti e longeve della storia dei videogiochi. L’opera di Kojima è una sinfonia complessa e mutevole, e questo The Phantom Pain ne rappresenta tanto l’epilogo commosso, quanto l’intensa ouverture. La guerra genera ingiustizia, l’ingiustizia genera odio, rivalsa, vendetta, e finisce infine per alimentare nuovamente le fiamme del conflitto. Un circolo vizioso la cui unica legge è quella del taglione; le cui regole condannano vincitori e vinti a crudeli mutilazioni, e danno origine a quel continuo “dolore fantasma” che offre il perfetto sottotitolo a questo epilogo “in medias res”. Con quest’ultimo blaterante vaneggiamento da fanboy, dichiaro ufficialmente conclusa la mia “ode a Kojima”. Abbiamo infatti deciso di dedicare questo articolo a tutti coloro che poco o niente sanno dell’ultimo trentennio di Metal Gear, cercando di rispondere ad una domanda tutt’altro che semplice.

Vale la pena di acquistare Metal Gear Solid V: The Phantom Pain senza aver mai giocato ad alcun capitolo della serie?

All’inferno e ritorno

Iniziamo con una doverosa precisazione. Come la condivisione del titolo “Metal Gear Solid V” suggerisce, Ground Zeroes e The Phantom Pain sono da considerarsi come prologo e corpo di un’unica opera, e pertanto consigliamo tutti i neo-koggimiani (marchio in fase di registrazione) di procurarsi almeno il capitoletto introduttivo. La storia di The Phantom Pain si apre con una delle sequenze più esaltanti e cinematografiche a cui mi sia capitato di assistere – e contestualmente partecipare – nel corso della mia lunga carriera di smanettone incallito. La prima missione stordisce il giocatore come un pugno a tradimento in pieno viso, e lo costringe a trascinarsi, carico di domande, tra i corridoi di uno sperduto ospedale cipriota. Un vero e proprio inferno in terra, dal quale Big Boss risorge come un demone affamato di vendetta, un serpente velenoso (non a caso Venom Snake) animato da un singolo intento: affondare le zanne nel cuore dell’organizzazione che, nove anni prima, ha distrutto il sogno di libertà e indipendenza chiamato Outer Heaven, il paradiso di un esercito senza patria. Il 1984 di The Phantom Pain è un’epoca strana e suggestiva, nella quale eventi storici reali si mescolano a intrighi planetari da spy movie vecchia scuola, con divagazioni dal sapore spiccatamente sci-fi. Di capitolo in capitolo, The Phantom Pain sfida sempre più prepotentemente la sospensione dell’incredulità del giocatore, che si ritrova sballottato tra crudo realismo, tecnologie impossibili e misteriosi avversari dalle capacità superumane. Più di una volta capita di interrogarsi sulla reale natura di alcune delle cose che Big Boss vede e sente nel corso del gioco.

D’altronde non è forse vero che il redivivo mercenario ha un massiccio pezzo di metallo saldamente piantato nel pensatoio?

Questo sottile senso di spaesamento accompagna il giocatore nel corso di tutta l’esperienza, e lo spinge in profondità sotto la pelle del fantasma vendicativo, del demone Venom Snake. Non a caso ogni momento di pausa, ogni fase di pianificazione, avviene con la telecamera ben fissata su Snake, quasi fosse lo specchio delle peregrinazioni mentali del giocatore. Va però detto che difficilmente i neofiti della serie riusciranno a cogliere tutte le sfaccettature della trama, tutti gli ammiccamenti inseriti da quel vecchio volpone di Hideo Kojima, e finiranno quindi per scontrarsi contro uno dei finali “negativi” del gioco (ce ne sono tre in totale), mancando di raggiungere il vero climax narrativo. Attraversando l’avventura dall’inizio alla fine senza la dedizione dell’appassionato, ci sono infatti ottime probabilità che la conclusione di Metal Gear Solid vi colga in qualche modo di sorpresa, lasciandovi – purtroppo – vagamente insoddisfatti. Anche perché, a differenza dei precedenti capitoli della serie, questo Metal Gear Solid V risulta sorprendentemente “avaro” in termini di filmati d’intermezzo e lascia al giocatore l’onere di prestare una maggiore attenzione a tutti i dettagli che emergono nel corso del gameplay. Una scelta che, trama a parte, contribuisce rendere l’esperienza maggiormente godibile per la platea dei non appassionati.

Da questo punto di vista, potremo quasi definire The Phantom Pain come il Dark Souls della serie Metal Gear. Va da sé che per questa affermazione mi aspetto forconi e torce sotto casa da un momento all’altro.

Il miglior stealth game di tutti i tempi?

Non si vive però di sola vendetta, cari miei. Gli eserciti costano e i conti vanno pagati. Una delle colonne portanti dell’impianto narrativo di Metal Gear Solid V, nonché uno dei pilastri del gameplay, è quindi rappresentata dalla discreta struttura IMU esente nota ai più come Mother Base. Ricordiamoci che Snake deve affrontare e sconfiggere una potenza paramilitare tentacolare e pericolissima, e per avere qualche possibilità di successo ha bisogno di un esercito coi controfiocchi. Gran parte delle missioni che svolgerete in The Phantom Pain saranno pertanto votate all’accumulo di risorse e personale con cui rimpolpare i ranghi della Mother Base, la vostra “casa” lontano dagli orrori del campo di battaglia. Nel corso delle vostre peregrinazioni nel grande deserto afgano o nella savana africana, tra missioni principali e incarichi secondari (ce ne sono oltre 100), raccoglierete soldati, materiali, veicoli e attrezzature da inviare a “casa” grazie al mirabolante sistema di recupero Fulton (sapevate che è realmente esistito?), una sorta di paracadute al contrario che permette a Snake di impacchettare e spedire qualsiasi elemento d’interesse, fauna selvatica inclusa. Ogni recupero, ogni compenso intascato, ogni risorsa sottratta al nemico contribuirà all’espansione della struttura oceanica, che potremo arricchire di nuove aree da consacrare a specifici compiti. Una crociata che spinge il giocatore ad affrontare di buon grado tutte le missioni secondarie, malgrado la varietà degli obbiettivi sia, di fatto, relativamente ridotta. Accumulata la giusta quantità di risorse, i vostri nuovi fratelli in armi, i Diamond Dogs, si occuperanno di sviluppare le varie dotazioni tattiche del buon Snake (una quantità spropositata, in effetti) e di rimpinguare il comune conto in banca grazie a qualche lavoretto extra.

La gestione e il potenziamento delle varie sezioni della base, del personale e degli equipaggiamenti rappresenta, di conseguenza, uno degli elementi chiave della progressione nel gioco. Assistere alla proliferazione del vostro personale impero militare garantisce soddisfazione a vagonate, specialmente quando la crescente potenza bellica dei Diamond Dogs comincerà ad alterare sensibilmente le prestazioni di Big Boss sul campo di battaglia. Tra gli inquilini della Mother Base ci sono anche i “buddies”, compagni speciali che potranno accompagnare Snake in missione e garantirgli a un’ampia gamma di vantaggi tattici. Un supporto che il giocatore accetta di buon grado, specialmente quando il mondo aperto di The Phantom Pain comincia a mettere alla prova le sue – limitate, nel mio caso – capacità strategiche. Sebbene l’arsenale a disposizione di Big Boss permetta assalti in piena regola e devastazioni pirotecniche degne del miglior Michael Bay, non dimentichiamoci che Metal Gear Solid V è – alla radice – un titolo stealth, probabilmente il migliore di sempre. La possibilità di personalizzare ogni aspetto del loadout con un’incredibile quantità di equipaggiamenti e veicoli aumenta a livelli stellari la profondità del gameplay. In ogni missione potrete optare per una varietà praticamente infinita di strategie d’approccio e di uscita, con esiti spesso sorprendenti. Messi alle strette potreste perfino decidere di ordinare un bombardamento a tappeto sulle truppe nemiche, e chiedere al supporto aereo dalla Mother Base di sottrarvi ad una situazione particolarmente difficile. Proseguendo nel gioco, noterete che anche i nemici sono in grado di modificare le proprie routine per meglio contrapporsi alle strategie abituali del giocatore, una meccanica che aumenta piacevolmente il livello della sfida.

A parte una missione particolarmente crudele (per la quale vi consiglio di prenotare preventivamente un weekend col confessore), il livello di difficoltà rimane però sempre ben bilanciato, anche perché legato più alle aspettative personali del giocatore (punteggio, voto, qualità dell’infiltrazione) che all’effettiva osticità delle circostanze. Sulla strada per la valutazione “S”, The Phantom Pain titillerà il vostro ninja interiore con meccaniche stealth eccezionalmente convincenti, nei limiti ovviamente imposti dal buon senso della programmazione videoludica. D’altronde se esistesse un titolo in grado di offrire un’esperienza stealth realistica al 100%, è probabile che buona parte dei suoi giocatori finirebbe rinchiusa nel reparto psichiatrico di qualche ospedale. Per allontanare ulteriormente il giocatore da un’eventuale ricovero forzoso, il team di sviluppo ha provveduto a creare per The Phantom Pain il miglior pattern di controllo che la serie abbia mai visto, un passo obbligato considerando l’accresciuta complessità delle dinamiche di gioco. L’efficienza del sistema di controllo fa sì che ogni azione, che sia sparare, strisciare o correre, risulti egualmente appagante e libera da frustrazioni accessorie. Un regalo che i vostri vicini di casa non potranno che apprezzare.

Il canto del cigno del Fox Engine

Dopo quattro anni sulla breccia, era inevitabile che il mitico Fox Engine di Kojima Productions cominciasse a mostrare segni di invecchiamento. Un’occhiata ai modelli poligonali dei nemici e alle “squadrature” di alcuni elementi ambientali rende subito evidenti i peccati di uno sviluppo “cross-generazionale” non perfettamente in linea – almeno su console – con la qualità tipica del panorama tripla A. Sono però lieto di annunciarvi che quanto appena detto non inficia assolutamente la qualità generale del comparto tecnico.

Aspetta? Che?
Sembra strano, lo so, ma ora arriva “lo spiegone”.

L’incredibile direzione artistica, forte del senso estetico e della maniacale attenzione per i dettagli del team di sviluppo, nullifica – de facto – le pecche puramente tecniche di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain e le riduce a fisime da graphic nazi. L’occhio cinematografico di Kojima arricchisce ogni inquadratura di una bellezza che colpisce al cuore, e travolge il giocatore con estemporanee manifestazioni poli-orgasmiche. Ogni sasso del mondo aperto di Metal Gear Solid V trasuda ispirazione a carrellate, e trasmette tutto l’amore che Hideo Kojima ha riversato nell’atto finale della sua epopea. Aggiungete a questo tesoretto emozionale un comparto sonoro che alterna splendidi pezzi orchestrali al meglio del pop anni ’80 e avrete un quadro più chiaro del valore generale dell’opera dell’ormai defunta – pausa bestemmie – Kojima Productions. La ciliegina sulla torta è, come da tradizione MGS, un doppiaggio stellare in grado di trasformare miracolosamente – genere Fata Turchina – i personaggi in persone. A margine delle critiche in apertura, va comunque detto che la qualità dei modelli dei personaggi principali e delle animazioni si attesta su livelli di eccellenza. Il fatto che il tutto si muova con un framerate costantemente inchiodato a 60 fps non fa altro che rendere l’esperienza ancora più godibile.

Concludendo…

È giunto il momento di rispondere alla domanda con la quale siamo partiti e dare finalmente un senso a questa vagonata di considerazioni più o meno febbrili. Vale la pena di acquistare Metal Gear Solid V: The Phantom Pain senza aver mai giocato ad alcun capitolo della serie?
La risposta è: “cazzo sì”.
Malgrado qualche incertezza nell’impianto narrativo, un finale discutibile (almeno quello “standard”) e la sostanziale bidimensionalità di alcuni dei personaggi secondari (antagonista incluso), Metal Gear Solid V: The Phantom Pain rimane un acquisto assolutamente imperdibile per tutti gli amanti del genere stealth e, più in generale, per tutti gli appassionati di videogiochi. La potenza dell’opera è tale che perfino i neofiti non potranno fare a meno di abbandonarsi alle note amare della sinfonia di vendetta diretta da Hideo Kojima. Con tutta probabilità, “l’eco” di Metal Gear Solid V spingerà i “neo-koggimiani” a recuperare tutti i vecchi capitoli della serie, per poi affrontare nuovamente l’avventura da una diversa prospettiva.

Inutile dire che è cosa buona e giusta.

CI PIACE
  • Probabilmente il miglior gioco stealth di sempre
  • Un mondo incredibilmente ricco e convincente
  • La gestione della Mother Base arricchisce notevolmente l’azione sul campo
  • Tratta temi difficili in maniera eccelsa
  • Una storia complessa e interessante…
NON CI PIACE
  • …seppur con qualche difetto di non poco conto
  • Siete clinicamente morti
Conclusioni

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain deve essere vostro.
Ne avete bisogno e lui lo sa.

9.5Cyberludus.com

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