Death Stranding 2: On the Beach – Recensione della versione PC
È inutile negarlo: Death Stranding è stato un progetto profondamente visionario. Il primo capitolo rappresentava in pieno l’estro creativo, ma anche il bisogno quasi impellente di Hideo Kojima di dare forma a una nuova identità artistica dopo la turbolenta separazione da Konami. Il risultato fu un titolo divisivo, non tanto per la ricezione della critica — che lo ha comunque riconosciuto come una delle opere più importanti della sua annata — quanto per quella del pubblico, spaccato tra chi ne ha abbracciato il ritmo lento e contemplativo e chi, invece, ne ha respinto le scelte di design e di stile.
Con Death Stranding 2: On the Beach, Kojima è tornato a esplorare quel mondo e quelle idee, spingendosi però su un terreno che ha convinto meno in modo unanime rispetto al predecessore, soprattutto per alcune fragilità narrative che hanno finito per pesare più del previsto. A distanza di qualche mese dall’uscita su PS5, l’ottima Nixxes porta ora il gioco su PC con l’obiettivo di ampliare ulteriormente il pubblico di questa nuova fatica di Kojima Productions.
Obiettivo centrato? Ve lo raccontiamo nella nostra recensione.
Un viaggio con la “v” minuscola
Dal punto di vista puramente narrativo, Death Stranding 2: On the Beach prosegue e amplia le premesse (oltre che l’immaginario) del primo capitolo, riportandoci in un mondo ancora sospeso tra fratture, connessioni e una costante sensazione di precarietà. Kojima torna a costruire una storia che alterna momenti di grande suggestione visiva a un’impostazione volutamente rarefatta, in cui l’intreccio non si limita a fare da cornice all’azione, ma prova ancora una volta a farsi portatore di temi, simboli e ambizioni autoriali molto marcate. Il risultato è una trama che punta in alto, anche se, come vedremo, non riesce a mantenere la stessa forza di impatto del predecessore.
Death Stranding 2: On the Beach è ambientato undici mesi dopo gli eventi del primo capitolo. Le Città Unite d’America, nate dalle macerie degli Stati Uniti, sono ormai completamente connesse tramite la Rete Chirale, mentre la Bridges ha cessato le proprie attività e le consegne sono state affidate all’APAS, un sistema automatizzato che ha di fatto lasciato i corrieri umani senza un “lavoro”. Nel frattempo, nel mondo si aprono portali transcontinentali che collegano aree lontanissime tra loro, tra cui un passaggio particolarmente importante tra Messico e Australia. Sullo sfondo, l’evento di estinzione continua a evolversi, le Creature Arenate si fanno più minacciose, i disastri naturali aumentano e il continente australiano diventa un territorio ostile, popolato da banditi e da robot ribattezzati “ghost mech”.
In questo scenario, Sam vive in isolamento con Lou nei pressi del vecchio confine tra Stati Uniti e Messico, dopo aver abbandonato le UCA. Sarà Fragile a rintracciarlo e a chiedergli di rimettersi in viaggio per connettere il Messico alla Rete Chirale attraverso alcuni terminali APAC abbandonati, offrendo in cambio l’amnistia per il rapimento di Lou, considerata ancora una proprietà di Bridges. Ed è proprio qui che il gioco, almeno sul piano narrativo, mostra una delle sue maggiori debolezze: la storia è sorprendentemente poco ispirata, spesso prevedibile e fin troppo legata a cliché che ci si aspetterebbe da un autore molto meno estroso di Kojima. L’impressione, a tratti, è quasi quella di trovarsi davanti a una sceneggiatura più convenzionale del solito, con una regia capace di valorizzare i momenti ma meno incisiva nella scrittura.
Anche sul piano della struttura, Death Stranding 2 finisce per sembrare un’eco lontana del primo capitolo. Tornano nuove attrezzature, nuove minacce e nuovi scenari – anche parecchio evocativi – da attraversare, ma viene meno quella tensione unica che rendeva speciale il viaggio originario: le CA sono molto più “marginali”, il lato esplorativo perde parte della sua identità e, in diversi casi, basta affidarsi a un veicolo per superare situazioni che un tempo richiedevano pazienza, attenzione e pianificazione. Persino gli scontri con i boss risultano più semplici e meno incisivi del previsto, quasi privi di quella “gravità” che ci si aspetterebbe da un’opera del genere. Il risultato è una storia che non riesce quasi mai a sorprendere davvero e che, per chi ha già visto i trailer, tende persino a esaurire buona parte del proprio impatto promozionale nei materiali pre-lancio. Peccato anche per il trattamento di alcuni personaggi, come Luca Marinelli, che finisce per occupare uno spazio narrativo importante senza però avere, almeno sulla carta, la stessa forza magnetica delle figure che lo hanno preceduto.
Un “more of the same” che funziona?
Lato gameplay, Death Stranding 2: On the Beach si presenta ancora una volta come un action adventure in terza persona, riportando al centro quelle componenti online asincrone che avevano già reso unico il primo capitolo. Il gioco offre due ampie mappe open world, tra Messico e Australia, e fonda ancora una volta il suo ritmo sulla consegna di merci a superstiti e prepper isolati, da collegare attraverso la Rete Chirale. Il cuore dell’esperienza resta quindi l’attraversamento di territori ostili, con il giocatore chiamato a gestire con attenzione il peso del carico sulle spalle di Sam, scegliendo se procedere a piedi lungo percorsi impervi o affidarsi ai veicoli, ora anche più personalizzabili grazie a moduli aggiuntivi come batterie extra o torrette difensive.
L’ambiente, però, non fa sconti: terremoti, tempeste di sabbia e altri disastri naturali modificano continuamente il paesaggio, costringendo a ricalcolare spesso il tragitto e a trovare strade alternative. Anche la componente gestionale resta centrale, con il ripristino di infrastrutture, strade e ponti, fino alla possibilità di costruire una monorotaia per collegare insediamenti remoti e trasportare grandi quantità di materiali in modo più efficiente. La nave Magellan fa da hub principale tra una missione e l’altra, offrendo anche la possibilità di interagire con i compagni di Sam e affrontare sessioni di addestramento in VR. Come nel predecessore, tutto ciò si intreccia con il sistema di costruzioni condivise, che permette di realizzare strutture e segnali visibili anche agli altri giocatori, con la possibilità di lasciare like alle opere altrui come forma di collaborazione indiretta.
Sul fronte del combattimento, però, Kojima Productions spinge decisamente più in là l’azione rispetto al primo Death Stranding. Il giocatore può scegliere se affrontare i nemici frontalmente, agire in stealth oppure evitare completamente lo scontro optando per percorsi più rischiosi. Le armi, inoltre, sono ora per impostazione predefinita non letali, rendendo gli ingaggi più immediati e meno vincolati al timore di conseguenze estreme. Sam dispone anche di un arsenale più ampio di strumenti e gadget, utili per distrarre, attirare o deviare l’attenzione dei nemici, mentre un sistema di perk e abilità amplia ulteriormente la progressione del personaggio, distribuendola lungo diversi rami di sviluppo.
Nixxes non delude
Visto l’eccellente lavoro svolto da Nixxes con precedenti adattamenti PC come Ghost of Tsushima, The Last of Us Part II Remastered e Horizon: Forbidden West — giusto per citarne alcuni — era legittimo aspettarsi un trattamento di prim’ordine anche per Death Stranding 2: On the Beach. E infatti il risultato non delude: il porting non solo valorizza al meglio l’impressionante comparto audiovisivo del titolo, ma introduce anche alcune aggiunte e rifiniture al gameplay che rendono il pacchetto ancora più appetibile. Tra le novità più interessanti spiccano un nuovo livello di difficoltà più impegnativo, Into the Wilder, e la possibilità di riaffrontare i boss tramite la meccanica Trapped in a Strange Realm. Il primo rende Sam più vulnerabile e i nemici più letali, aumentando sensibilmente la pressione sulle fasi di sopravvivenza; un’aggiunta che, personalmente, considero preziosa, perché dimostra quanto il sistema di combattimento di Death Stranding 2 sia flessibile e capace di reggere bene anche ritmi più severi senza risultare punitivo in modo ingiusto.
Sul fronte tecnico, Nixxes centra di nuovo l’obiettivo: Death Stranding 2: On the Beach gira e si presenta in modo magnifico su praticamente ogni configurazione, dai sistemi più modesti fino alle macchine di fascia alta. Il gioco supporta le principali tecnologie di upscaling e frame generation, tra cui DLSS, AMD FSR e Intel XeSS, che, in combinazione con il ray tracing, consentono di ottenere un’immagine più definita, riflessi migliori e prestazioni solide anche su hardware meno recente. Il framerate è completamente sbloccato e il ricco menu di impostazioni grafiche permette di cucire l’esperienza addosso alla propria configurazione, offrendo a chi ha un PC meno performante la possibilità di giocare comunque in modo dignitoso e, al contempo, a chi dispone di una macchina più potente di spingere la resa visiva ancora oltre rispetto a quanto visto su console.
Il gioco strizza anche l’occhio al mondo delle handheld: è stato recentemente verificato su Steam Deck e noi abbiamo potuto provarlo anche su MSI Claw 8AI+, restando soddisfatti sia della resa visiva sia della stabilità delle prestazioni. A questo si aggiunge il supporto ai formati ultrawide, sia 21:9 che 32:9, che in un’opera costruita su panorami vasti e contemplativi rappresenta una di quelle caratteristiche che fanno davvero la differenza.
Sul piano sonoro, poi, il lavoro è straordinario. La colonna sonora porta la firma di Woodkid e di Ludvig Forssell, già autore delle musiche del primo capitolo e di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain. Molti brani di Woodkid sono dinamici e si adattano in tempo reale alle azioni del giocatore, contribuendo a rendere ogni viaggio ancora più immersivo. Il suono, del resto, ha un ruolo fondamentale nell’ultima fatica di Kojima Productions, che riesce a esprimere un comparto audiovisivo di livello altissimo, accompagnato da una recitazione in inglese di taglio quasi cinematografico.
Concludendo…
Death Stranding 2: On the Beach su PC conferma ancora una volta quanto Nixxes sappia trattare con cura anche i progetti più ambiziosi, offrendo un porting tecnicamente eccellente e ricchissimo di opzioni. Se da un lato il titolo di Kojima non riesce sempre a replicare la magia narrativa e l’impatto del primo capitolo, dall’altro costruisce un’esperienza solida, affascinante e capace di mettere ancora una volta al centro il piacere del viaggio, della connessione e della sopravvivenza. È un’opera che convince più quando si lascia vivere pad alla mano, tra panorami immensi, consegne disperse nel silenzio e un comparto audiovisivo di altissimo livello, che non quando prova a sorprendere con la sua storia. Ma il risultato finale resta comunque notevole: un sequel meno folgorante del predecessore, forse, ma che su PC trova la sua forma migliore e si impone come un’esperienza da recuperare senza esitazioni per chi vuole lasciarsi trasportare, ancora una volta, sulle sponde del mondo di Kojima.
Death Stranding 2: On the Beach
BUONO- Porting PC eccellente, con grande cura tecnica da parte di Nixxes
- Ottimo comparto audiovisivo, davvero impressionante su ogni configurazione
- Ampie opzioni grafiche e supporto a risoluzioni ultrawide oltre che tecnologie di upscaling DLSS, FSR, XeSS e ray tracing
- Nuove opzioni di difficoltà e sfide boss che arricchiscono l’esperienza
- Gameplay ancora più ricco e adattabile rispetto al primo capitolo
- Colonna sonora e sound design di altissimo livello
- La storia convince meno del primo Death Stranding
- Alcuni snodi narrativi risultano prevedibili e poco ispirati
- Parte dell’impatto emotivo e dell’unicità del predecessore si perde
- La CA e la “tensione” durante la componente esplorativa risultano meno centrali
- In alcuni momenti il combattimento appare troppo semplice o poco incisivo
- Più che evolvere davvero, in certi frangenti il gioco sembra riproporre idee già viste
Un porting curatissimo e tecnicamente impeccabile che valorizza al massimo un’opera affascinante, ma non sempre all’altezza delle ambizioni del suo predecessore. Su PC Death Stranding 2: On the Beach trova però la sua forma più completa e convincente, confermandosi un’esperienza da recuperare per chi cerca un viaggio unico, intenso e fuori dagli schemi.











