Il gaming su PC ha gli “anni contati”?

Una domanda secca quanto devastante e la cui risposta, come vedremo, non è esattamente facile da dare in modo assoluto. Innanzitutto, perché le cause scatenanti, nel caso, sarebbero comunque globali e colpirebbero diverse aree tecnologiche e sicuramente più impellenti rispetto al videogiocare su home computer. Ma che, a conti fatti, può esser “presagita”, quasi avvertita a fior di pelle: i prossimi anni, saranno difficilissimi per la Master Race (a meno che non si abbiano le possibilità o la sola voglia di investire uno sproposito per poter giocare, forse, senza problemi). Perché, se storicamente, l’ambito del PC gaming ha sempre richiesto un biglietto d’ingresso piuttosto salato agli utenti, il sale che oggi andrebbe deglutito arriva a sfiorare le montagne e, sotto tutti i punti di vista, inizia ad assumere le forme di un leviatano “indigeribile”. E non è solo una questione di pecunia diretta ma anche “indiretta” e storica: un PC lo si può acquistare già assemblato (che, al momento, sembrerebbe – paradossalmente – la soluzione più conveniente), ma farlo da solo (ammesso che si abbiano le specifiche conoscenze tecniche di base per farlo) è la via con il rapporto qualità/prezzo sicuramente migliore (naturalmente, nel costo dei PC “pronti all’uso” v’è anche la manodopera e la garanzia tecnica associata, andando giustamente ad impattare, per mantenere competitivo il prezzo, sulla qualità o la “forza bruta” dei componenti).

Senza contare che, in caso di problemi tecnici, in linea di massima gli interventi “esterni” non sono, solitamente, a buon mercato o facili da reperire (soprattutto se non si vive in grandi centri urbani). E, ancora, una volta superati questi due, già di base notevoli, scogli, l’utente avrebbe dovuto immaginare (e, conseguenzialmente, affrontare) la solita “marea” di dissidi standard che il gaming su PC comporta, tra driver, ottimizzazioni e compatibilità varie ed eventuali che, solitamente, rendono le versioni PC dei videogame sicuramente le più complicate.

Insomma, un campo minato dall’inizio alla fine: ma perché il PC starebbe, definitivamente, spegnendosi? E, soprattutto, conviene ancora immaginare il PC come un “posto per giocare”?

Tra pandemie, guerre commerciali e criptomonete: la guerra delle “GPU”

Il centro della crisi che investe il mondo del gaming su PC è incentrata unicamente su di un singolo pezzo della macchina: la GPU, o più comunemente scheda video. Negli anni, la componente è divenuta via via sempre più centrale e tecnologicamente avanzata, andando anche a sostituire, in alcuni frangenti, il carico di lavoro che solitamente veniva affidato ad altri componenti (specialmente, i processori). Insomma, oggigiorno i PC, tra teorici “colli di bottiglia” e “picchi di watt”, si costruiscono sostanzialmente partendo dalla componente che dovrà “saziare” i nostri occhi.

Ma cosa succede al settore delle schede video?

Ebbene, come i più informati sapranno, da diversi anni le GPU sono “esplose” non solo a livello di performance, con l’introduzione di nuovi “concept” tecnologici, ma anche e soprattutto a livello di prezzo. Un prezzo che, nella migliore delle ipotesi, è raddoppiato o addirittura triplicato, non solo per quanto concerne il nuovo ma anche nel settore dell’usato privato (naturalmente, adeguatosi alle nuove “regole” di mercato).

Ma quali sono le cause?

La pandemia, innanzitutto. Il Covid ha infatti sconvolto tutto e (forse) ne stiamo uscendo migliori (anche questo, in dubbio). Sicuramente, negli sconvolgimenti planetari comportati dalla pandemia, uno di quelli economicamente più impattanti è stata la “somma” carenza di semiconduttori, componenti alla base di quasi tutte le apparecchiature elettroniche o parzialmente elettroniche che normalmente utilizziamo.

Una scarsità che, naturalmente, ha portato uno “shortage” produttivo mastodontico esploso nei primi mesi della pandemia che ha innescato, com’è lecito attendersi, una carenza numerica stratosferica in relazione alla domanda (aumentata per i componenti PC di circa il 30% rispetto al 2019), oltre che al conseguenziale “boom” dei prezzi di vendita. E, da circa un anno e mezzo in modo particolare, la situazione produttiva è rimasta invariata, così come la reperibilità dei citati componenti fondamentali. Ma a contribuire alla crisi, un impatto notevole ha avuto anche la “guerra commerciale”, tra presunte “ruberie d’identità e accuse di creare “cartelli” commerciali contro aziende specifiche, che, dal gennaio 2018, vede fronteggiarsi due colossi produttivi globali come Stati Uniti e Cina: una guerra, tra botta e risposta dei governi delle due super potenze, sfociata, nel gennaio 2020, ad una sorta di accordo tra le parti che però ha solo parzialmente temperato la situazione che di già aveva prodotto notevolissimi danni alla catena produttiva industriale globale. Ultima causa, ma non tale per incidenza, una prolungatissimi siccità che ha devastato Taiwan quest’anno, uno dei maggiori produttori mondiali di semiconduttori: la carenza di acqua, utilizzata nella produzione industriale dei componenti, ha portato ad una paralisi quasi totale dell’apparato produttivo, accentuando ancora di più la grave scarsità dei componenti registratasi nei mesi precedenti.

Una carenza produttiva, comporta una scarsità di prodotti sul mercato e, di conseguenza, un “naturale” aumento dei prezzi: ma se quegli stessi (pochi) prodotti fossero poi al centro di una domanda altissima (ma non per i motivi “consoni”) in grado di acquisire, in pochi istanti, interi stock? Questa domanda ci trasla, quindi, alla seconda macro-causa dell’aumento spropositato del costo delle GPU: il mining delle criptomonete. Una economia parallela, che aleggia ai confini della legalità e che ha visto nascere, nel tempo, vere e proprie “piantagioni” per accumulare Bitcoin e affini. Ma come funziona? Per ridurre all’osso la questione, i cosiddetti “miner”, attraverso l’utilizzo di alcuni programmi, mettono a disposizione della complessiva struttura in rete (chiamata blockchain, una sorta di “libro mastro” delle complessive transazioni distribuito tra tutte i “nodi” appartenenti alla stessa rete) la potenza di calcolo della propria apparecchiatura.

Apparecchiature che, in sostanza, sono chiamate a risolvere un difficile problema matematico in competizione fra loro, basato su di un algoritmo criptografico hash (un termine che in informatica indica una funzione che produce una sequenza variabile di “informazioni” chiamate bit) la cui soluzione comporterà il completamento di una “transazione” con la conseguenziale creazione di criptovaluta che sarà poi “registrata” nella blockchain. In sostanza, il mining delle criptovalute può esser definito come una corsa all’oro che vede in competizione milioni e milioni di utenti i quali, come specificato, allestiscono vere e proprie strutture per ospitare decine e decine di unità di calcolo sempre in attività “estrattiva”. Ebbene, in questo frangente, i “picconi” preferiti dai miner sono proprio le GPU, principalmente per il favorevole rapporto tra capacità di elaborazione dei dati e consumo di energia elettrica. La qual cosa, com’è lecito attendersi, ha portato a situazioni paradossali in cui interi stock di schede video sono andati letteralmente in fumo in pochi minuti perché acquistati in massa dai minatori, lasciando a bocca asciutta (e con un prevedibilissimo rincaro mostruoso dei prezzi) i videogiocatori.

Quindi, perché il gaming su PC sta morendo?

La risposta alla domanda epocale è, strutturalmente, molto semplice: innanzitutto, non v’è, potenzialmente, una fine certa delle cause iniziali della crisi. E, se pandemia e guerra commerciale, almeno concettualmente, potrebbero finire o quanto meno ridursi notevolmente fra qualche mese, le concause minori, ovvero la carenza di semiconduttori (ormai sistemica) e il mining forsennato di criptomonete (impossibile, almeno ad oggi, da controllare seppur abbia un limite “fisico” teorico di moneta virtuale accumulabile) potrebbero continuare anche per diverso tempo (come, compiendo un parallelo astratto, successe negli anni ‘70 con la crisi petrolifera, che si propagò e, addirittura, si replicò per quasi 10 anni coinvolgendo anche realtà economiche “concentriche”). Il che, naturalmente, significherebbe nella migliore delle ipotesi che le GPU, cuori pulsanti dei moderni gaming rig, restino a prezzi elevatissimi per tantissimo tempo. Senza contare che, un ulteriore aumento dei prezzi non sarebbe una ipotesi così inverosimile. In questo modo, il classico upgrade quinquennale in nuovi pezzi che coinvolge, in media, tutti gli “amatori” del PC, diverrebbe accessibile ad (ancora) meno persone, che si troverebbero a pagare (almeno) 1000 euro solo per accaparrarsi una scheda video di buon livello. La qual cosa, sulla carta, non significherebbe godere del massimo tecnologico possibile: oggi, ad esempio, per giocare in Full HD a dettagli medio/alti e ad almeno 60 frame al secondo, basterebbe una 1070 ti. Una scheda video di circa tre anni fa e che, all’uscita, costava orientativamente 600 euro. Ebbene, oggi, la scheda ha mantenuto sostanzialmente il prezzo di mercato… ma da usata.

E se, invece, volessimo orientarci su di una scheda di fascia media “moderna”, attualmente, i prezzi si aggirerebbero tra i mille e mille cinquecento euro (tolti, ovviamente, imprevedibili colpi di fortuna e “drop” delle case madri, seppur anche in quel caso la spesa subirebbe un taglio orientativo del 20%-30% rispetto ai prezzi dei rivenditori). In questo frangente, però, al problema iniziale si aggiungerebbe un altro, evidente, problema: le console di nuova generazione. Xbox Series S/X e PS5 offrono ormai altissime prestazioni, garantendo almeno 4K e 60 frame a dettagli medio/alti in quasi tutti i contesti oltre che servizi molto allettanti (come, ad esempio, il Game Pass). Oltre ad una mera questione di prestazioni, v’è una abissale differenza in termini di praticità: allestire e gestire un PC è materia complicata, allestire e gestire una console no. Naturalmente, la crisi dei semiconduttori ha investito anche l’ambito console seppur, in questo frangente, dopo un iniziale sovrapprezzo e bagarinaggio selvaggio, la situazione attuale si è avvicinata alla normalità (seppur, solo per quanto concerne i prezzi: le console, comunque sia, sono ancora fisicamente difficili da trovare). Quindi, che senso avrebbe oggi acquistare un gaming rig anche solo di media capacità (il che, significherebbe, spendere almeno 800/900 euro solo per una GPU intermedia), se le console next-gen, ad un terzo o addirittura un quarto del prezzo, sono più pratiche ed offrono sostanzialmente un pacchetto completo alle stesse prestazioni? Anzi, tenendo in considerazione l’esempio citato della 1070 ti, anche performance superiori e non di poco (anche solo grazie alla “standardizzazione” del setup delle ammiraglie Sony e Microsoft, che garantisce teoricamente una ottimizzazione software superiore). Senza togliere che, alcune delle migliori produzioni videoludiche, in termini di mera sceneggiatura e qualità tecnico-estetica, sono appannaggio esclusivo o dell’una o dell’altra console. E che, da diverso tempo ormai, anche tantissimi prodotti indipendenti sbarcano su console, frantumando anche solo parzialmente quello che era forse il maggior motivo per puntare sul gaming su PC (ovvero, la scena indie). E, ad “appesantire” la scelta di un PC, non esiste nemmeno più la “scusa” della (presunta) non digeribilità dei pad proveniendo da mouse e tastiera: anche su console è possibile usarli.

Un nuovo “modo” di produrre videogames

Naturalmente, se la crisi dovesse permanere, nel giro di pochi anni si potrebbe verificare la persistenza di una, contestuale all’ipotizzata ascesa “rampante” delle console, situazione “anomala” e che coinvolgerebbe, da un punto di vista decisionale, anche le grandi case di produzione. Se la stra-grande maggioranza dei PC dovesse restare indietro tecnologicamente, publisher e software house potrebbero esser quindi costrette a ripensare i processi produttivi perché, com’è lecito attendersi, la maggior parte dei gamer su PC giocherebbe a risoluzioni “base”. La qual cosa, se dovesse verificarsi, produrrebbe degli effetti inattesi: avrebbe quindi, poco senso, avviare lunghi processi di ottimizzazione e di implementazione di tecnologie hi-tech che richiedono una grandissima capacità di calcolo, se la gran parte della platea PC non potrebbe beneficiarne.

Quindi, almeno in via teorica, le soluzioni potrebbero essere un “blocco” della qualità estetico-tecnica delle produzioni (come succede, ad esempio, per giochi che vengono rilasciati per console old gen e next gen, immaginando sostanzialmente un Setup teorico “di media” tra gli utenti). E, immaginando la citata predominanza delle console, la produzione dei giochi si incentrerebbe definitivamente solo su quest’ultime: la scelta avrebbe, paradossalmente, delle ricadute anche sui (pochissimi) fortunati possessori di GPU top gamma perché, verosimilmente, i processi produttivi, per un logico risparmio di risorse, si focalizzerebbero innanzitutto sul garantire le massime prestazioni su console. E, naturalmente, il “tetto massimo” garantito su quest’ultime, sarebbe traslato, probabilmente a piè pari, anche su PC (come un contenuto a pagamento?) per la poca utenza in grado di reggerlo e che, comunque sia, si troverebbe a non sfruttare al massimo il proprio hardware (che, almeno in via teorica, potrebbe garantire performance superiori).

Dunque, qual è il futuro del gaming su PC?

A meno che di una inattesa rivoluzione tecnica o il rientro di (tutte) le concause citate, una lenta moria ed un irreversibile abbandono in favore di tecnologie più pratiche e parimenti performanti agli occhi (e per i portafogli, soprattutto) degli utenti. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire…

E tu che ne pensi? Facci conoscere la tua opinione!