Il caos mediatico scatenato dal rilascio di Agony, survival horror ad ambientazione “infernale”, ha dell’incredibile. Il titolo dei Madmind Studios, nato tramite una campagna Kickstarter accolta con un certo successo dal pubblico, riuscì – almeno inizialmente – a catturare l’attenzione dei videogiocatori, grazie soprattutto ad un’ambientazione fortemente evocativa, ricca di un comparto artistico di spessore. Lanciato prima in beta, e poi in forma completa su SteamAgony è stato letteralmente bersagliato dalla stampa, per via dell’eccessiva dose di violenza messa in atto da alcune scene – fortunatamente rimosse in fase di lancio – dai contenuti oggettivamente raccapriccianti, tra i quali figuravano scene di stupro fin troppo esplicite. Consci di trovarci davanti ad un gioco volutamente provocatorio, abbiamo iniziato – con una certa titubanza – la nostra discesa infernale con Agony.

Volete sapere le nostre finali considerazioni sulla prima (e forse ultima) fatica targata Madmind Studios? Scopriamolo insieme nella nostra recensione di Agony

Lasciate ogni speranza, o voi che entrate

Iniziata una nuova partita, Agony ci mette di fronte ad una criptica sequenza video che, senza troppi fronzoli, ci permetterà di prendere maggior confidenza con la disturbante ambientazione di gioco.

Effettuando i primi passi nell’inferno di Agony, pare subito chiara la volontà degli sviluppatori di trarre larga ispirazione dalla visione “dantesca” dell’oltretomba, narrata – appunto – nella Divina Commedia. Sangue, torture, raccapriccio, contorcimenti, incubi: tutto è stato piazzato con un certo ragionamento dai Madmind Studios per rendere l’ambientazione di Agony il più angosciante possibile. Dove orrore e raccapriccio sembrano seguire una certa logica (seppur piuttosto contorta), a non venire incontro allo stile di gioco è, purtroppo, il level design spesso confusionario e quasi totalmente privo di logica. La vera “agonia” di Agony (e dopo questo stupido gioco di parole andremo a nascondere la testa sotto la sabbia) risiede, appunto, nel giocarlo. Spesso dovremo far affidamento su una sorta di “tracker” alla Dead Space (che peraltro non potrà essere utilizzato infinite volte) che ci mostrerà, seppur in maniera molto approssimativa, la via da seguire.

Ma quello di cui si sente tanto la mancanza in Agony è proprio il comparto narrativo, approssimativo e incapace di suscitare interesse nel videogiocatore. La modalità storia di Agony ci mette infatti nei panni di un dannato, impegnato a inseguire una misteriosa entità tra i piani infernali: la Dea Rossa. Chi sia o quali siano i nostri legami con la suddetta entità non ci è dato sapere, ma Agony cercherà di snocciolare tutti (o quasi) i dubbi e le perplessità che, giustamente, inizieranno ad albergare nelle menti dei giocatori attraverso dialoghi criptici o manoscritti sparsi per i livelli di gioco. Purtroppo, anche su questo fronte, gli sviluppatori si sono rivelati inadeguati nel saper trattare con cura un’ambientazione che, almeno sulla carta, avrebbe saputo regalare parecchie soddisfazioni.

Agony, dal punto di vista delle meccaniche di gameplay, si presenta come un survival horror in prima persona dallo stile piuttosto classico. Legnositá nei movimenti del protagonista a parte, il gioco prova anche ad integrare enigmi ambientali che, molto spesso, devono fare i conti con il pessimo level design proposto, costringendoci in più di un’occasione a sequenze di “button mashing” casuali per attivare lo stage successivo. Anche l’implementazione di un sistema stealth, che ci ha ricordato per certi versi quello già proposto con i vari Outlast o Amnesia, è costretto a fare i conti con una intelligenza artificiale dei nemici approssimativa, caratterizzata da un livello di sfida mai in grado di metterci seriamente in difficoltà.

La morte, in Agony, non ci porterà inevitabilmente alla fatidica schermata di “Game Over” ma ci permetterà di fluttuare, letteralmente, in una sorta di forma spirituale, grazie alla quale potremo trovare un nuovo corpo da possedere.
Breve anche la sua durata (in questo caso, ci sentiamo di dire fortunatamente), dato che sarà possibile arrivare ai titoli di coda in poco più di 5 ore.

Design infernale

Parlare del comparto audio visivo di Agony non è roba da poco. Da una parte, artisticamente parlando, il titolo riesce a proporre spunti davvero interessanti: la visione simil-dantesca dei Madmind Studios per l’ambientazione infernale di Agony è rischiosa ma in parte affascinante. A tratti, il gioco riesce a regalare scorci di paesaggio davvero unici, oltre che disturbanti.
Purtroppo, se visto con occhio critico, molte delle texture paiono davvero poco definite e l’impressione generale è quella di trovarsi davanti ad un titolo meno “next-gen” di quanto ci saremmo aspettati, nonostante il gioco utilizzi l’ottimo Unreal Engine 4.

Ciò che non convince affatto, invece, è la scellerata scelta dei designer nel proporre un level design tutt’altro che intuitivo, peggiorato da una scelta cromatica di colori che, molto spesso, non ci aiuterà nel nostro intento di seguire il percorso principale offerto dall’avventura. Discreta, invece, la parte sonora. Le musiche risultano abbastanza azzeccate, così come il doppiaggio – in sola lingua inglese – che riesce a dire la sua tra alti e bassi.

Concludendo…

Impossibile promuovere un titolo come Agony. L’opera prima dei Madmind Studios è un titolo tanto difficile da inquadrare tanto da giocare, a causa di scellerate scelte di design, una narrativa priva di mordente e un gameplay sempre troppo povero di possibilità. Si salvano solamente alcune interessanti scelte in ambito puramente “artistico” che però non riescono a salvare Agony dal baratro dell’insufficienza.

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Nerd purosangue classe 1992, si avvicina al mondo dei videogiochi grazie al SEGA Master System di sua madre. Destreggiandosi tra Alex Kidd e Sonic the Hedgehog, comincia a farsi una importante cultura videoludica a base di platform e beat ‘em up. Fedele seguace della “master race”, consuma giochi di ruolo dalla mattina alla sera, anche se la sua saga preferita rimane Grand Theft Auto degli inarrivabili Rockstar Games, che fin dal primo capitolo lo ha aiutato a diventare la brutta persona che imparerete a conoscere.