Il primo State of Decay fu, per certi versi, una vera e propria sorpresa: un titolo grezzo ma altamente vario e divertente sul fronte gameplay, in grado di dare un po’ di aria fresca ad un genere fin troppo “abusato” in ambito videoludico. I ragazzi di Undead Labs, seppur non disponendo di ampie risorse, si lanciarono nel panorama “indie” di Xbox 360 con la formula degli Xbox Live Arcade, riuscendo ad ottenere ottimi responsi tra pubblico e critica. Porting su PC – e successivamente Xbox One – espansioni e riedizioni ne consacrarono il successo e, per forza di cose, arrivò l’annuncio di un secondo capitolo, in uscita su Xbox One e PC come esclusiva Microsoft. Abbiamo potuto provare a lungo questo interessante State of Decay 2 e moriamo dalla voglia di raccontarvi le nostre considerazioni finali sulla nuova fatica degli Undead Labs. L’esperienza maturata con il primo capitolo sarà bastata al team per confezionare un prodotto di spessore?

Scopriamolo assieme…

La Piaga del Sangue

Lanciato State of Decay 2 ci accorgiamo fin da subito di alcune, sostanziali, differenze dal primo capitolo. Il survival degli Undead Labs, infatti, ci consentirà di scegliere la coppia di sopravvissuti iniziali scegliendone tra diverse già create – brutta notizie per tutti quelli che speravano in un editor del personaggio: anche in State of Decay 2 mancano totalmente possibilità di personalizzazione. Dopo una prima decina di minuti di tutorial in-game, che funge da intro per il gioco, verremo catapultati all’interno dell’area di gioco, con la possibilità di scegliere la posizione del nostro primo rifugio tra tre potenziali candidati. L’incipit è il medesimo del primo capitolo: una misteriosa infezione, nota come “Piaga del Sangue”, ha infettato buona parte della popolazione mondiale, costringendo i sopravvissuti a riunirsi in piccole enclavi, cercando di sopravvivere alle ondate sempre più crescenti di non morti che calpestano le strade.

Come il suo predecessore, State of Decay 2 si presenta come un survival game a mondo aperto, dove dovremo mettere in atto tutte le tattiche di sopravvivenza (anche ricche di una discreta componente stealth) e possibilità gestionali che il gioco ci mette di fronte. La componente puramente gestionale dà la possibilità al giocatore di scegliere tra una grande varietà di luoghi per costruire una base per il gruppo. Tuttavia, le possibilità non si fermano qui, dato che sarà possibile costruire strutture come giardini, cucine, aree di pronto soccorso e barricate per difendersi dalla popolazione infetta. La gestione della nostra base, e conseguentemente del nostro gruppo di sopravvissuti, sarà strettamente legata alla disponibilità di risorse a nostra disposizione, ed è qui che entra in scena la componente prettamente survival di State of Decay 2. Seppur non vi siano stravolgimenti di sorta in chiave gameplay (anche se abbiamo notato un notevole abbassamento del livello di difficoltà, che renderà meno frequente la morte dei nostri sopravvissuti – sì, il permadeath è sempre presente), il titolo degli Undead Labs offre la medesima libertà d’azione messa in mostra dal precedente capitolo, dando modo al giocatore di muoversi liberamente sulla mappa – suddivisa in tre grandi macro aree – raccogliendo risorse e materiali all’interno dei vari edifici. Tramite specifiche torri di osservazione, inoltre, saremo in grado di scorgere i vari punti di di interesse, in modo da pianificare con metodo i nostri spostamenti in base alle risorse di cui più abbiamo necessità. L’integrazione di un sistema di progressione atto a premiare l’effettivo “allenamento” nelle varie abilità – come armi a distanza o acrobazia – ci piace, così come il senso di crescita della comunità che, dopo le prime ore di gioco, inizierà ad evolversi costantemente, costringendoci a cercare con sempre più insistenza risorse e ad ampliare il nostro territorio eliminando le varie infestazioni che spuntano sulla mappa.

E mentre tra zone infestate, ricerca di materiali e uccisioni di zombie con armi improvvisate, tutto ci appare piuttosto familiare – forse fin troppo – i ragazzi di Undead Labs hanno deciso di gettare nella mischia una modalità cooperativa, elemento che forse costituiva la più grande mancanza del suo predecessore. Grazie alla radio integrata nel menu di gioco potremo prendere parte a spedizioni nel mondo di gioco insieme ad altri tre amici o estranei, condividendo la nostra partita e rendendola, di fatto, aperta a tutti o, ovviamente, visitare quello di altri giocatori per “toccare” con mano le differenze sostanziali generate dalle scelte degli altri.

Ma quella che manca tanto a State of Decay 2 è una componente narrativa di spessore. Le storie che fanno da contorno alle nostre missioni – principali o secondarie che siano – risultano prive di mordente, dato che non riescono a catturare l’attenzione del giocatore in nessuna occasione. Peccato.

Benvenuto Unreal Engine?

Una tra le più grande pecche di State of Decay 2 risiede, appunto, nel comparto tecnico. Nonostante il passaggio su Unreal Engine – il precedente episodio girava su CryEngine 3 – i miglioramenti grafici sono piuttosto minimali. Ambientazioni, texture e soprattutto animazioni risultano piuttosto scialbi e approssimativi. Abbiamo avuto modo di provare il titolo sia su Xbox One (standard)Be che su PC ed in entrambi i casi la situazione è abbastanza tragica: su Xbox One ad esempio, nonostante i dettagli grafici nettamente inferiori alla controparte PC, il gioco presenta diversi cali di frame piuttosto evidenti e svariati glitch grafici, in parte dovuti allo spawn “improvviso” degli zombie su schermo. Su PC la situazione migliora, ma solo in parte, grazie soprattutto alle varie possibilità di personalizzazione grafiche introdotte dagli Undead Labs.

Sul sonoro nulla di stupefacente. Oltre ad un comparto musiche piuttosto anonimo, il doppiaggio (in lingua inglese) galleggia sulla mediocrità.

Concludendo…

State of Decay 2, pur migliorando diversi aspetti della precedente iterazione, non riesce a sorprendere a dovere. I difetti storici, cooperativa a parte, non sono stati risolti e ne risulta un titolo sì divertente ma molto grezzo sotto tanti aspetti, in primis un comparto audiovisivo davvero al di sotto degli standard attuali.

A chi lo consigliamo? Sicuramente agli amanti del primo capitolo – e a quelli che masticano survival e zombie quotidianamente – che troveranno in questo titolo un valido compagno di avventure, grazie soprattutto alla nuova modalità cooperativa, in grado di donare una marcia in più al fattore divertimento.

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Nerd purosangue classe 1992, si avvicina al mondo dei videogiochi grazie al SEGA Master System di sua madre. Destreggiandosi tra Alex Kidd e Sonic the Hedgehog, comincia a farsi una importante cultura videoludica a base di platform e beat ‘em up. Fedele seguace della “master race”, consuma giochi di ruolo dalla mattina alla sera, anche se la sua saga preferita rimane Grand Theft Auto degli inarrivabili Rockstar Games, che fin dal primo capitolo lo ha aiutato a diventare la brutta persona che imparerete a conoscere.