Kadogo: bambini che sovvertono l’ordine sociale

La situazione per i bambini che vivono nelle zone logorate dalla guerra non è per nulla semplice. I genitori e, prima di loro la società, non riescono a garantire la loro incolumità ed è per questa ragione che, in primo luogo, la milizia rappresenta spesso per questi ragazzi un luogo più sicuro della propria famiglia e, in secondo luogo, un mezzo che garantisce prospettive di sopravvivenza maggiori rispetto a quelle offerte dalla comunità. Jourdan chiarisce con queste parole il problema:

“[?] Quando i genitori, per esempio, non hanno di che sfamare i propri figli (cosa molto frequente!), questi ultimi, per sopravvivere, possono scegliere di fuggire e di arruolarsi in una formazione militare dove perlomeno riescono a risolvere il problema del pasto quotidiano. Inoltre, nelle società destrutturate da crisi profonde e di lunga durata, la violenza non si limita a regolare la sfera politica, ma si insinua in ogni rapporto sociale e penetra nelle famiglie in cui spesso si assiste a un aumento degli abusi: anche in questo caso la milizia può rappresentare una valida alternativa a una condizione di sofferenza, ovvero una “comunità” in grado di offrire al bambino una sicurezza maggiore rispetto al nucleo famigliare. Tutti questi fattori contribuiscono a far sì che anche i più piccoli siano attratti dalla vita da combattenti: non stupisce, dunque, che in Congo molti bambini si siano arruolati volontariamente (sebbene in contesti del genere la differenza fra arruolamento volontario e arruolamento forzato sia piuttosto sfumata) [?]”. (6)

 

In una situazione del genere, nonostante siano presenti diverse privazioni e atrocità, la scelta dell’arruolamento è vista, altresì, come un momento esaltante della propria vita. Senso di appartenenza, gusto per l’avventura e voglia di novità, sono i principali fattori di attrazione. A questi si aggiunge un aspetto ben più grave: l’utilizzo delle armi (7).

Allo stesso tempo, il fatto di imbracciare un’arma e di utilizzarla contro dei civili inermi può conferire un sentimento di onnipotenza che “compensa” in parte le frustrazioni patite.” (8)

Con queste parole l’antropologo mette in luce l’aspetto più truce della vicenda, evidenziando successivamente quanto la facile reperibilità delle armi e il potere simbolico e sociale che esercitano, rappresentano soltanto i principali tasselli del problema. Un problema che negli articoli di stampa e nelle pubblicazioni specializzate viene spesso trattato in modo superficiale, tralasciando la dimensione sociale dei bambini e dipingendoli come vittime del mondo adulto e come soggetti privi di agency (9) alla quale è stata negata una adolescenza “normale”. I due termini sembrano contrapporsi per il semplice fatto che se da un lato è difficile concepire un bambino nei panni di un soldato (e quindi attribuirgli la capacità di uccidere), dall’altro il soldato è distante dal concetto di innocenza che solitamente siamo abituati ad attribuire al mondo dell’infanzia. Per tale ragione questi soggetti non possono essere considerati come delle vittime ma piuttosto come attori sociali attivi che possiedono, cioè, un ruolo determinante nei processi sociali del loro ambiente di provenienza. Questa difficoltà è data dalla nostra esclusiva rappresentazione occidentale del concetto di infanzia e, di conseguenza, di tutte le caratteristiche che questa immagine genera. In Occidente il bambino tende ad essere considerato un soggetto da proteggere e tutelare, a cui sono riservate alcune attività come il gioco e lo studio mentre altre gli sono proibite (lavoro e guerra).

“Questa concezione si inquadra in una visione stadiale dell’esistenza (pensiamo, in campo psicologico, alle teorie di Jean Piaget), la quale porta a considerare l’infanzia come un periodo a sé stante della vita, caratterizzato da felicità, innocenza e spensieratezza. E in effetti, quando queste condizioni non si verificano, si parla di “infanzia negata”. (10)

 

In molte società africane la condizione di bambino e di adulto è determinata tradizionalmente più dal ruolo sociale del soggetto che non dall’età. Per avvalorare maggiormente quest’ultima espressione possiamo prendere in esempio il caso del regno Nso’, nella regione delle grassfield del Camerun. Come mostrato dall’antropologo Ivo Quaranta, in questa società sono presenti due categorie di uomini: «i primi sono i cadetti non sposati percepiti come figli (e bambini) indipendentemente dalla loro età. […] I secondi sono gli uomini sposati, inseriti nella linea di discendenza di un notabile, dotati di un potere generativo, del potere cioè di trasmettere l’essenza vitale ricevuta dagli antenati». Quello che si evince da queste considerazioni è il fatto che le persone adulte possono essere considerate bambini: «la gerontocrazia a Nso’, come in altri contesti, non si fonda sul fatto che crescendo si accumula potere, ma al contrario sulla logica che accumulando potere si cresce a prescindere dalla propria età»(11).
Come si può intuire dall’analisi svolta fino a questo punto, nel continente africano la distinzione fra infanzia e mondo adulto non ricalca quella occidentale accettando come pratica usuale veder lavorare i più piccoli nei campi o mentre aiutano nelle faccende domestiche, mentre nelle metropoli sono numerosi i bambini che trovano un’occupazione nei settori più disparati per arrotondare il povero budget famigliare.
La situazione è in continuo peggioramento e in alcune città, come Kinshasa ad esempio, ogni giorno molti bambini che vivono per le strade della città, chiamati shege, cercano di far fronte al problema della sopravvivenza che ogni giorno devono far fronte al problema della sopravvivenza. In molte famiglie la situazione non è migliore: la mancanza di cibo, che con la guerra ha raggiunto prezzi inaccessibili, impone di fare a turno per mangiare: un giorno mangiano i genitori e l’altro i figli. A questa condizione precaria e al limite della sopravvivenza si è assistito recentemente ad un aumento delle accuse di stregoneria nei confronti dei più piccoli e nella maggioranza delle volte sono i parenti prossimi delle vittime ad accusare i bambini di essere una strega o uno stregone e di aver portato alla disgrazia un membro della famiglia (malattia, perdite economiche, morte, etc.).
Così il bambino accusato viene abbandonato per strada diventando uno shege. Questo fenomeno è il sintomo di un disagio quotidiano che i congolesi cercano di dissimulare attraverso queste accuse. La “crisi di senso” che ne deriva si ripercuote sul bambino che viene trasformato nell’immaginario locale come capro espiatorio di una realtà fumosa e incomprensibile.

“Bambini stregoni e bambini soldato sono divenute “figure ordinarie” del panorama sociale: vittime e attori allo stesso tempo, queste nuove forme d’infanzia, difficili da collocare, fanno continuamente parlare di sé, prendono possesso dello spazio pubblico e vanno a occupare ruoli inediti nella società congolese.” (12)

L’arruolamento tra le milizie locali permette a questi bambini di sottrarsi ad una condizione di esclusione e, al tempo stesso, di realizzarsi nella figura della “persona forte” e particolarmente accreditata nell’immaginario giovanile: il combattente. Il combattente, infatti, è in grado d’imporre le proprie regole alla popolazione civile. Nel caso dei kadogo si assiste a quel fenomeno, accennato nella prima parte, in cui i bambini soldato sovvertono l’ordine sociale, riuscendo a prevalere sugli adulti e sconvolgendo gli abituali rapporti generazionali di potere. L’adesione, inoltre, rappresenta il tentativo di accedere agli aspetti materiali e simbolici di quella modernità sbandierata dai media, sottraendosi così ad una condizione di esclusione e passività.
Una risposta, quindi, alla situazione di profondo disorientamento generale, alimentato dal persistere di un conflitto che si riproduce all’interno di un’economia di rapina in cui la guerra stessa è diventata un modo di produzione. In una situazione del genere, le società locali, profondamente destrutturate dal perdurare delle ostilità, non riescono più a elaborare un senso coerente e condiviso della realtà e degli eventi (13).
Qual è, dunque, il margine di scelta che hanno questi soggetti quando decidono di arruolarsi? La risposta a questa domanda non può essere univoca e solo un approccio etnografico può aiutarci ad addentrarci nel problema.

“[?] Quando imbracciare un’arma diviene l’unica alternativa alla morte si è infatti volontari e forzati allo stesso tempo”.*

La milizia diventa un luogo in cui è possibile trasgredire dove è possibile, per esempio, fumando tranquillamente marijuana e rubando. Dalle parole di Kavira (14), una delle ragazze intervistate da Jourdan, emergono e si fanno concreti questi scenari: “volevo mangiare senza lavorare, volevo andare in macchina e fumare la *chanvre” (15) – emerge un immaginario associato a un capitalismo millenarista carico di promesse illusorie (Comaroff, 2005: 28): si tratta di un ideale fantastico, che allude a un benessere raggiungibile senza lavoro, e che però in concreto può essere perseguito solo attraverso l’appropriazione violenta (Jourdan, 2010: 103).
A conferire un senso all’esperienza della giovane è il cosiddetto pillage, una pratica ritualizzata di saccheggio che rappresenta la migliore attrattiva per molti giovani e bambini all’arruolamento sia per l’immaginario a essa collegato che per i benefici materiali che procura. Questa collocazione li pone in una posizione in bilico fra potere e debolezza.

 

Mission in Metal Gear Solid V: The Phantom Pain

Vi sono diverse missioni, tra principali e secondarie, che pongono come obiettivo primario il recupero di alcuni bambini assoggettati dai signori della guerra contro cui combatte Snake. Dalle scene osservate nel videogioco si può notare come, ad esempio, i bambini siano costretti a svolgere alcuni lavori in loco e riescano ad entrare in possesso di quei beni materiali di cui accennavo nel paragrafo precedente. Nel momento in cui Snake si muove nelle desolate e pericolose terre africane, durante una missione di recupero si imbatte in alcuni bambini che si trovano sotto la custodia forzata (si trovano dietro le sbarre) dell’esercito locale. Il primo gesto che mettono in pratica alla vista di una persona sconosciuta è, verosimilmente o inverosimilmente considerando quanto detto fino a questo momento, quello di mostrare una manciata di pietre preziose come gesto per pagare la loro liberazione. Una volta liberati sono gli stessi bambini che mostrano al protagonista la strada migliore per evitare le guardie e mettersi in salvo, dimostrazione che possiedono un’elevata familiarità con l’ambiente circostante.
Anch’essi, inoltre, sono silenziosamente incuriositi dalla mappa tridimensionale sfoggiata dal protagonista nel momento in cui prepara la fuga. L’immagine candida e perfettamente in linea col pensiero occidentale di cui abbiamo parlato, viene in parte distorta quando giungono al campo base. Uno dei bambini, infatti, alla vista di un fucile e infastidito da una situazione giudicata pericolosa, che rinvia ad un immaginario in cui i bambini soldato imparano a cavarsela da soli fuggendo dalle angherie dei propri warlods, agisce d’istinto togliendo l’arma ad uno stupito Ocelot.

 

Questi sono alcuni esempi di interazione tra videogioco e realtà ma il tema dei bambini soldato come abbiamo visto è contorto e piuttosto arduo da mettere a fuoco, pertanto nel prossimo articolo mi occuperò di far luce sul rituale del pillage e il suo ruolo nelle guerra africane in generale e di quella congolese in particolare. Chiudo questa seconda parte con le parole di Jourdan in merito alla visione complessa generata dal tema trattato nel suo libro e ripreso in questo mio articolo.

“[?] Durante i miei soggiorni in Congo ho conosciuto decine di bambini soldato e ho sempre avuto difficoltà a considerarli semplicemente come delle vittime. Spesso mi sono ritrovato a pensare che in quella situazione era di gran lunga più vantaggioso e meno rischioso essere un soldato, anche se bambino, piuttosto che un civile indifeso. Devo ammettere che, riflettendo “a freddo” sulla questione al mio rientro in Italia, ho sempre smorzato la mia posizione: d’altra parte penso che capiti a molti antropologi, una volta a casa, d’incanalare le sensazioni e le intuizioni emerse sul campo all’interno di discorsi e paradigmi più conformisti e meno “rischiosi”.* (16)

Note

  1. Qui un altro estratto: “[?] In molti casi sono addirittura gli stessi bambini a cercare di eludere le regole che impediscono loro di arruolarsi. In Eritrea, per esempio, sebbene l’arruolamento dei minori di diciotto anni non sia particolarmente frequente, i bambini soldato sono comunque presenti nei campi militari. Generalmente non vengono impiegati al fronte, ma svolgono alcune mansioni nelle retrovie: montano la guardia, si occupano delle vettovaglie e delle pulizie, ecc. I soldati più adulti li chiamano jericans (taniche): tale nome deriva dal fatto che questi bambini, per riuscire a raggiungere gli accampamenti, si appendono alle sponde dei camion militari, dove abitualmente vengono fissate le taniche d’acqua, e attraverso questo sotterfugio riescono a entrare nei campi dove viene assegnato loro qualche compito”. Jourdan, Generazione Kalashnikov, p. 43-44.
  2. L’arma più diffusa al mondo, e anche quella più usata dai bambini soldato, è il fucile mitragliatore AK-47, progettato dall’ingegnere russo Mikhail Kalashnikov nel 1947. Si tratta di un’arma semplice da usare, funziona in ogni condizione e non richiede una particolare manutenzione: è impiegata in centinaia di eserciti e milizie e non è stata progettata appositamente per i bambini. In Congo il Kalashnikov è utilizzato da tutte le formazioni armate ed è reperibile ovunque a un prezzo che varia all’incirca dai cinquanta ai cento dollari (Jourdan, Generazione Kalashnikov, p.126).
  3. Jourdan, Generazione Kalashnikov, p.44. A questo riguardo David Rosen, un antropologo che si è occupato del conflitto in Sierra Leone, sostiene che molti ex bambini soldato da lui intervistati ricordavano la guerra come un periodo piacevole e con nostalgia (Rosen, 2007: 85).
  4. Ovvero la capacità dei soggetti di agire direttamente sulle proprie scelte.
  5. Jourdan, Generazione Kalashnikov, p. 48.
  6. Quaranta Ivo, Corpo, potere e malattia. Antropologia e AIDS nei Grassfields del Camerun, Roma, Meltemi, 2006, p.113.
  7. Jourdan, Generazione Kalashnikov, p. 53.
  8. Jourdan, Generazione Kalashnikov, p.102.
  9. Kavira è una ragazza di sedici anni che ha militato per tre anni nell’Apc, l’esercito che controllava per l’appunto la regione di Beni e Butembo. Nel gennaio 2002, poco prima che Jourdan ne raccogliesse la sua testimonianza, Kavira aveva combattuto a Mambasa.
  10. La chanvre è uno dei nomi con cui si definisce la canapa in francese. La canapa, canapa tessile, canapa industriale o canapa agricola è una varietà di pianta coltivata nella famiglia Cannabacee.
  11. Jourdan, Generazione Kalashnikov, p.141.

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