The Evil Within – Recensione

Il ritorno del survival horror?

Il genere survival horror, che lo si ami o si odi, ha subito nel corso degli anni una vera e propria evoluzione: dagli albori su NES (come non dimenticare il precursore dei Resident Evil, Sweet Home) fino alle console di attuale generazione. Questo genere negli anni ha visto nascere serie che tuttora vengono considerati i capisaldi di questo settore: Resident Evil, Silent Hill, Fatal Frame e Alone in the Dark ne sono un esempio. Per cause tuttora inspiegabili il survival horror, in passato considerato un eccellenza in ambito videoludico, ha iniziato un lento declino che è andato ad intaccare alcune delle serie citate in precedenza. Resident Evil, per esempio, dopo il meraviglioso quarto capitolo, ha abbandonato la natura horror che lo contraddistingueva, trasformandosi in un mero shooter in terza persona. Altro esempio lampante è Silent Hill, che tra spin off e remake non è più riuscito nell’intento di creare atmosfere capaci di spaventare e avvolgere il giocatore. Le speranze dei gamer sparsi per il mondo si sono quindi rivolte al misterioso progetto annunciato da Shinji Mikami, lo storico creatore dei Resident Evil, il quale promise di rilanciare definitivamente il survival horror con il suo The Evil Within. Le promesse saranno state mantenute dal buon Mikami e da Tango Gameworks? Scopriamolo insieme in questa recensione!

L’incubo prende forma

The Evil Within ci mette nei panni di Sebastian Castellanos, detective mandato ad investigare sulla scena di un brutale omicidio nei pressi di un ospedale psichiatrico. Sebastian e i suoi partner Joseph Oda e Julie Kidman scopriranno che dietro all’omicidio ci sono verità ben più sconvolgenti: un misterioso figuro incappucciato, di nome Ruvik, sembra essere il responsabile del disastro e ben presto il protagonista si ritroverà a dover fronteggiare un esercito di “posseduti” dietro al suo comando. The Evil Within, fin dalle prime ore di gioco, è strapieno di similitudini con l’ultimo capitolo di Resident Evil curato da Mikami, ovvero il quarto. Il gioco propone una moltitudine di ambientazioni assimilabili al quarto capitolo della famosa saga di Capcom: castelli in rovina e villaggi cupi e angoscianti ne sono un esempio. La trama tuttavia, non riesce nell’intento di convincere appieno il videogiocatore; seppur The Evil Within non manchi di ottimi spunti e colpi di scena, si ha come l’impressione che i ragazzi di Tango Gameworks abbiano buttato troppa carne al fuoco, dando vita ad una narrativa spesso confusionaria. Il background del protagonista risulta tuttavia maggiormente delineato rispetto alla trama di contorno, visto che verrà svelato tramite documenti e file sparsi per i livelli di gioco.

Resident Evil 4.5?

Dal lato del gameplay nudo e crudo, The Evil Within sembra essere a tutti gli effetti il seguito spirituale di Resident Evil 4. Partendo dalla visuale di gioco, controlleremo il protagonista con una telecamera in terza persona posizionata “sulle spalle“; lo stesso schema dei controlli è parecchio simile a quello visto nella saga di Capcom. Inizializzato il gioco a difficoltà “sopravvivenza” il titolo mostra tutto il suo potenziale “survival”: l’intelligenza artificiale dei nemici causerà parecchi grattacapi ai giocatori meno attenti, aggiunta alla scarsità di munizioni sparse per i livelli (no, non ci sarà il mercante a salvarvi il fondoschiena questa volta). Per ovviare alla presenza di poche munizioni, sono state aggiunte meccaniche stealth, che in The Evil Within ci consentiranno un buon numero di azioni atte a finire i nemici senza sprecare pallottole: nascondersi in armadi, distrarre i nemici con oggetti e accoltellarli di soppiatto sono solo alcuni dei rimedi offerti dal titolo. Ai livelli di difficoltà più alti sarà tuttavia molto complesso utilizzare le meccaniche stealth atte ad “ingannare” i nemici, visto il loro campo visivo decisamente ampio.

The Evil Within è un titolo difficile. Morire all’interno dei labirintici scenari, uccisi da nemici a volte invisibili potrà risultare frustrante per una buona fascia di videogiocatori (anche se a parer nostro, è proprio il livello di difficoltà uno dei punti di forza del titolo): ogni errore e distrazione sarà punita e al giocatore sarà richiesto di pianificare strategie più efficaci per portare a termine le sezioni di livello. L’impostazione survival del titolo, richiede al giocatore di saper dosare diligentemente le proprie risorse e munizioni, in modo da non incorrere in boss di fine livello completamente impreparati. Oltre alle meccaniche stealth, introdotte da Mikami, abbiamo apprezzato notevolmente il sistema di* potenziamento del protagonista*. In determinate circostanze sarà possibile recarsi in rifugi sicuri (sotto forma di clinica) in cui il nostro Sebastian potrà salvare la partita ed utilizzare la materia organica dei nemici per potenziare le proprie statistiche: dai semplici attributi come salute, attacchi senza armi e resistenza fino alla possibilità di aumentare capienza e danno delle armi.

The Evil Within è un esperienza interamente a giocatore singolo. La longeva avventura si snoderà per quindici capitoli, completabili (a difficoltà massima) in circa una ventina di ore. Nonostante il titolo offra un livello di sfida elevato, e delle meccaniche survival appaganti, il ripetersi di situazioni in cui incorreremo durante l’avventura, rischia in più occasioni di rendere di The Evil Within un gioco ripetitivo.

La next gen che non si vede

The Evil Within dal lato puramente estetico, ahimè, da tutta l’impressione di essere un titolo della passata generazione. Il gioco soffre probabilmente della sua stessa natura cross gen, scadendo spesso in fastidiosi cali di frame rate. Assurda inoltre, la scelta di Tango Gameworks di limitare l’esperienza visiva con le due “bande nere” poste sulla parte superiore ed inferiore nello schermo, che donano un effetto letterbox totalmente inutile. Al di là delle varie magagne tecniche, il livello dei dettagli di The Evil Within non fa proprio gridare al miracolo: i dettagli dei personaggi sono discreti, ma mossi da un comparto animazioni davvero carente; buone invece le ambientazioni, anche se spesso capiterà di imbattersi in texture poco definite, decisamente inadatte per un titolo di fine 2014. Ottimo lavoro invece sul lato sonoro: la soundtrack di The Evil Within riesce nell’intento di immergere il giocatore nelle innumerevoli ambientazioni angoscianti presenti nel titolo. Buon lavoro anche per quanto riguarda il doppiaggio, interamente in lingua italiana.

Concludendo?

The Evil Within è decisamente un ritorno al survival horror classico, che aveva contraddistinto gli ultimi lavori di Shinji Mikami. Sfortunatamente il titolo pecca sotto diversi aspetti, primo tra tutti la mancanza di vere innovazioni su un titolo che pare la coppia spudorata dal lato gameplay del suo “gemello” Resident Evil 4. In ogni caso mi sento di consigliare il titolo a tutti gli amanti del genere, che desideravano un vero ritorno alle origini.

CI PIACE

– Meccaniche di gameplay “survival”n- Ambientazioni angosciantin- Ottimo sonoro

NON CI PIACE

– Non innova il generen- Comparto tecnico deludenten- Le situazioni tendono a ripetersi

Conclusioni

Un ritorno alle origini bello e buono.

7.9Cyberludus.com
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Mattia Giangrandi
Nerd purosangue classe 1992, si avvicina al mondo dei videogiochi grazie al SEGA Master System di sua madre. Destreggiandosi tra Alex Kidd e Sonic the Hedgehog, comincia a farsi una importante cultura videoludica a base di platform e beat ‘em up. Fedele seguace della “master race”, consuma giochi di ruolo dalla mattina alla sera, anche se la sua saga preferita rimane Grand Theft Auto degli inarrivabili Rockstar Games, che fin dal primo capitolo lo ha aiutato a diventare la brutta persona che imparerete a conoscere.