GameStop, l’antro degli orrori

Per noi gamers ogni viaggio da GameStop è un po’ un’esperienza religiosa, un pellegrinaggio alla ricerca di un nuovo tassello del nostro bagaglio culturale videoludico. Pomposi preamboli a parte, è indubbio che il luogo eserciti su di noi un magnetismo la cui natura fenomenica sfugge ai più grandi esperti del Cern. Un punto d’incontro che si offre a interessanti riflessioni antropologiche, vista la sua varia e spesso spaventosa fauna sociale. La seguente inchiesta sociologica, libera da velleità scientifiche, mira ad approfondire alcune delle figure ricorrenti in questo ricco ecosistema, così, per ridere.

La madre confusa

Questa peculiare figura, temutissima dal personale di ogni GameStop che si rispetti, fa la sua apparizione generalmente nel momento di maggior affluenza, statisticamente tra le quattro e le sei di sabato pomeriggio, quando il negozio è pieno e la pazienza dei commessi ha già timbrato il cartellino di uscita. La madre (o la zia, alternativamente) varca la soglia del negozio con l’atteggiamento guardingo e timoroso di un cucciolo di cerbiatto, muovendosi con piccoli passi esitanti verso il bancone. Ma non lasciatevi ingannare, è una trappola. Innanzitutto la madre confusa taglia la fila con una costanza e una nonchalance che sfiora la sociopatia, secondo poi, sebbene confusa, la madre non accetta di buon grado correzioni o suggerimenti, provocando tutta una serie di implosioni iconoclaste nel malaugurato commesso di turno.

Tipico esempio di dialogo:

Signora: “Allora…vorrei quel gioco dove si catturano i cosi, quello nuovo per Super Nintendo”

Commesso: “Credo voglia dire Pokemon per Nintendo 3DS”

Signora: “No, non è quello. Quello del cartone animato”

Commesso: “Sono quasi certo sia Pokemon”

Signora: “Nooo, è quello con i mostriciattoli in treddì”

Commesso: “Signora, continuo a credere sia Pokemon”

Qualche battuta più tardi, dopo aver spinto il commesso sull’orlo dell’ictus, la signora se ne andrà stringendo felicemente una copia di “Giulia passione: allevatrice di nutrie”, pronta a rovinare l’infanzia del figlionipote.

L’indeciso

Il povero diavolo si presenta in negozio a metà pomeriggio con in tasca un esubero finanziario di qualche sorta e il fermo intento di investirlo in intrattenimento videoludico. Qui inizia la tragedia, perché l’indeciso vorrebbe almeno una centinaio di giochi, pur possedendo denaro sufficiente per un singolo titolo. Si lancerà quindi in una muta perlustrazione lungo gli scaffali del negozio, con gli occhi fissi sullo scatolame policromatico e un crescente senso di ansia nel cuore. Col passare delle ore l’ansia dell’indeciso sfocerà in una cupa e sudaticcia angoscia che lo porterà, a malincuore, a restringere la selezione a una decina di titoli. A cinque minuti dalla chiusura, su consiglio affatto disinteressato del commesso, sceglierà un giocone AAA che, ovviamente, non girerà mai e poi mai sul PC del malcapitato o, alternativamente, causerà il brick della di lui console.

L’esperto

Sono sicuro che almeno una volta nella vostra carriera di gamers avrete avvistato questa temibilissima figura. Arriva in negozio puntualmente alle 9 e 5, piazzandosi tra gli scaffali e occhieggiando il personale intento ad aprire i pacchi delle spedizioni. L’esperto comincia la sua giornata attaccando bottone col commesso di turno, scambiando informazioni (per lo più false), discutendo gli ultimi rumors e offrendo giudizi (non richiesti) su ogni singolo gioco uscito o in uscita nel successivo lustro. Questo petulante figuro offre però il meglio di sé quando nel negozio entra un indeciso. L’esperto piomberà sul malcapitato con rapace determinazione, incantandolo con discorsi di apparente profondità e tecnicismi da programmatore, sconsigliando tal gioco perché “La madre del lead programmer in quel periodo non stava bene quindi le meccaniche di parry sono sbilanciate a sinistra sul piano cartesiano” e tal’altro perché “è ispirato ad un libro che è stato proibito in Lapponia ed essendo gli sviluppatori di origine Inuit sicuramente non hanno dato consistenza alla storia che, tra l’altro, è ambientata all’equatore”. Ubriaco di parole lo sventurato finirà per cedere, portandosi a casa Giulia passione: palombaro. Va notato che una buona percentuale di esperti non possiede alcuna macchina da gioco e alcuni, senza fissa dimora, vivono nei garage dei centri commerciali.

Il telefonista incazzato

Questa creatura, dall’aspetto ignoto, deciderà di telefonare proprio nel momento in cui scatterà il vostro turno al bancone. Come ciò avvenga è tuttora ignoto alla scienza. Non sentite molto della conversazione ma deducete, dal crescente senso di tensione, che l’interlocutore è molto alterato per qualcosa e si ostina a fare richieste di difficile soddisfazione. (Mezza) Conversazione tipo.

“Salve GameStop sono Pierfranco, come posso aiutarla?”

“No, guardi che non esce ora. Esce nel 2016”

“Non credo abbia potuto diglielo, non ce lo possono spedire perché esce fra due anni”

“Non c’è bisogno di alzare la voce, se vuole controllo ma non vedo come….. Ok, ora controllo”

Pausa in cui il commesso vi offre uno sguardo pieno di tristezza.

“No, ho controllato e non c’è”

“Sì, sono sicuro”

“Non credo che altri negozi possano averlo prima di due anni”

Si tocca ripetutamente la tempia con l’indice.

“Mi dispiace che voglia lamentarsi ma non posso proprio aiutarla”

Imprecazione labiale

“Buonasera a lei”

Mal comune mezzo gaudio

Questi solo alcuni dei protagonisti di quel ricco vivaio sociale che è GameStop, ora la palla a voi lettori. Quale altro lovecraftiano orrore avete incontrato da GameStop e come l’esperienza ha cambiato la vostra visione del mondo?

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Redazione
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