Un mondo difficile, per persone “facili”: la ricetta per il guadagno, è comprare vestiti per toglierseli davanti una cam

Ciao mamma, ciao papà: la vita, oggigiorno, è complicata. Il Covid, la crisi, i soldi: un turbinio terrificante, da incubo. Un misto di inatteso e ormai scontato, sino quasi ad una disumana meccanizzazione pavloviana. C’è o non c’è, non fa differenza: siamo sempre in “crisi”, per i media. Una vita complicata, dicevamo: e magari, proprio per questa sua inestricabile complicatezza, non è facile esser in grado di seguir tutto. Per mancanza di energia, per mancanza di tempo. Perciò, una domanda vorrei fartela, cara mamma, caro papà: lo sai che tua figlia si spoglia per soldi? No? Bene, siediti, sgombra la mente e prendi fiato. Purtroppo, è la (probabile) verità. E diciamo figlia perché, il fenomeno (ormai, quasi una barzelletta) di cui “sveleremo” (ah-ah) l’esistenza, davvero e purtroppo ignoto a tantissimi adulti (tranne per i “clienti”, naturalmente), coinvolge in larghissima misura le ragazze e in una nettissima minoranza gli uomini. In altrettanta ampia parte, giovanissime e al limite della legalità (seppur, il dubbio che ci sia anche qualcuno o qualcuna al di sotto, è sempre fortissimo). Ma andiamo con ordine.

Spogliarsi per soldi: il metodo

Due parole, facili facili: “lewd cosplay”. Dietro due termini (uno insignificante, l’altro un fenomeno culturale decennale) si nasconde un mondo assai “variopinto”, derivazione più “sui generis” del fenomeno delle cam a luci rosse. Prima di descrivere il modus canonico, è bene precisare perché questo articolo si concentrerà sul fenomeno del cosplay “erotico”. Un fenomeno alienante (spesso, modelli e modelle si autoritraggono in stanze, sempre le stesse, modificate marginalmente per ospitare in modo coerente con la “tematica” degli scatti) e di facilissimo accesso (mamma, papà, ricordi quando hai comprato online il costume di Rukia a tua figlia? Beh, è probabile che se lo sia “tolto”). Un fenomeno che al contempo sfrutta la chirurgica e ondivaga tendenza di manga, anime e videogames a ricorrere, spesso con giustificazioni relative e che vanno dall’ironia sino alla denuncia sociale, su modelli femminili che, in tutto e per tutto, rispecchiano una malata ed estremamente “fallocentrica” visione della donna. Spesso dalle forme abbondanti, spesso vestita con abitini inesistenti: non v’è nulla di male, se non fosse che chi produce e disegna, sa benissimo che il settore è in larga misura dominato da un pubblico maschile. E c’è un proverbio, esemplificativo e funzionante dall’alba dei tempi, che parla di “peluria” e di carri trainati da buoi: un successo garantito e basta accendere la Tv o seguire un qualsivoglia spot. Chiuse in camera, col vestitino acquistato con la carta di credito di mamma e papà, cominciamo con i timidi scatti “puritani”. Ma i like, i commenti, i retweet: sono bassissimi, rispetto alla controparte osè che, addirittura, ci guadagna. La tentazione, specialmente fra i più giovani, è fortissima: tanti soldi, facili, e tanta pseudo popolarità.

Ecco, soffermiamoci sui soldi e sulla popolarità: un mondo che si dipana attraverso diverse piattaforme social, secondo una perfetta strategia di “marketing” (quasi divenuta granitica consuetudine) tra i vari esponenti del “fenomeno”. Esponenti che, sempre per soldi e popolarità, si auto-comprimono sino a diventare un prodotto, da auto-reclamizzare e chino alla volontà dei “clienti. Ma dove avviene la “vendita” o il “customer fishing”? Sia su quei social gratuiti (Twitter ne è stra-pieno, nascosto, si fa per dire, dietro avvertenze di prossima visualizzazione di contenuti per “adulti”), che fungono un po’ da “esca”: le pagine di ragazze (e, all’apparenza, ragazzine) stracolme di post in pose “studiate”, che sembrano mostrare ma in realtà non mostrano i lembi di pelle “giusti”. E come si fa, per poterli vedere? Ci sono due metodi: o condividere il tweet originale (o il post, il fenomeno è diffusissimo anche su Facebook, smistato tra vari gruppi “segreti” o “mascherati” da altro) per avere in premio l’immagine ignuda, convenientemente oscurata il giusto per far “presagire” il “lauto” pasto. Oppure, semplicemente, seguire la muraglia infinita di link e contro link, esposti in maniera maniacale dalle “modelle” e dai “modelli”, che reindirizzano l’utente “smanioso” verso piattaforme esterne ai classici social gratuiti, come può esser Patreon, Onlyfans, Gumroad. Piattaforme che, con il mantra del donare spazi agli artisti e far si che essi possano guadagnare dalla propria arte (un concetto giustissimo), non disdegnano però d’ospitare tonnellate e tonnellate di produttori di contenuti dal dubbio valore artistico, ma dall’alto contenuto erotico (e, in ultima istanza, al limitare della più classica pornografia).

Naturalmente, a pagamento: perché, sì, per poter vedere la 18enne (compiuti due giorni fa) vestita da Nami o da Sakura, coi costumini acquistati online, spogliarsi e mettersi in tutte le pose che fanno venire l’acquolina in bocca al “maschio dominatore” (dietro uno schermo, sia chiaro), devi pagare. E non poco. Il modus solito, è quello di comprare un vestito, creare un set di foto o video e poi metterlo in vendita online. Ma è un vero e proprio supermercato del corpo: set nuovi, nuovi “contenuti”, pose particolari e studiate (come il diffusissimo “Ahegao”, un’espressione presa a pié pari dal mondo dei manga hard, fatta di occhi roteanti, lingua di fuori e quant’altro a simulare uno stato di estrema estasi “orgasmica”). Ma addirittura sconti e abbonamenti di varie taglie e misure concomitanti con i più classici saldi commerciali dei settori “ordinari”. D’altronde, “pecunia non olet”.

Mercificazione del corpo, mercificazione della cultura

Ma, se i soldi non puzzano, tutto quello che gravita attorno sa di “marcio”. A partire da una vasta e venefica mercificazione d’ogni cosa che, questa “dubbia” consuetudine, porta con sé. Del corpo, della persona ma anche della cultura sottesa. Perché anime, manga, videogame, cartoon, sono tutte forme d’arte. Media culturali moderni, per certi versi semplificati e adattati alla necessità di “velocità” e di giungere subito al sodo (almeno, all’apparenza) che distingue i tempi moderni. E anche il cosplay, inteso nella sua accezione “ortodossa”, è arte e connubio di abilità sartoriali e attoriali di tutto rispetto. Arte che viene, appunto, ridotta ad una “giustificazione” per spogliarsi e far soldi da ragazzini e ragazzine, sfruttando quello che tante modelle più note hanno capito da un pezzo: il settore è vergine, la competizione è altissima per ragazze e ragazzi normali, ma per modelli (quindi, soggetti “autoplasmatisi” obbedendo alle leggi del mercato relative alla bellezza “giusta”) non ve n’è affatto. Perciò, al seguito dei “professionisti” dell’indossa/togli per soldi, attratti proprio dalla superficiale facilità nell’ottenere soldi e fama, una vagonata di adolescenti o “barely teen” pronti a “disossarsi” per una manciata di euro. Ignorando, soprattutto nel caso di forme corporali non proprio “vicine” agli standard dettati da marketing e affini, che per poter galleggiare in un mercato terribile e ultra competitivo c’è un solo modo: continuare a spogliarsi, sempre di più, sempre più a fondo e in modi sempre più spinti. Una mercificazione tesa ad un gretto assoluto così evidente e così mortificante, che, appunto, può esser solo ignorata completamente dagli stessi protagonisti, in negativo, di questo articolo: gli adolescenti. Che, è lecito ipotizzare, vedano solo soldi e popolarità (per i motivi sbagliati?). Ma naturalmente, tra i colpevoli non v’è solo la proverbiale “ingenuità” dei più giovani: ovviamente, il mercato obbedisce ad una domanda “fortissima”. E’ un mercato in espansione perenne e che non conosce crisi: un set di foto, solitamente corredato da video di varia natura e che vanno dall’erotismo alla vera e propria pornografia, può arrivare ad esser venduto anche a 100 o 200 euro. E parliamo di ragazzini e ragazzine normali con un seguito limitato a poche centinaia di follower. Ma, tra i professionisti, c’è chi arriva a guadagnare, in questo modo, cifre da capogiro a 5 o 6 zeri al mese, alimentando il “falso mito” del guadagno facile con poche decine di scatti. In conclusione: il senso stesso di queste parole è fornire un “dubbio”, accendere un riflettore su di un angolo della cultura adolescenziale che è, per i più giovani, scontatissimo. Ma per gli adulti, al contrario, pare essere praticamente un territorio inesplorato. Per questo, quando il corriere consegnerà l’ennesima parrucca o abitino, fermatevi a riflettere e “approfondite”: spesso, per far comprendere le storture, basta un dialogo e poche parole. Oppure, al contrario: basta una parola, per rendere le scelte coscienti o meno. Con tutte le propagazioni e le conseguenze ch’esse portano con sè.

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1 COMMENTO

  1. Ciao Donato, vorrei farti i miei complimenti per il tuo articolo. Ho apprezzato molto il tentativo di analisi del fenomeno sul fronte linguistico, ma mi sorge un po’ un dubbio sul concetto di “arte”, che entra in opposizione con la pornografia. Personalmente non ho mai pensato che la pornografia levasse in minima parte il valore artistico di una produzione, sia essa filmica o fotografica, così come non ho mai pensato che il “vil denaro” possa in qualche modo denigrare il modus operandi di una certa attività. Con questo non voglio in alcun modo giustificare l’esistenza di una pornografia velata: essa è sì legittima in quanto forma di intrattenimento, ma soggettivamente non condivisibile come forma di emancipazione che distoglie il focus da un vero e proprio atto di vendita del corpo. D’altronde, è come se vendessi il tuo corpo sul ciglio della strada; non è la penetrazione che, concettualmente, de-valorizza il tuo operato, quanto l’intenzionalità dell’azione che ne determina il suo stesso valore. Comunque sia, credo che una parte del tuo articolo tenda un po’ verso la de-legittimmazione dell’aspetto commerciale di un prodotto, come se il processo economico determini il non-valore artistico di un prodotto, seppure non sia quello il nucleo del tuo articolo. Però ripeto: mi è piaciuto molto, e se ho interpretato male quello che hai scritto ci tengo che tu me lo faccia notare.

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