HALF LIFE – CRONACA DI UN MITO

Vediamo tutto nero, lentamente appare un testo che indica il nome del gioco, poi si accende la scena, come se aprissimo gli occhi dopo esserci assopiti. Ci guardiamo intorno, mentre il clangore metallico della monorotaia segue quel binario che ci porterà a destinazione. Guardiamo il mondo che ci circonda dai finestrini del vagone: tutti sono a lavoro immersi nei rispettivi compiti. Le guardie della sicurezza presidiano punti precisi o sono impegnate in qualche mansione di routine; gli operai adoperano le macchine da lavoro pesanti, avveniristici montacarichi e altri macchinari; gli scienziati trottano verso il proprio laboratorio senza curarsi di noi o degnandoci occhiate fugaci. E’ un giorno come un altro a Black Mesa, Nuovo Messico, base militare e sede di laboratori di ricerca altamente tecnologici. Un testo in sovraimpressione ci informa della nostra identità: Gordon Freeman, è questo il nostro nome, un giovane ricercatore di discreto livello. All’arrivo a destinazione il nostro amico Barney, una guardia di sicurezza, ci invita a far presto perché siamo in ritardo sulla tabella di marcia del nostro lavoro. Bisogna recarsi subito al laboratorio di Materiali Anomali.
E’ così che comincia Half Life, semplicemente il miglior sparatutto in prima persona di sempre. Non a caso dal momento della sua uscita (20 novembre 1998) è stato premiato oltre cinquanta volte come il miglior gioco dell’anno dalla stampa specializzata, e per tre volte la rivista PC Gamer lo ha nominato “Miglior gioco PC di sempre” negli anni 1999, 2001 e 2005.
Erano gli anni di Quake 2 e dei tanti videogiochi che si appoggiavano a ID Software per garantirsi un motore grafico all’avanguardia e senza spendere molte risorse finanziarie. Erano gli anni di Fifa: Road to World Cup ’98, World Cup ’98 e il nuovo Fifa ’99. Era il tempo di Baldur’s Gate e a distanza di anni andava ancora forte il bellissimo Geoff Crammond’s Formula One Grand Prix 2. Fu allora che una software house emergente, tale Valve Software, acquisì i diritti per sfruttare il potenziale grafico dell’engine che dava vita a Quake II e che affascinava migliaia di utenti. Ma quello che era nella mente dei geniali sviluppatori non poteva limitarsi all’offerta dell’engine grafico di Quake. Così pensarono bene di modificarlo un po’, giusto il 70% o poco di più. Il risultato fu chiamato “GoldenSource”, e garantiva delle movenze dei personaggi molto realistiche, il movimento delle labbra durante i dialoghi ed espressioni facciali convincenti. Aspetti tecnici a parte, il primo titolo di questa software house avrebbe avuto, nella storia dei videogiochi e nella concezione degli Sparatutto in Prima Persona (FPS), lo stesso impatto e gli stessi importanti cambiamenti che causò il meteorite che colpì la terra sconvolgendo qualsiasi equilibrio formatosi fino allora.
Sconvolgente, parola più adatta a definire Half Life, per quei tempi, non si può scrivere. Un FPS che dall’inizio alla fine non interrompe mai l’esperienza di gioco per spiegare la trama con delle scene d’intermezzo. Che fossero fatte con il motore di gioco o in computer grafica, a Valve Soft. non importava: Half Life avrebbe narrato tutta la vicenda direttamente sotto lo sguardo del giocatore/protagonista, senza interruzioni. Dopo Half Life, niente sarebbe stato più come prima, nessun FPS sarebbe potuto essere concepito senza dover fare i conti con un nuovo metro di paragone, una nuova pietra miliare nella storia dei videogiochi, una svolta epocale in un genere che sembrava non avere più frecce al proprio arco. E così, dalla brillante mente dei creativi di Valve, e ispirandosi nemmeno tanto segretamente a film quali “Alien” o alle opere del visionario G. Orwell, come “1984” e la sua società distopica, ecco che gli avventurieri sono calati in una piccola nuova realtà, un frammento di pianeta Terra che i più informati chiamano Black Mesa.

La Black Mesa Research Facility è un complesso immaginario che è facile rapportare alla più famosa Area 51. E’ una base militare strettamente sorvegliata e rigorosamente segreta che accoglie numerosi laboratori di ricerca. Ai militari quindi si affiancano gli scienziati dediti alla ricerca e all’esame di materiali più o meno conosciuti, più o meno terrestri. Sembra un giorno come un altro, a Black Mesa, ma impareremo presto che il detto “nel posto sbagliato al momento sbagliato” si addice a Gordon Freeman più di qualsiasi cosa ci venga in mente. Durante un esperimento di routine, atto all’analisi di un frammento non identificato, proveniente da non si sa dove, una cascata di risonanza scatena il pandemonio e apre varchi dimensionali che si affacciano su altri pianeti. Dopo mille scosse telluriche ed esplosioni riusciamo a farci strada verso l’uscita assistendo impotenti ai tristi destini di quelli che incrociamo al nostro passaggio: vittime dei crolli, delle esplosioni e degli alieni che varcano questi portali dimensionali. Durante la fuga veniamo a conoscenza del fatto che forze militari sono inviate a Black Mesa, ma solo per sterminare tutti i dipendenti di Black Mesa e di catturare alcune specie aliene. Affronteremo, oltre ai militari, varie specie di alieni invasori e un mastodontico mostro a tre teste; spediremo in orbita un satellite e infine vagheremo in quel che resta di un pianeta alieno alla ricerca del Nihilant, apparente causa di tutti i guai.
Tralasciamo volutamente ogni altra informazione sulla trama, per non rovinare a nessuno il piacere di giocare un titolo che non si è mai giocato, oppure di giocarlo nuovamente non avendo bene in mente la conclusione o i risvolti della narrazione.
C’è una cosa, poi, che rimane impressa nella mente di chi gioca Half Life (anche HL va bene, NDR) ed è il carisma di alcuni personaggi. All’inizio faremo subito la conoscenza dei dottori Breen, Kleiner e Vance, per esempio, oppure del simpatico Barney, senza dimenticare quell’inquietante “uomo con la valigetta” che tanta antipatia e soggezione suscita, quando incrocia il nostro sguardo per poi voltarci le spalle e andar via, senza dire una parola.
Anche sul fronte delle armi, HL, è una vera sfida d’innovazione e originalità. Quel piede di porco all’inizio del gioco è tanto originale quanto portatore di tanta insicurezza. Converrete con me che non è tanto rassicurante affrontare viscidi e schifosi “headcrab” (o succhia-teste) ispirati dal film “Alien” senza mettere tra noi e loro la canna di un fucile a pompa, almeno all’inizio del gioco. Tra le altre armi ricordiamo la classica pistola semiautomatica, il fucile a pompa, la mitragliatrice, il revolver, il lanciarazzi, e (verso la fine del gioco) anche armi aliene o sperimentali. Le armi sono riproduzioni di controparti reali, come la beretta 92fs, il fucile SPAS-12, la mitragliatrice MP5 . Il design dei livelli è molto ispirato, non mancano alcune parti a cielo aperto (altra piccola novità in un genere che prediligeva avventure al chiuso). Il gioco, poi, non ha una divisione classica in “livelli”, ma è stato interamente costruito in piccole “zone” tutte comunicanti tra loro, per minimizzare drasticamente i caricamenti e rendere ancora più continua e coinvolgente l’esperienza di gioco. Inoltre per proseguire nell’avventura bisognava scervellarsi non poco per capire quanto, in modo molto logico, bisognasse fare per “aggirare” ostacoli quali specchi d’acqua o porte sbarrate. Niente banalissimi “trova la chiave blu per la porta blu”, ma tanta logica per stimolare l’intelligenza del giocatore. Per aprire porte altrimenti impossibili da sbloccare verranno in nostro aiuto i superstiti della base, scienziati e guardie, che dobbiamo difendere ad ogni costo. Già, perché i primi, grazie al loro grado di importanza, potranno sbloccare gli accessi protetti da scanner retinico, i secondi, oltre ad aprirci le porte chiuse, potranno affiancarci per un po’ di tempo e aiutarci con la loro pistola contro gli alieni e i soldati.
Half Life è arricchito da due espansioni: “Opposing Front” e “Blue Shift”. La prima ci mette al controllo di uno dei Marines inviati a Black Mesa per uccidere i superstiti e le minacce aliene: Adrian Shepard. La seconda espansione ha per protagonista l’amico di Gordon Freeman, Barney Calhoun. Tali espansioni arricchiscono la storia di particolari interessanti e sono state rilasciate nel 1999 e nel 2001.
Half Life è solo l’inizio, la punta di un iceberg dalle dimensioni monumentali. Giunto nel panorama video ludico alle soglie del nuovo millennio, simbolicamente ha chiuso un ciclo, un “vecchio modo” di concepire uno sparatutto in prima persona, e ha spalancato le porte ai giochi del futuro. Se c’è un titolo a cui dobbiamo altri piccoli grandi capolavori come Halo, Medal of Honor e Call of Duty, è proprio Half Life, che ha dettato un nuovo standard e un nuovo metro di paragone impossibile da ignorare, se si vuole colpire emotivamente il giocatore di turno, sia esso “casual gamer” o un videogiocatore più serio. Il titolo di Valve Software è il primo capitolo di una trama che ad oggi (Settembre 2008) non è ancora conclusa. Con la conlusione di Half Life si mette fine ad una battaglia ma non alla guerra, alla fine del gioco, il misterioso “uomo con la valigetta” ci spiega il nostro ruolo nelle vicende con poche e misteriose parole e ci fa intendere che tra noi e lui la “collaborazione” è appena cominciata. Le premesse per un seguito c’erano tutte, e Valve si prese ben cinque anni di tempo prima di rilasciare un’altra “bomba video ludica” non senza conseguenze: Half Life 2.

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Redazione
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