Firewatch , esordio dello studio californiano Campo Santo , si presenta, almeno all’apparenza, come un simulatore di esplorazione in prima persona.

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Siamo di fronte ad uno di quei prodotti di genere in cui sfida e azione sono totalmente assenti, e la godibilità dell’esperienza risulta legata a doppio filo alla capacità del giocatore di immergersi completamente nelle vicende narrate, e nei dialoghi che le accompagnano. Il protagonista è un uomo che, per fuggire da una storia personale difficile e dai ricordi ad essa legati, accetta un lavoro come guardiaparchi in una riserva nel Wyoming. La solitaria routine del lavoro di guardiaboschi porta il personaggio ad isolarsi dal mondo “esterno” e dalle persone, con l’unica eccezione del suo contatto radio, una donna con una situazione personale non troppo diversa da a quella del protagonista. Una routine che lo porterà ad immergersi fino alle orecchie nelle vicende misteriose delle quali il bosco e i suoi anfratti sono lo splendido teatro.

Open world, dialoghi e scelte

Malgrado le prime impressioni sembrino suggerire il contrario, l’ambientazione in cui ci muoveremo in Firewatch copre un’area non particolarmente ampia, ergo facilmente esplorabile dopo aver imparato a consultare adeguatamente la mappa.

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Per muoverci ed orientarci tra i boschi del Wyoming, avremo a disposizione anche una classica bussola, una meccanica che offre al gioco un tocco di realismo niente male. Muovendosi tra le meraviglie di un paesaggio naturale e aperto, il giocatore è portato a notare l’incredibile attenzione per i dettagli che caratterizza le ambientazioni di Firewatch. Su questo fronte, Campo Santo non delude affatto, e ci regala panorami splendidi dai colori piacevolmente saturati, in grado di trasmettere le sensazioni di oppressione ed isolamento che caratterizzano le giornate del nostro guardiaboschi, lontano chilometri da una civiltà con la quale non conserva altri legami oltre alla voce della collega via radio. Peccato però per un’ottimizzazione grafica non all’altezza, caratterizzata da un framerate fin troppo instabile e mictrostuttering continui, anche su configurazioni insospettabili. I dialoghi tramite radio sono interattivi e ci garantiranno un minimo di controllo non direttamente sulle vicende, ma sulla relazione che nascerà con l’unica voce “amica” in mezzo al nulla. Sebbene in Firewatch ci vengano infatti offerte scelte di vario genere, tale potere decisionale si rivela sempre illusorio.

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Un genere indefinito…

La peculiarità di questo Firewatch è la sua sorprendente capacità di confondere il giocatore in positivo, mostrando facce sempre diverse e non offrendo una chiara visione di come sia impostato il gameplay. I titoli crossover sono spesso una bella scoperta, e hanno la tendenza a spiccare grazie alle innovazioni che introducono e alla capacità di miscelare naturalmente elementi spesso, o solo apparentemente, distanti. La prima metà del gioco si caratterizza proprio per questa “confusione di generi” totalmente piacevole e divertente.

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Il tentativo di innovazione è palpabile e si apprezza fin dalle prime battute, mentre il gioco passa da una narrativa più drammatica e seriosa a situazioni al limite dell’improbabile, o dal genere mistery a quello umoristico, con una soluzione di continuità che denota uno stile non indifferente. Certo, partire con questi presupposti di “miscelazione eterogenea” è molto più facile che arrivare a chiudere il cerchio rispettando le necessità artistiche di ognuno dei generi trattati. A perdersi per strada nell’intento può volerci veramente poco e in Firewatch, appunto, tutti questi spunti multigenere rimangono, purtroppo, solo tali.

…che non riesce però a soddisfare le aspettative

Firewatch parte con tanta carne al fuoco, troppa, tanto potenziale che finisce però col deludere il giocatore, mostrando tutti i limiti della formula di Campo Santo. A maggior ragione visto che, spesso, questi difetti si sarebbero potuti eliminare semplicemente evitando di riempire il contesto narrativo di sottotrame e “soprammobili” sostanzialmente inutili. Un gran peccato, perché parliamo di un prodotto dove si comincia travolti da grandi aspettative su narrazione e coinvolgimento emotivo, e si conclude con un “Eh, ma allora?”.

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I Campo Santo sanno perfettamente che la materia narrata da Firewatch, caratterizzata da temi complessi e drammatici, non può mancare di attirare l’attenzione del pubblico, affascinato dall’aura di titolo indie “impegnato” che circonda il gioco. Siamo tutti esseri umani e cerchiamo emozione, anche nel videogioco. Peccato però che la carica emotiva del gioco venda oscurata dalla povertà della linea narrativa principale, un miscuglio indistinto dove non c’è stacco netto tra trama portante, sottotrame di contorno ed eventi fini a sé stessi. Se poi vogliamo parlare dell’elemento mistery (una delle sottotrame), si tratta di un minestrone incoerente che, prima di tutto, manca di mordente e poi ci spinge a dubitare della sua effettiva utilità nell’economia generale del gioco. Se l’attenzione fosse rimasta focalizzata sulla trama principale (la storia del protagonista) e la si fosse sviluppata con pathos dall’inizio alla fine, l’avventura di Firewatch sarebbe stata molto più piacevole. Le sottotrame, mistery e non, sarebbero rimaste un elemento di contorno (anche evitabile, diciamolo), ma almeno avremmo avuto un intreccio principale di tutto rispetto.

Tutto ciò, ahimè, non accade.

Concludendo…

Firewatch non solo comincia bene, ma benissimo. Proprio per questo, infatti, la delusione finale è palpabilissima e lascia la sensazione amara del “poteva essere, ma non ci è riuscito”. Dal mondo indipendente non pretendiamo continui capolavori di trama e sensazioni, ma Firewatch non riesce nemmeno ad intaccare la superficie del cuore del giocatore. Parlando del prezzo, poi, bisogna dire che ci sembra totalmente inadatto al contenuto offerto.

Dall’indie vogliamo, anzi pretendiamo, di più.

CI PIACE

Firewatch è qualcosa di diverso dal solito. Un titolo che riesce comunque ad intrattenere, tra alti e bassi, per tutta la – scarsa – durata dell’avventura.

NON CI PIACE

Firewatch tradisce completamente le aspettative che il giocatore sviluppa nella prima parte dell’avventura, e manca pertanto di colpire il giocatore nel profondo.

Conclusioni

Un’occasione mancata che prometteva di essere un prodotto di qualità sotto ogni punto di vista. Ambientazione e trama degne di nota non si sposano bene con la cornice confusionaria e pseudo-mistery che gli sviluppatori hanno cucito attorno ad una materia narrativa solo abbozzata.

5Cyberludus.com
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Giocatrice tendenzialmente onnivora, nonostante la sua fede primaria rimanga il survival horror classico, avendo trovato la sua dimensione nutrendosi di pane, ansia e Silent Hill. Il suo campo di competenza è l’indie game e l’horror e perde sudore e fatica nell’analisi del lato artistico e, spesso, poetico del videogioco.

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