Dying Light – Recensione

Techland passione Zombie

Zombie. Zombie dappertutto. Negli ultimi anni in ambito videoludico si è vissuta una vera e propria invasione di morti viventi: prima con Resident Evil – il vero pionere del fenomeno “zombie” – ed in seguito con decine di altre serie. Indubbiamente impersonare cazzuti sopravvissuti nel bel mezzo di apocalissi planetarie ha il suo fascino – e questo i game developer lo hanno capito – e così lo scopo delle software house negli anni è sempre stato quello di perfezionare l’idea base del divora-cervelli, in qualcosa di sempre più complesso. Ci ha provato Capcom con i vari Dead Rising, (riuscendo peraltro a sfornare tre ottimi capitoli – anche se pessimi nella loro controparte PC) ci stanno – più o meno – riuscendo i centinaia di sviluppatori indipendenti con gli svariati early access su Steam (vedi H1Z1 e DayZ) e titoli in digitale su console (mai provato State of Decay?) e ci sta tutt’ora provando Techland che , dopo aver abbandonato il setting western dei vari Call of Juarez, ha deciso di gettarsi a capofitto negli fps a base di zombie. Con Dead Island (uscito nel 2011) ed il seguito Dead Island Riptide, Techland è riuscita nell’intento di creare un titolo dalle ottime meccaniche, capaci di mischiare fasi di shooting con componenti ruolistiche puntando forte sulla modalità cooperativa. Abbandonata la serie nelle mani di Yager – passati alla ribalta con il sottovalutatissimo Spec. Ops. The LineTechland si è subito messa al lavoro su una nuova – ed interessante – ip a base di zombie: Dying Light. Dopo averlo provato con mano presso il panel WB della Gamescom di Colonia, siamo finalmente riusciti a spolparlo sui nostri PC, questo è quindi il nostro responso finale.

Benvenuti ad Harran

Inizializzato il titolo saremo introdotti al mondo di gioco di Dying Light attraverso un breve filmato di presentazione. Il setting è la citta di Harran – in Turchia (anche se differente dall’originale) – vittima di una terribile epidemia che ha infettato buona parte della popolazione, trasformandola – appunto – in zombie. In Dying Light prenderemo il controllo di Kyle Crane, agente di una associazione umanitaria chiamata GRE (Global Relief Effort), con lo scopo di recuperare un file nelle mani di un certo Kadir Suleiman detto Rais. Rais – che non tarderà a palesarsi all’interno della storyline principale – non è altro che il nostro principale antagonista: spietato, letale e assolutamente instabile, un villain alla Far Cry…in tutti i sensi. La trama di gioco – nonostante sia costruita sopra un concept piuttosto banale – riesce in qualche modo a soprendere. Il cast di personaggi principali convince pienamente, i vari sopravvissuti – da Jade a Crane fino a Rais – sono stati ben concepiti caratterialmente e tutti dotati di una forte personalità. Anche i dialoghi non risultano mai banali (se non fosse per qualche caduta di stile di troppo sul fronte doppiaggio), così come gli innumerevoli colpi di scena che terranno incollati allo schermo i videogiocatori per tutta la durata della campagna principale.

Passando al setting, un plauso a Techland per il design della città di Harran: suddivisa in due macro aree (i Bassifondi e la Città Vecchia), la cittadina è bella ed interessante da esplorare in suo singolo antro sia per i completisti che per i player volenterosi di divertirsi ad effettuare acrobazie tra un tetto all’altro sfruttando le ottime meccaniche parkhour del titolo…ma di questo ne parleremo meglio dopo. La storyline principale si dipana per circa una ventina di ore, anche se ne serviranno circa il doppio per portare a termine le innumerevoli sub quest sparse per la mappa.

Un po’ di Mirror’s Edge, una buona dose di Dead Island e un pizzico di Far Cry: il piatto è servito!

Sul fronte gameplay i ragazzi di Techland non si sono di certo risparmiati. Dying Light può essere definito come un grande insieme di generi diversi, miscelati al meglio per rendere il titolo più divertente e piacevole da giocare. Se da un lato le fondamenta sono rimaste le stesse di Dead Island – con una struttura da fps sandbox con una forte componente ruolistica – dall’altro le meccaniche di parkhour rendono il titolo estremamente dinamico e divertente. Ma andiamo con ordine. Dying Light come il suo “predecessore” – Dead Island – punta forte su un combat system corpo a corpo, caratterizzato da una vasta gamma di armi da mischia che variano da semplici mazze da cricket fino a più letali pugnali e spade. Il combattimento ravvicinato può contare su una vasta gamma di azioni dal classico colpo caricato fino a schivate e parate (utili in caso di scontri con nemici umani). Sul fronte delle armi da fuoco il lavoro svolto non è tuttavia riuscito a soddisfarci appieno. Il gunplay in se non è stato ottimizzato al massimo: le categorie di armi sono sostanzialmente poche e non è possibile applicare alcun tipo di potenziamento su di esse al contrario delle armi da mischia. Looting e crafting sono solo alcune delle componenti gdr presenti in Dying Light. Girando per Harran sarà pertanto necessario raccogliere risorse sia dalle carcasse degli zombie che dalle abitazioni abbondonate, esse – grazie anche all’utilizzo di progetti e formule – potranno essere utilizzate per craftare potenziamenti per le nostre armi, rendendole sempre più letali e capaci di affettare con più facilità le orde di non morti. La rarità – e potenza – di ogni oggetto verrà calcolata tramite un colore caratteristico, con un sistema molto simile ad un Diablo o altri hack & slash presenti sul mercato.

Effettuando acrobazie, affettando zombie e completando missioni guadagneremo punti esperienza nelle tre diverse ramificazioni del nostro personaggio: agilità, forza e sopravvivenza. Grazie a questo interessante sistema di crescita, potremo – ad ogni level up – spendere punti esperienza nei tre diversi alberi di sviluppo, acquistando perk che doneranno al protagonista diverse abilità. Nel caso dell’agilità, per esempio, sarà possibile sbloccare il rampino, strumento che diverrà immediatamente essenziale negli spostamenti del nostro runner. Il rampino unito alle meccaniche di parkhour presenti all’interno di Dying Light ci consentirà di raggiungere altezze proibitive in pochi istanti e di spostarci più rapidamente da una parte all’altra della mappa, vista l’assenza del fast travel. Il parkhour all’interno di Dying Light è essenzialmente una riproposizione di quello già visto e apprezzato in Mirror’s Edge: dopo aver preso confidenza con il sistema di controllo, passerete ore a correre sui tetti di Harran, sfruttando appigli, cornicioni e rampe per spostare il nostro runner il più velocemente possibile all’interno della mappa. La decisione di Techland di puntare molto su queste meccaniche è stata parecchio rischiosa, ma ci sentiamo di dire che è riuscita a convincerci appieno, sebbene a tratti la distanza da percorrere “a piedi” da un obiettivo di una missione ad un altro risulti parecchio snervante. Sul fronte IA, abbiamo apprezzato il comportamento delle diverse orde di zombie – divisi in varie categorie – al contrario della “ia umana” che ci è parsa estremamente poco curata, rendendo gli scontri contro i nemici umani una vera e propria – ed aggiungerei anche inutile – fiera dell’ignoranza.

A livello di questline, come prima accennato, Dying Light propone una longeva campagna principale, caratterizzata da missioni piuttosto varie e da un evolversi della narrativa davvero interessante. Sul fronte sub quest il discorso è leggermente diverso: di certo le missioni divertenti (alcune sono davvero esiliranti…occhio anche agli easter egg) e piacevoli da giocare non mancheranno, ma la presenza numerosa di fetch quest ci ha fatto storcere non poco il naso. Non mancheranno inoltre altre attività secondarie sparse per la mappa di gioco, che variano da semplici corse a checkpoint fino alla difesa di sopravvissuti nascosti nelle diverse location di Harran.

Good night, good luck!

“Good night, good luck” non è solo la catchphrase con la quale il titolo è stato presentato al pubblico, ma una vera e propria colonna portante del gameplay di Dying Light. Il ciclo giorno/notte è da tenere parecchio in considerazione mentre ci sposteremo tra i tetti di Harran. Non solo alcune quest che ci verranno affidate, necessiteranno di essere completate esclusivamente in notturna ma è opportuno ricordare di come il gameplay alla base del titolo cambierà drasticamente al calare del sole. Visibilità ridotta a zero, zombie più potenti e veloci e una nuova e pericolosa specie di non morti che si aggira per le strade: i notturni. I notturni sono sostanzialmente una cazzutissima specie di zombie che non tarderà ad inseguire il malcapitato protagonista ad ogni avvistamento. Come sfuggire? Affrontarli nelle prime notti significa incorrere in morte sicura, sarà quindi opportuno fuggire verso i diversi rifugi – sbloccabili – presenti all’interno di Harran. All’interno del rifugio sarà possibile schiacciare un pisolino in piena sicurezza, per poi riprendere la marcia al sorgere del sole.

Sul fronte multiplayer Dying Light punta forte – come il suo fratellastro Dead Island – sulla modalità cooperativa che permette a qualsiasi giocatore di affrontare le quest del titolo in compagnia di un fidato compare in carne ed ossa. Divertente anche il multiplayer competitivo del DLC “Be the Zombie” (disponibile gratuitamente per tutti i possessori del titolo), che – nei panni di uno speciale non morto – ci consentirà di invadere la città di Harran di altri giocatori, cercando di sfruttare le nostre abilità e l’ambiente circostante per porre fine alle loro vite.

No Nvidia no party

Parlando dell’aspetto puramente tecnico, il motore alla base di Dying Light non è altro che il Chrome Engine 6, versione potenziata di quello visto nei precedenti lavori del team polacco. A livello di dettagli, il lavoro svolto da Techland è encomiabile: i dettagli di Harran, delle sue strutture e delle campagne circostanti sono stati resi ottimamente. I character design degli zombi – e derivati – è molto buono, così come il dettaglio dell’esteso cast principale. Il titolo Techland soffre comunque di svariati problemi di ottimizzazione che – prima dell’arrivo della patch 1.4 – risultavano decisamente gravi per tutti i possessori di schede AMD. Dying Light è un titolo ottimizzato al meglio per NVIDIA e lo dimostrano i settaggi esclusivi nel menu delle opzioni. Nel periodo post lancio, pur con configurazioni di fascia medio-alta è risultato difficile raggiungere un livello di fluidità soddisfacente.

Per quanto riguarda il sonoro, doveroso un plauso a Techland per il lavoro svolto con la soundtrack di gioco, anche se ci tocca fare una mezza tirata di orecchie per il doppiaggio – in lingua italiana – che per alcuni personaggi raggiunge picchi qualitativi piuttosto bassi.

Concludendo?

Dying Light riconferma i nostri pareri iniziali dell’hands on di Colonia. Il titolo Techland è divertente, longevo e carico di contenuti. Il mix tra generi – non proprio originalissimo – è tuttavia riuscito ed è forse questo il suo vero punto di forza. Nonostante l’infelice lancio di gioco, contornato da problemi di ottimizzazione piuttosto pesanti, Dying Light è un titolo che – ad ora – merita di essere giocato sia su PC che console. Provare per credere!

CI PIACE

– Gameplay vario e divertente: parkhour e meccaniche gdr in salsa sandboxn- Longevo e carico di contenutin- Buona evoluzione della narrativa

NON CI PIACE

– Gravi problemi di ottimizzazione post lancion- IA umana parecchio deficitarian- Doppiaggio in lingua italiana tra alti e bassi

Conclusioni

L’evoluzione di Dead Island in qualcosa di più…divertente!

8.2Cyberludus.com
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Mattia Giangrandi
Nerd purosangue classe 1992, si avvicina al mondo dei videogiochi grazie al SEGA Master System di sua madre. Destreggiandosi tra Alex Kidd e Sonic the Hedgehog, comincia a farsi una importante cultura videoludica a base di platform e beat ‘em up. Fedele seguace della “master race”, consuma giochi di ruolo dalla mattina alla sera, anche se la sua saga preferita rimane Grand Theft Auto degli inarrivabili Rockstar Games, che fin dal primo capitolo lo ha aiutato a diventare la brutta persona che imparerete a conoscere.