Quando Sony si dà al GdR…

Correva l’anno 2001 e i possessori Playstation del Vecchio Continente vedevano arrivare sugli scaffali del proprio negoziante di fiducia The Legend of Dragoon, J-RPG su quattro CD prodotto da Sony stessa. A differenza della saga di “Final Fantasy”, che in quel periodo vedeva il suo massimo splendore con il settimo capitolo, l’ambientazione non era futuristica ma si ritornava ad atmosfere medievaleggianti più vicine alla normale concezione di fantasy. Il gioco vede protagonista Dart, giovane biondino dal passato travagliato (il suo villaggio è stato distrutto e i suoi genitori uccisi dal famigerato Mostro Nero), che decide di partire dopo anni di allenamento per vendicarsi dell’essere che gli ha portato via il suo mondo. All’inizio del suo viaggio, però, il suo villaggio adottivo, Seles, viene razziato dall’esercito di Sandora e la sua amica Shana viene rapita su ordine dell’Imperatore Doel. Dart decide così di dirigersi alla prigione di Hellena per andarla a liberare. Da qui si dipana tutta la trama che vede al centro il ritorno della minaccia degli Alati, razza che migliaia di anni prima dominava la terra col pugno di ferro e che era stata sconfitta nella Guerra dei Draghi grazie all’intervento dei Dragoni, guerrieri umani potenziati dagli spiriti delle mitiche creature. Dart si scopre essere uno dei prescelti per il ruolo, così come i compagni che si uniscono a lui nel corso dell’avventura.

 

“The journey to know today begins…”

Questa è la frase che apre il filmato di introduzione del gioco, prodotto in un’ottima CG, che non ha nulla da invidiare ai colossi del genere targati Square. Nei primi momenti di gioco effettivo, il comparto grafico continua a farsi apprezzare, offrendo la soluzione di personaggi poligonali che si muovono su fondali pre-renderizzati ottimamente disegnati. Le uniche vere pecche dei primi sono le impressioni sul doppiaggio in italiano (la localizzazione è completa, ma in certi frangenti lascia un po’ a desiderare, soprattutto per quanto riguarda i dialoghi a voce) e la lentezza della trama nel decollare. Le prime ore di gioco infatti sono sì piacevoli, ma non coinvolgenti al massimo: il cambio di passo avviene nel momento in cui si viene a conoscenza della Guerra dei Draghi, dei Dragoni e degli Alati nel dettaglio. Dart come protagonista è piuttosto stereotipato (il classico ragazzo ribelle che parte per vendicarsi) e non si avvicina all’appeal dei vari Cloud Strife o Squall Leonhart, per citare i diretti “concorrenti”. Differente è il discorso per i personaggi che via via si uniranno al gruppo nel corso dell’avventura: se infatti anche il cavaliere Lavitz soffre un po’ di “sindrome da anonimato”, altri personaggi, come l’Alata Meru e il vecchio Haschel su tutti, sono davvero ben caratterizzati e danno vita a momenti davvero piacevoli. Gli antagonisti a loro volta sono rispettabili nel loro ruolo ma ben lontani come carisma dai villains ammirati nei vari “Final Fantasy”.

 

L’arte della guerra… dei Draghi

Veniamo ora al sistema di gioco. Innanzitutto, “The Legend of Dragoon” mantiene la presenza degli scontri casuali, un elemento quasi sempre presente nei J-RPG ma molto spesso estremamente frustrante. In certi frangenti anche il gioco targato Sony paga questa scelta, specialmente quando gli scontri casuali si fanno un po’ troppo frequenti, nell’ordine dello scontro ogni due passi mossi (provare la parte sul vascello fantasma per credere). Il sistema di combattimento è quello classico a turni che permette di pianificare le mosse da intraprendere con la dovuta calma, favorendo così un approccio piuttosto ragionato; l’unica critica che può essere mossa è quella di non avere incluso nell’interfaccia un indicatore della successione dei turni, ma è un elemento non indispensabile. Ogni personaggio ha a sua disposizione il comando per l’attacco fisico, quello per la difesa (che restituisce anche una minima parte di punti ferita), quello per l’uso di oggetti dall’inventario e quello per la fuga. Quando viene utilizzato l’attacco standard appare su schermo un quadrato, cui poi se ne aggiunge un altro che va gradualmente a sovrapporsi: il giocatore è chiamato a premere il tasto X nel momento in cui i due quadrati coincidono, di modo da poter proseguire la Tecnica e quindi poter liberare un attacco più lungo e potente. Man mano che le Tecniche vengono ripetute, esse si potenziano e ne vengono sbloccate altre, con un numero di colpi sempre maggiore. Il sistema tiene vivo l’interesse nel combattimento e varia un po’ una struttura che altrimenti tenderebbe al ripetitivo. Col procedere del gioco, ogni personaggio arriva a scoprire il suo potere di Dragone, sbloccando così la possibilità di trasformarsi di tanto in tanto nel guerriero leggendario, previa riempimento di una barra apposita attraverso gli attacchi standard. La “forma” di Dragone può essere mantenuta inizialmente solo per un turno poi, col procedere dei livelli, si arriva fino a 3 turni, e si differenzia dalla forma normale per la difesa aumentata, utile particolarmente contro i boss, e la possibilità di utilizzare magie. La limitatezza nell’uso della forma porta da un lato a dover valutare profondamente il suo utilizzo, facendo preferire al giocatore di conservarla negli scontri casuali per poi usarla solo contro i boss. Per quanto riguarda l’uso degli oggetti, l’inventario ha un numero limitato di slot (piuttosto ristretto, si arriva a un massimo di 10 oggetti), altra scelta che accentua la necessità di impostare in maniera profonda gli scontri a livello tattico. Tra gli oggetti, oltre alle classiche pozioni, figurano anche gli item con effetti di magie, inutilizzabili dai personaggi in forma umana. Una volta lanciata, la magia può essere potenziata attraverso la pressione ripetuta del tasto X, un po’ come accadeva in “Final Fantasy VIII” con il supporto ai Guardian Force. Il ruolo principale dell’uso delle magie è nello sfruttamento delle debolezze elementari di ciascun nemico, indicate dal colore della targa col suo nome: ogni nemico è affine ad un elemento, così come ognuno dei nostri personaggi, e utilizzando la magia di elemento opposto (come acqua con fuoco o aria con terra) i danni risultano molto aumentati.

Ti vedo e ti sento

Come già accennato, il comparto grafico è molto solido, e ripropone la formula del personaggio in 3D sul fondale in 2D, con elementi che aumentano la bellezza del paesaggio come cespugli che si muovono. Il motore grafico da il meglio di sé nelle sopracitate cut – scene, sia quelle che sfruttano il motore di gioco, sia quelle che utilizzano la CG. Il design delle aree è molto apprezzabile, le ambientazioni risultano ben caratterizzate e piacevoli da esplorare. I dungeon sono ricchi di atmosfera e con mappe non lineari ma allo stesso tempo non troppo complicate. Per quanto riguarda il sonoro, le musiche sono orecchiabili, evocative e tutte consone all’ambientazione in cui vengono proposte. L’unica nota dolente per quanto riguarda il sonoro come già detto è la debolezza dei dialoghi in italiano, sebbene sia da apprezzare lo sforzo messo da Sony per localizzare totalmente il prodotto.

In coda al dragone…

The Legend of Dragoon” è un titolo dalle molte anime. Da una parte abbiamo una trama veramente solida e appassionante, un gameplay mirato alla tattica e arricchito da elementi che rendono l’esperienza più originale, una longevità alta (si parla di un minimo di 60 ore di gioco) e un comparto grafico assolutamente all’altezza; dall’altra abbiamo la tendenza all’anonimato di alcuni personaggi, la limitatezza delle azioni disponibili in battaglia e un doppiaggio quasi risibile. Quello che è comunque chiaro è che Sony ha messo molto impegno nella realizzazione di questo titolo e i risultati si vedono, in quanto il gioco, anche se non esente da pecche, è comunque accattivante e divertente da giocare. Non un capolavoro, quindi, ma in ogni caso un gioco molto solido che ogni appassionato di J-RPG dovrebbe provare.

Conclusione

“The Legend of Dragoon” è un GdR coinvolgente e di grande atmosfera, grazie soprattutto alla trama e al comparto grafico molto curato. Purtroppo alcuni difetti sparsi, principalmente riguardanti il sistema di gioco e il doppiaggio, non permettono di definirlo un capolavoro, ma rimane comunque un ottimo esponente del genere.

Marco “Vedd” Caputo