Volere è potere. Questo detto alquanto banale, figlio di clichè riguardo ambizione e forza di volontà può avere, in alcuni casi, un fondo di verità.
Ciò che è riuscito a fare Alessandro Guzzo, creatore e sviluppatore di The Land of Pain, non è da tutti. Volendo coniugare le sue passioni per le opere di Lovecraft e quella per i videogame, ha voluto cominciare a sviluppare una sua opera totalmente da zero, studiando da autodidatta e scegliendo il motore grafico più adatto alle sue esigenze, identificato nel CryEngine. Uno dei non più così rari “one man band” – prendendo in prestito l’espressione dall’ambito musicale – del mondo videoludico, che scrivono e realizzano ogni aspetto del loro titolo. Con tantissimo lavoro, tempo e abnegazione, Alessandro ha prima pubblicato una piccola demo di The Land of Pain, che mostrava alcune, suggestive, sessioni di gioco, per poi completarne lo sviluppo e rilasciare il titolo completo.

The land of pain

Una breve ma intensa avventura

Le ispirazioni principali di Guzzo sono stati The Vanishing of Ethan Carter e Amnesia: The Dark Descent, che però non suscitano quel fastidioso effetto “copia e incolla” (grande errore di diverse produzioni indipendenti) ma che arricchiscono un’esperienza dotata di forte personalità.
Il tributo a The Vanishing of Ethan Carter è di sicuro la fase iniziale dell’avventura dove tutto è ancora idilliaco, stranamente tranquillo e confortante. Altro punto in comune tra il titolo appena citato e The Land of Pain è la scelta dell’uso della fotogrammetria per le ambientazioni, tecnica che permette di ricreare scenari digitali partendo da foto di luoghi e oggetti reali.
Una tranquilla passeggiata nella foresta per raggiungere una baita è quindi il prologo di The Land of Pain, prima che gli eventi prendano una piega inaspettata e il protagonista si ritrovi catapultato suo malgrado nel mistero e nell’orrore.

The land of pain

The Land of Pain si presenta in maniera pregevole sotto ogni aspetto. Premettendo e considerando che siamo di fronte al lavoro di una sola mente, la cura degli ambienti grafici e delle dinamiche è notevole, se non maniacale in alcuni frangenti.
Guzzo, in particolare, ha sfruttato al meglio il motore grafico senza strafare. Troppo spesso nel mondo indie horror abbiamo assistito a dinamiche in cui era palese che chi di dovere si era lasciato prendere la mano, superando alcuni limiti e inserendo quel troppo che, inevitabilmente, rovina il tutto facendo storcere il naso al giocatore.
Ad esempio, le minacciose creature di The Land of Pain non sono onnipresenti e si alternano a fasi preposte alla risoluzione di enigmi, o a sezioni miste tra esplorazione e improvvisi agguati da parte delle succitate. Non serve essere un esperto di programmazione per sapere che animare e gestire una IA può essere un grattacapo non da poco. The Land Of Pain non mostra sequenze di “hide and seek” troppo frustranti e dopo qualche tentativo iniziale, dove saremo presi alla sprovvista dal nemico, saremo capaci di fuggire senza bloccarci in un punto per ore.
Ad ogni modo, la linearità del gameplay e degli enigmi si accosta in maniera naturale e piacevole a una narrazione in pieno stile Amnesia, tramite note sparse da leggere che ricostruiscono gli antefatti, oltre a un diario in tempo reale con i pensieri dello sventurato protagonista.

The land of pain

Cthulhu Fhtagn!

Le ispirazioni lovecraftiane di The Land of Pain sono dichiarate come premessa, oltre a essere particolarmente evidenti in tutta la narrazione, che pesca a piene mani dall’enorme calderone dell’universo del visionario scrittore di Providence, proponendo una rilettura molto fedele dei racconti del Ciclo di Cthulhu.
Pur non essendo citato specificatamente, l’iconografia della spietata divinità Cthulhu pervade ogni luogo attraverso idoli e statue.
La narrazione è piacevole e intrigante fin dalle prime battute e pian piano il protagonista svelerà gli antefatti e i segreti legati al culto dei Grandi Antichi, oltre a scoprire il suo personale coinvolgimento in tutto ciò.
La storia non si perde in sottotrame confusionarie o inutili e ha il pregio di riuscire a essere esplicativa ogni momento, sapendo ben dosare ogni nuova informazione in modo che tutto sia veramente chiaro e svelato solo alla vera fine dell’avventura.

The land of pain

Concludendo…

The Land of Pain è una prova eccellente non solo per l’intrinseca bellezza del titolo in sè, ma anche perchè ha la particolarità di essere stato sviluppato da una sola persona e non dimostrarlo affatto. L’opera prima di Alessandro Guzzo è sorprendentemente riuscita a distinguersi in quel che è un parco titoli di genere indie horror particolarmente affollato, pieno – tra le altre cose – di giochi che strizzano l’occhio alle opere di Lovecraft. Un grande inizio, che di certo lascia ben sperare sul futuro del giovane developer italiano.

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Giocatrice tendenzialmente onnivora, nonostante la sua fede primaria rimanga il survival horror classico, avendo trovato la sua dimensione nutrendosi di pane, ansia e Silent Hill. Il suo campo di competenza è l’indie game e l’horror e perde sudore e fatica nell’analisi del lato artistico e, spesso, poetico del videogioco.