Il Paese della Luce

Non capita spesso, in quello che sommariamente definirei il “nostro” ambito, di poter scrivere a riguardo di titoli italiani. Nonostante sia indubbio, infatti, che durante gli ultimissimi anni il panorama della produzione videoludica del Bel Paese abbia compiuto sensibili passi avanti, risulta tuttavia evidente come il videogioco, seppur ormai entrato di diritto nell’insieme dei nostri usi e costumi e nelle nostre istituzioni sociali, sia ancora ben distante dall’essere definito un “prodotto tipico” italiano. Eppure, a tal proposito, due sono le mie ferme convinzioni: la prima consiste nell’ormai sbocciata e sempre più forte presa di coscienza di quelle che sono le “nostre” capacità creative e intellettuali, la seconda, di natura più concreta, vede risiedere i limiti dei nostri (potenziali) sviluppatori in una carenza di “mezzi”, di liquidità, ma certamente non di idee o di voglia di osare, di sperimentare e di tentare l’imbocco di sentieri ancora poco battuti.
Lo ammetto: (stranamente) sono ottimista, forse anche troppo, ma, sinceramente parlando, non vedo validi motivi per i quali non esserlo, specialmente dopo aver giocato un prodotto di qualità come quello di cui stiamo per parlare. Quest’oggi, infatti, l’oggetto delle nostre attenzioni è The Town of Light, nuovo e interessantissimo titolo appena rilasciato da LKA che, come già saprete o a avrete ormai di certo intuito, parla italiano. Dietro a questa sigla si cela infatti il nome di Luca Dalcò, fondatore di questo studio (con sede in Toscana) da più di un decennio operativo nel settore della grafica computerizzata e che, finalmente, fa la sua entrata nell’universo videoludico.
Dopo un lungo percorso di sviluppo iniziato pressapoco tre anni fa e il raggiungimento di svariati traguardi importanti, quali l’arrivo su Steam Greenlight nel gennaio del 2014 oltre che la vincita di numerosi (e prestigiosi) premi inerenti l’universo dell’indie gaming, la versione definitiva di The Town of Light è finalmente disponibile e pronta per essere giocata.

The Town of Light

 

“Un giorno ho spento la luce, ma il buio non è arrivato”

The Town of Light racconta la storia di Renèe, una giovane ragazza di sedici anni che, il 12 marzo del 1938, viene internata presso l’ospedale psichiatrico di Volterra.
Ritenuta “pericolosa per sé stessa e per gli altri”, è fragile, incapace di adeguarsi alla società che la circonda, spaventata ed, evidentemente, affetta da psicosi delineanti un profilo psicologico che oggi verrebbe forse definito schizofrenico, oltre che caratterizzato da un disturbo dissociativo della personalità spesso semplicisticamente (ed erroneamente) riassunto dal termine “bipolarismo”.
Tuttavia, quella di The Town of Light è ben distante dall’essere una vicenda individuale.
Renéè altro non è che la summa, l’incarnazione digitale di ognuno degli innumerevoli uomini e donne (dimenticati) che hanno dovuto vivere per davvero ciò che lei ha vissuto, non soltanto all’interno dell’ospedale psichiatrico di Volterra, ma in tutto il mondo. Ecco dunque la nostra protagonista, testimone del lungo cammino che in primis la società, e subito dopo la medicina, hanno dovuto percorrere prima di arrivare, finalmente, a collocare l’individuo affetto da psicosi entro una “condizione di paziente” al pari di ogni altro, situazione nella quale a ogni specifica patologia (di natura mentale o meno) corrisponde un altrettanto specifica e concreta terapia. Il tutto, ovviamente, nel rispetto della dignità dell’essere umano, entro una concezione etica della medicina che per noi, oggi, appare doverosa e scontata. Una conquista lenta, rivelatasi estenuante e “umanamente costosa”, che solo “recentemente” (a partire dalla seconda metà del secolo scorso) ha portato la psichiatria a guadagnarsi il suo specifico spazio all’interno del mondo della medicina, al pari di ogni altra branca di questa scienza.
Ma adesso è arrivato il momento di tornare in quel 1938.
Ecco dunque il manicomio, concepito quale centro di contenimento per individui “diversi”, strani, imbarazzanti e poco graditi. Considerati sommariamente incurabili, gli “scarti della società” vengono semplicemente accantonati, messi da parte e nascosti dove gli occhi non possono vederli.
The Town of Light è la drammatica storia di una singola goccia all’interno di un mare di personalità prosciugate dall’incomunicabilità e annientate dall’indifferenza, vittime non della propria condizione di malattia, né di qualcosa di soprannaturale o immaginario, ma della cruda realtà.
State accanto a Renèe in questo misterioso “ritorno” al manicomio di Volterra, perdetevi tra la sua irrazionalità e i suoi pensieri scomposti, condividete le sue paure, vivete la sua alienazione e curiosate avidamente tra il suo passato, presente e futuro, lasciando che scomode e inevitabili domande assalgano i vostri pensieri, fino alla fine.
Concretamente parlando, la trama di The Town of Light sarà in grado di tenervi incollati davanti allo schermo dall’inizio della vicenda sino alla sua conclusione, spingendovi a portarla a termine in un’unica sessione di gioco. Numerosi momenti di grande spessore, carichi di emotività e capaci di rimanere impressi nella memoria, si alternano con altri che risultano invece inevitabilmente più deboli e, sinceramente, prevedibili, riuscendo tuttavia a plasmare un impianto narrativo di prim’ordine, vero fiore all’occhiello dell’opera.

 The Town of Light

 

The Town of Light: il gioco come specchio della realtà

Per rintracciare le fonti d’ispirazione che hanno portato LKA all’ideazione di The Town of Light non dobbiamo cercare troppo lontano. Potrebbe infatti incuriosirvi sapere che l’ospedale psichiatrico di Volterra è realmente esistito e ai suoi tempi, decenni or sono, costituiva uno dei più grandi centri psichiatrici d’Europa, tanto da essere arrivato a contenere, durante l’anno 1939, ben 4794 ricoverati.
Edificato nel 1887 e operativo fino al 1978, anno in cui la legge italiana “Basaglia” (“N.180”) comportò la chiusura dei manicomi su tutto il territorio nazionale, è in stato di abbandono da quasi quarant’anni . Se provate a effettuare qualche ricerca online, vi accorgerete in un batter d’occhio che il modello presente all’interno del gioco ripropone fedelmente le forme dell’originale, offrendo degli scorci impreziositi da una somiglianza semplicemente folgorante. Ma non è tutto. Numerosi sono i dettagli di The Town of Light tratti dalla realtà, quali per esempio i nomi dei differenti padiglioni o il triste caso delle lettere che i pazienti scrivevano per i familiari, sistematicamente non evase e depositate all’interno delle rispettive cartelle cliniche.
Una mossa che non può che riflettersi in maniera diretta sull’atmosfera di gioco: l’ospedale psichiatrico di Volterra è un luogo fuori dal tempo, unico. Deserto e silenzioso ed eppure, sin dai primi momenti, così insopportabilmente rumoroso. Camminare tra le sue mura è un’esperienza indescrivibile, capace di trasmetterci una costante sensazione di disagio limpidamente percepita persino dalla nostra parte dello schermo, per un risultato forte di un “quid” che solamente qualcosa di profondamente reale può vantare.

 

The Town of Light

 

Nei panni di Renée – Gameplay

Dal punto di vista delle meccaniche di gioco, The Town of Light non si discosta dalle classiche “avventure narrative”, offrendo al giocatore un livello di sfida fondamentalmente inesistente, conseguenza diretta di un’esperienza ludica che fa della narrazione il suo vero “core”.
Nei panni di Renèe, ci ritroveremo a esplorare in totale libertà il manicomio di Volterra e i suoi dintorni, avendo come unico scopo il raggiungimento di specifici luoghi o sezioni della struttura, oltre che l’interazione con alcuni oggetti (per lo più documenti) capaci, apparentemente, di stimolare la memoria della protagonista.
Non ci sono enigmi da risolvere, pericoli, nemici o altre particolarità da segnalare. Persino l’individuazione dei punti di interesse non si rivelerà mai frustrante, in quanto sarà la stessa protagonista a indicarci, volta dopo volta, come comportarci o dove dirigerci.
LKA, dunque, decide di riservarci soltanto il meglio di quest’esperienza, ovvero il (dis)piacere di “voltare le pagine del libro”. Una scelta di semplificazione totale del gameplay che personalmente condivido, ma che potrebbe anche essere percepita come un limite dal giocatore medio, meno avvezzo a questa tipologia di titoli, portandolo a non apprezzare appieno le quattro ore (circa) necessarie a portare a termine The Town of Light. Come ripeto spesso: valutare sempre gli acquisti con attenzione, perché “se un gioco è A, non ci si può aspettare B”.

 

The Town of Light

 

Tecnicamente parlando

Dal punto di vista prettamente tecnico, il lavoro svolto dal team di LKA è di pregevole fattura, a cominciare dal comparto grafico capace di mettere su schermo, con uno stile anelante al fotorealismo, una riproduzione del manicomio di Volterra (a prescindere dalla suddetta somiglianza del modello con la struttura reale) di buona qualità, forte di alcuni scorci decisamente lodevoli, arricchiti con oggetti 3d finemente realizzati e ulteriormente impreziositi grazie a una più che valida gestione dell’illuminazione. Tuttavia, non posso evitare di segnalare anche la presenza di alcuni dettagli meno curati, quali per esempio i modelli degli “ospiti”, decisamente approssimativi, oltre a una vegetazione che se osservata attentamente si dimostra non priva di imperfezioni.
Per quanto concerne poi la colonna sonora, composta da Aseptic Void (alias Davide Terreni) è indubbio che pur nella sua essenzialità questa rappresenti un valore aggiunto per The Town of Light, nonché un elemento imprescindibile ai fini di ricreare l’atmosfera del quale tutto il titolo è impregnato.
Avviandoci alle conclusioni, ci sono buone notizie per quel che riguarda l’ottimizzazione: durante la mia esperienza di gioco, infatti, non ho avuto modo di riscontrare problematiche rilevanti, e con il Pc in firma e i settaggi impostati pressoché alla massima qualità il frame rate non è mai calato al sotto dei 40 fotogrammi al secondo, con una media di 55.

 

The Town of Light

 

Concludendo…

The Town of Light è un videogioco con il grande pregio di non lasciare indifferenti una volta che lo si è portato a conclusione. Ciò avviene non tanto in conseguenza della tematica scelta, già di per sé delicata e assai coinvolgente a livello umano, quanto per come essere viene trattata.
L’approccio semi-realistico (sempre tenendo conto del contesto narrativo di partenza) e l’adozione di un gameplay totalmente semplificato, infatti, costituiscono senza alcun dubbio una scelta coraggiosa, che da una parte potrebbe forse comportare l’allontanamento di quella vasta fascia di giocatori più propensi all’azione e alle emozioni “superficiali”, ma dall’altra ha permesso alla creazione di LKA di non cadere in una banalità di fondo tutt’altro che semplice da evitare.
Seppur non privo di difetti, The Town of Light è un’esperienza degna di essere vissuta, nonché un ottimo “debutto videoludico” per questo studio italiano che ha già dimostrato di avere un potenziale non comune.

CI PIACE

– A livello narrativo, The Town of Light è indubbiamente un’opera di valore, coinvolgente e “umanamente disturbante”.
– Atmosfera ispirata e caratteristica.
– Graficamente valido, nonostante non manchino alcuni elementi poco curati.

NON CI PIACE

– Come spesso capita con numerosi giochi di questo tipo, il gameplay si presenta come un aspetto secondario, rischiando così di venire percepito (specialmente dai frequentatori non abituali del genere) come mero “tramite” per svelare la conclusione della vicenda.
– Alterna momenti di grande spessore con altri più deboli e prevedibili.

Conclusioni

The Town of Light è un videogioco con il grande pregio di non lasciare indifferenti.
Seppur non privo di difetti, il titolo di LKA è un’esperienza degna di essere vissuta, nonché un ottimo “debutto videoludico” per questo studio italiano che ha già dimostrato di avere un potenziale non comune.

7.5Cyberludus.com
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"Gino" per gli amici. Studente di Lingue e Culture dell'Asia, è appassionato di cinema, musica, viaggi e videogiochi. Conduce un'esistenza solitaria da qualche parte sui bricchi, ove ancora l'unico mezzo di comunicazione consiste nell'uso di piccioni viaggiatori.

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