The Order: 1886 – Recensione

Il 2014 non è stato un anno esattamente brillante sul piano delle esclusive in casa Sony, tenute a galla solamente da inFamous: Second Son e Driveclub, nonostante quest’ultimo abbia vissuto un periodo piuttosto travagliato al lancio. Il 2015 si presenta, invece, come l’anno della consacrazione, ricco di esclusive chiacchierate e nomi altisonanti? Perlomeno sulla carta. The Order: 1886 è senza dubbio uno di questi, messo in vetrina per il comparto tecnico all’avanguardia e una sceneggiatura più che promettente. La nuova IP di Ready At Dawn, guidata da Andrea Pessino, ha generato un hype di primo livello, prendendosi i riflettori del primo bimestre 2015. Ma si sa, spesso il marketing è un’arma a doppio taglio, e finire col deludere le aspettative è sempre più frequente nel panorama videoludico: di The Order se ne sono dette tante, talvolta anche a sproposito, ma la pioggia di critiche è meritata per davvero? Ora vi diciamo cosa ne pensiamo noi.

 

Siamo a Londra nel 1886, più precisamente nel famoso quartiere di Whitechapel, teatro di numerosi film ed opere teatrali: lo scenario è quello di Jack Lo Squartatore, una delle figure più controverse che la storia londinese ricordi. Muovendo i primi passi nell’universo di The Order ci accorgiamo che la Londra ottocentesca presentata da Pessino e il resto del team non è esattamente quella affascinante e ricca di storia a cui siamo stati abituati: le antiche stradine e la povertà dei quartieri si confondono con gli elementi caratterizzanti della super tecnologia che ad oggi possiamo solo immaginare. Tra i tranquilli vialetti londinesi, dove la prostituzione si consuma nei bordelli, la tranquillità cittadina è garantita dai Cavalieri dell’Ordine, soldati speciali che incarnano perfettamente l’universo del gioco: gli indizi portano direttamente alla fine dell’Ottocento, con le uniformi tipiche degli alti ufficiali inglesi e i baffi che richiamano alla mente la figura di un Dottor Watson qualunque. Nelle fondine, però, trovano spazio particolari fucili al plasma e alla termite, concepiti mentre si consuma la Guerra delle correnti tra Edison e Tesla.

 

Cavaliere senza Re

La storia, sviluppata in 16 capitoli, ci presenta l’Ordine come un gruppo di soldati e saggi che governano la sicurezza di Londra e dintorni dal Palazzo di Westminster, contando sul supporto di Nikola Tesla e delle sue creazioni per fronteggiare la minaccia dei ribelli e di creature ibride, mezzosangue e antichi, trasposizioni non fedeli dell’immagine comune di licantropi e vampiri. Il protagonista delle vicende è Ser Galahad Grayson, Cavaliere dell’Ordine al comando di Ser Percival. L’elemento predominante di The Order è la contrapposizione della realtà alla fantasia mista a leggende: un esempio è proprio la figura di Percival, che la letteratura vuole come uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda alla Corte di Re Artù. Ma la trama fa riferimento anche al Santo Graal, visto come una potente pozione rigenerante in grado di curare anche le ferite più letali. Al di là degli intrecci narrativi, la storia di The Order: 1886 è stata chiacchierata più per la durata che per la qualità stessa della sceneggiatura. Infatti, dei 16 capitoli di gioco solo 8 sono realmente giocabili, e la longevità complessiva del titolo si attesta a non più di 7 ore contando la raccolta di tutti i collezionabili e la difficoltà settata al massimo. Insomma, il titolo Ready at Dawn non è certo longevo, e al basso numero di capitoli interattivi si deve considerare la pochezza di gameplay effettivo relegato quasi esclusivamente agli scontri a fuoco tra una scena e l’altra. The Order è fondamentalmente un susseguirsi di QTE, un’opera che si spinge ben più in là di uno story-driven alla Cage: potremmo definirlo come un vero e proprio film interattivo, in cui le scene di intermezzo si mischiano al gameplay e tutto viene legato con sequenze narrative che, di tanto in tanto, chiedono all’utente di premere dei tasti al punto giusto.

È una colpa? Secondo gran parte delle critiche piovute a fronte delle prime recensioni, parrebbe di sì. E lo stesso Andrea Pessino si è scusato per non essere stato in grado di trasmettere il suo messaggio. In realtà, ci sentiamo di dire che Pessino non ha pressochè nessuna colpa, se non quella di non aver chiarito bene la natura del titolo: The Order non ha nulla a che vedere con gli sparattutto per definizione, ma se gran parte dei media e dei videogiocatori hanno fatto accostamenti con Gears of War et similia, evidentemente qualcosa è andato storto durante le campagne di marketing. Ci limitiamo a dire che per noi The Order: 1886 è un prodotto complessivamente riuscito nella formula, i cui unici difetti risiedono principalmente nella durata della campagna e nell’inutilità di rigiocare il titolo, in quanto le paventate variabili di causa-effetto legate ai QTE sono pressochè inesistenti.

 

L’Ottocento non era così nei libri

Ciò che spiace per davvero è che molte delle critiche ricevute dal titolo siano piovute gratuitamente e senza dare il giusto merito al lavoro del team e alla grande coesione del background narrativo, composto da idee molto difficili da assemblare nel verso giusto. The Order: 1886 è la fusione di due Ere lontane, un po’ sulla falsariga degli ultimi due Wolfenstein, ma innegabilmente con più fascino e cura per i dettagli. A Ready At Dawn va riconosciuto il merito di aver creato un contesto alquanto originale, la perfetta amalgama dei canoni della storia antica con le concezioni odierne di super tecnologia. Come detto, è l’Ordine stesso ad incarnare il concept dell’opera di Pessino, ma la caratterizzazione degli oggetti di contorno e di tutto ciò con cui abbiamo a che fare durante il gioco lascia spesso esterrefatti dalla cura: dando uno sguardo ai fucili possiamo apprezzare il contrasto tra la fattura dell’impugnatura rigorosamente in legno solido e pregiato, e l’avanzato design della canna al plasma da cui passa l’elettricità. L’armamentario di The Order è piuttosto variegato: alle classiche bocche da fuoco – magnum e revolver – si contrappongono mitragliatrici semi automatiche, doppiette e particolari fucili dotati di doppia modalità di fuoco. Dato il vasto ventaglio di armi e le diverse possibilità di approccio al nemico, gli scontri a fuoco non sono mai banali: passare da una copertura all’altra è semplice ed immediato, così come equipaggiare una nuova arma in sostituzione della pistola base o del fucile. Nella fondina trovano spazio anche granate a frammentazione e fumogene, utili quando il numero di nemici diventa difficile da gestire.

 

Di tutto un po’

Nonostante The Order: 1886 sia stato spacciato come uno sparatutto un po’ da chiunque – anche dagli sviluppatori stessi – l’opera di Pessino ha poco a che fare con gli strani accostamenti che abbiamo letto nel Web. In realtà, la componente shooter del titolo è piuttosto superficiale: abbiamo elogiato la qualità e la diversificazione delle armi, così come l’ottimo sistema di copertura, ma non c’è molto altro da applaudire. L’intelligenza artificiale è scarsa, spesso i nemici rimangono senza copertura o fermi in attesa di un colpo letale, così come sovente si notano gli alleati immobili in un angolo senza sparare un colpo. Fare i conti con questi difetti significa vanificare le poche ramificazioni del gameplay, come i combattimenti contro i lycan, legati indissolubilmente alla formula dei QTE, e le fasi stealth, che idealmente avrebbero dovuto variegare l’esperienza di gioco ma che finiscono con l’appesantirla a causa della scarsa implementazione delle meccaniche. Inspiegabile anche la presenza delle bande nere che, seppur sfruttate per dare un’ulteriore taglio cinematografico al tutto, non aiutano né l’esplorazione degli ambienti né gli scontri a fuoco, talvolta resi difficili anche dalla telecamera troppo ravvicinata. Per via di questa superficialità di fondo, spiccano le poche idee interessanti, come i nemici che sparano all’impazzata cercando una copertura, e la Visione oscura che permette a Gray di rallentare il tempo e puntare facilmente i nemici.

Seppur eccellente sotto il piano tecnico e di level design, Ready at Dawn ha costruito un titolo lineare per definizione, fatto di location molto piccole nella fase esplorativa e di aree leggermente più ampie quando è l’ora di imbracciare il fucile. Ineccepibile la realizzazione grafica del tutto, in particolare degli elementi più sensibili dei modelli poligonali, come i capelli e il labiale fedele al doppiaggio originale. Nonostante le esclusive Sony siano sempre caratterizzate da un ottimo doppiaggio localizzato – su tutti, le opere di Cage – in The Order non si rimane convintissimi della recitazione dei doppiatori, ed è presente un leggerissimo ritardo tra la voce ed il labiale dei personaggi. Anche la soundtrack non è all’altezza dell’eccellente e contrastante Londra che hanno dipinto gli sviluppatori.

 

Concludendo?

Forse di The Order: 1886 se n’è parlato male più del dovuto, in ogni senso. L’opera di Ready at Dawn incarna a grandi linee l’incoerenza del mondo videoludico, allo stesso tempo saturo di idee e mai sazio di banalità. Il team ha proposto qualcosa di diverso, andando oltre i limiti imposti dalle recenti produzioni trama-centriche, cadendo a peso morto sulla longevità: probabilmente, qualche capitolo in più di gameplay effettivo avrebbe fatto la differenza, anche senza snaturare l’idea e il messaggio originale degli sviluppatori, accontentando tutti. Concludendo, è un bel titolo The Order? Assolutamente sì, e sfidiamo a dire il contrario. Vale la pena acquistarlo a prezzo pieno? Visti i tempi che corrono e i tantissimi titoli qualitativamente equivalenti a prezzo uguale o inferiore, decisamente no.

CI PIACE

Fuori dall’ordinario, curato nei minimi particolari: è breve, ma intenso

NON CI PIACE

Di quel poco che dura, c’è ancor meno gameplay

Conclusioni

La rivisitazione storica e fantasy della Londra di fine Ottocento

7.8Cyberludus.com
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Studente di Informatica Magistrale (Università di Bari "A.Moro").\r\nMi divido tra studio, Juventus e tecnologia tra mille passioni.\r\nL'obiettivo più vicino è la laurea, poi si vedrà.