Amanti di un cinema classico, facile e didascalico non osate avvicinarvi a Tideland, l’ultimo film di Terry Gilliam, perché lo troverete sconclusionato, noioso e a tratti quasi offensivo. Abituato a sorprenderci (sin dalle scorribande con i Monthy Piton) in questo film Gilliam si supera, magari insospettito dalle ultime vicende lavorative (i Fratelli Grimm non molto apprezzato e il sogno del Don Chisciotte mai riuscito a realizzare ) decide di spingersi oltre e spiazzare il pubblico, un po’ anche il “suo” pubblico, che rimane sorpreso dalla storia che il regista decide di raccontare, e che ha voluto raccontare a tutti i costi, superando mille traversie legate alla produzione e alla distribuzione della pellicola superate solo grazie alla decisione di girarlo low-budget, con il minimo della spesa. Ma parliamo del film, tratto dall’omonimo romanzo di Mitch Cullin: la storia si dipana attorno alla bambina Jeliza-Rose (Jodelle Ferland ) e alla sua bizzarra famiglia tutta droga e rock’n’ roll; prima muore la madre ,e il padre decide di portarla nella sua vecchia casa che divideva da giovane con la propria madre. Successivamente muore anche il padre, e alla bambina (oltre alle sue inseparabili teste di bambole) non rimane che fare amicizia con l’unica famiglia che abita nei paraggi, anch’essa alquanto bizzarra…

Questo Tideland ci appare come una perenne parentesi: tra la vita e la morte, tra la veglia e il sonno, tra la realtà e la fantascienza; ma anche, più semplicemente, tra il bello e il brutto. Esattamente lì infatti possiamo collocare la non completamente riuscita pellicola di Gilliam, che vede Jeff Bridges recitare più da morto che da vivo, e questo è un errore imperdonabile vista la bravura dell’attore soprattutto con questo tipo di ruolo. C’e qualcosa che non funziona, sembra esserci un intoppo narrativo : non assistiamo a nessun cambio di marcia e la storia non sempre riesce a essere emozionante come potrebbe; inoltre alcune scelte appaiono goffe, insensate ed eccessivamente provocatorie (su tutte la “storia d’amore” accennata tra Jeliza-Rose e Dickens). Molto interessante invece vedere come la piccola protagonista riesca ad entrare in simbiosi con tutti i personaggi: poco importa che siano genitori strafatti di eroina, teste di bambole o ragazzi ritardati, tutto va bene purchè sia funzionale al suo mondo, pieno di un immaginazione che solo i bambini riescono ad avere. E come ben sappiamo proprio nell’immaginazione, nell’onirico che Gilliam da il meglio di sé, mostrandoci come al solito luoghi incantevoli e adoperando la cinepresa con la stessa bravura sia nelle enormi distese che nelle piccole e buie stanzette, aiutandosi con dei validi collaboratori (su tutti l’italiano Nicola Pecorini che produce una fotografia splendida). Buone le interpretazioni dei 2 attori principali, specialmente la piccola Jodelle Ferland che occupa i 9\10 del film e che non è certamente avvantaggiata nel recitare trovandosi sempre di fronte personaggi “ particolari ” o inanimati; la bravura principale della protagonista è quella di farci sembrare tutto normale e leggero, addirittura la morte viene vista con aria naturale e disincantata. Da prendere con le molle quindi questo Mondo Capovolto di Gilliam, ennesimo viaggio colorato, provocatorio e fantasioso del regista, dove “ una moderna Alice nel Paese delle Meraviglie incontra Psycho ”, dove bisogna sfruttare la tenera immaginazione di una bambina per vedere i reali lati mostruosi degli adulti.

Articolo curato da Pasquale Romano

Conclusioni

Da prendere con le molle quindi questo Mondo Capovolto di Gilliam, ennesimo viaggio colorato, provocatorio e fantasioso del regista, dove “ una moderna Alice nel Paese delle Meraviglie incontra Psycho ”, dove bisogna sfruttare la tenera immaginazione di una bambina per vedere i reali lati mostruosi degli adulti.

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