Lo ammettiamo: l’annuncio di Ghost of Yotei non ci aveva esattamente entusiasmato. Diciamocelo — quest’anno, lato esclusive first-party per PS5, è stato un periodo piuttosto desolante (qui il nostro speciale sullo scenario delle esclusive Sony PS5). Fin da subito il titolo ci era sembrato un more of the same rispetto alla solida esperienza di Ghost of Tsushima, e per questo si era piazzato molto in fondo alla nostra wishlist per il 2025.

Eppure, giocandolo, Ghost of Yotei si è dimostrato più solido del previsto. La produzione eccelle nella messa in scena: la regia delle inquadrature, la cura cinematografica e la costruzione delle atmosfere sono di prim’ordine. Sul versante del gameplay, però, il gioco resta ancorato a dinamiche open world ormai consolidate — belle da vedere, ma che lasciano poco margine di novità e di sorprendere il giocatore.

Nella disamina che segue vi raccontiamo perché, nonostante le aspettative tiepide e alcuni limiti di progetto, Ghost of Yotei meriti comunque attenzione — e dove, invece, avrebbe potuto osare di più.

Una lama per sei anime

La narrativa si apre con la protagonista, Atsu, durante la sua travagliata infanzia: nella prima sequenza narrativa, infatti, assisteremo allo sterminio della sua famiglia, da parte del gruppo antagonista noto come “Sei di Yotei”, guidato dalla figura di Lord Saito. Il perché del loro attacco emerge con lentezza, ricostruito pezzo dopo pezzo attraverso ricordi e interazioni che scopriamo nel corso del gioco. Scopriremo presto che il padre di Atsu era un fabbro di spade, ma non vogliamo svelare oltre: è un mistero che vale la pena vivere in prima persona.

Durante la nostra esplorazione possiamo infatti innescare i ricordi dell’infanzia di Atsu per colmare retroscena di personaggi e motivazioni. È un modo efficace di narrare: questi frammenti non si attivano a caso, ma richiedono che ci avviciniamo a luoghi o oggetti specifici prima di intraprendere il viaggio nella memoria — una soluzione che funziona molto bene anche grazie al trackpad del DualSense.

Un mondo tanto diverso quanto familiare

Ci piace pensare a Ghost of Yōtei come a un vecchio amico ritrovato: familiare nelle meccaniche, ma con qualche ritocco stilistico che lo rende piacevole da riscoprire. Nella nostra prova il gioco non ci ha sorpreso per innovazione, ma sa comunque offrire momenti in cui ci fermiamo a godere dello scenario — e questo, in un open world moderno, conta ancora.

Se avete giocato a Ghost of Tsushima, vi sentirete subito a vostro agio: molte meccaniche sono rimaste pressocchè immutate. Prendiamo il segnalatore del percorso, tracciato dal vento, per esempio: non solo si integra perfettamente con il mondo di gioco, ma elimina la necessità di quegli evidenziatori gialli o frecce gigantesche sullo schermo. Basta strisciare sul trackpad per evocare una folata di vento che soffia nella direzione in cui dobbiamo andare. Il trackpad viene usato anche per estrarre o riporre le armi e persino per suonare lo shamisen; nelle fasi iniziali serve anche per tracciare kanji — una piccola interazione che, confessiamo, ci è piaciuta molto. E’ raro infatti assistere a produzioni esclusive che fanno uso così intelligente delle funzionalità del Duasense e, arrivati a questa fase della generazione, è un vero peccato che poche esclusive lo abbiano davvero sfruttato a dovere.

Dal punto di vista della mobilità, le aree scalabili sono segnalate con chiari segni bianchi sulle superfici, così da mostrare dove è possibile arrampicarsi. La meccanica di scalata è quella standard: spingiamo nella direzione giusta e il personaggio scala automaticamente, con qualche salto richiesto per superare brevi gap. Tutto sommato, è lo stesso approccio del titolo precedente.

Nel mondo ritroviamo anche le prove rapide in cui dobbiamo tagliare canne di bambù con la spada usando combinazioni di tasti e grilletti in tempi molto stretti. È un peccato constatare quanto il gioco attinga a piene mani dalle meccaniche già viste, ma bisogna ammettere che ritornare nel mondo di “Ghost” è, nel complesso, piacevole. Passiamo spesso dai mercanti per cambi di look, accessori o per scambiare e comprare armi: sono micro-interazioni che ormai ci aspettiamo da un AAA, e qui funzionano esattamente per quello che sono — pratiche, opzionali e per lo più estetiche. Non è qualcosa che rivoluziona l’esperienza, ma trovarsi a cambiare outfit prima di una missione o a sperimentare una nuova arma dà sempre una piccola gratificazione. E poi, chi non ama aggiustare i colori del proprio personaggio quando può? I dialoghi con mercanti, civili e soldati sono utili anche per mappare i membri dei Sei: il mondo ci dà l’illusione di poterli affrontare in qualsiasi ordine, ma la sensazione svanisce presto perché la trama resta lineare e fin troppo prevedibile. Una scelta conservativa dal punto di vista narrativo che limita un po’ la libertà promessa dal level design.

Atsu non è Jin: qui abbiamo una protagonista che sa più di mercenaria che di samurai idealista. Il combat system favorisce la varietà d’armi — raccoglieremo archi, spade e strumenti diversi per adattarci ai nemici — e il cambio rapido in battaglia è divertente e funzionale. Potremmo giocare “alla vecchia scuola” con una katana sola, ma alternare gli strumenti rende gli scontri più ricchi e soddisfacenti. Il gioco offre davvero due anime: da un lato il ronin canonico, dall’altro la possibilità di costruire un assassino silenzioso. Gli archi (lunghi o corti) e le armi secondarie permettono approcci diversi; i mercanti, inoltre, sbloccano outfit e varianti colore che, pur essendo solo cosmetici, ci invitano a personalizzare il personaggio secondo lo stile che preferiamo. Missioni secondarie, taglie, sorgenti termali che aumentano la salute, altari per gli skill tree e tane di volpi: tutto torna dall’universo di Ghost of Tsushima. È un “more of the same”, certo, ma le taglie in particolare funzionano come buon carburante per l’esplorazione — ci spingono a percorrere ogni angolo della mappa. Di base il gioco è più accomodante rispetto ad altri action punitivi, però se siete tra quelli che vogliono sudare, la difficoltà massima esiste e non è uno scherzo: richiede abilità e familiarità con titoli action più ostici. Se preferite un’esperienza meno frustrante, l’ampia gamma di opzioni per tarare aggressività nemica e timing dei parry permette di modulare il livello di sfida.

Le bellezze del Giappone

A livello tecnico Ghost of Yōtei mantiene la promessa di essere l’esclusiva PS5 che aspettavamo: anche su PS5 base, la resa tecnica è ottima e, dopo oltre 40 ore di gioco, la stabilità è rimasta impeccabile. Ma il vero colpo da maestro è l’integrazione col DualSense: non è un semplice “gimmick”, come si suol dire, ma parte integrante dell’esperienza.

Quei dettagli tattici fanno davvero la differenza. Sentiamo le gocce di pioggia sul pad mentre cadono sulla mappa: il bilanciamento tra ciò che esce dagli speaker della TV e quello che esce dal controller è deliziosamente calibrato, oltre che dipingere sumi e persino soffiare nel microfono per accendere un falò ci ha strappato un sorriso — piccoli gesti che aumentano l’immedesimazione più di quanto ci aspettassimo. Sound design e colonna sonora ci trasportano nel Giappone feudale del Nord — l’ambientazione di Ezo (oggi Hokkaidō) è resa con cura sonora notevole. Apprezziamo la localizzazione completa e la possibilità di giocare in giapponese con sottotitoli (la nostra preferenza), mentre la modalità filtro Kurosawa è il vezzo cinematografico che non stancherà i nostalgici del jidai-geki.

Concludendo…

Ghost of Yotei non reinventa la ruota, ma si affida a ciò che conosce bene – un combat system solido, scenari curati, possibilità di approccio stealth o diretto, che, nonostante la ripetitività intrinseca in questa tipologia di giochi, continua a dare soddisfazioni. La narrativa di vendetta sa di già visto, ma alcuni riferimenti alla tradizione narrativa asiatica funzionano bene. Se vi manca esplorare una Hokkaidō virtuale piena di scorci mozzafiato, qui troverete pane per i vostri denti; se invece cercate innovazione netta nelle meccaniche, forse fareste bene a cercare altrove.

CI PIACE
  • Tecnicamente è un vero gioiello
  • Integrazione del DualSense ottima che aumenta l’immersione nel mondo di gioco
  • Ambientazione e panorami di Hokkaidō che incentivano l’esplorazione
  • Combattimento ricco di possibilità
NON CI PIACE
  • Trama sostanzialmente lineare e prevedibile
  • Meccaniche di gameplay riprese, nella loro quasi totale interezza, da Ghost of Tsushima
  • Contenuti secondari ripetitivi
Conclusioni

Pur non rivoluzionando nulla, Ghost of Yotei riprende con successo i punti di forza del suo predecessore, ma anche le sue più note debolezze. Tecnicamente il titolo è molto valido e l’implementazione del DualSense funziona molto bene, unita ad una ambientazione che invita all’esplorazione. Se amate gli action open world narrativi e il mondo di Ghost of Tsushima, apprezzerete sicuramente anche questo capitolo; se cercate novità radicali o una trama in grado di sorprendervi, potreste restare delusi. Per noi vale comunque il tempo speso: non un capolavoro generazionale, ma un’esclusiva PS5 ben fatta e piacevole da giocare.

8Cyberludus.com

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Nerd purosangue classe 1992, si avvicina al mondo dei videogiochi grazie al SEGA Master System di sua madre. Destreggiandosi tra Alex Kidd e Sonic the Hedgehog, comincia a farsi una importante cultura videoludica a base di platform e beat ‘em up. Fedele seguace della “master race”, consuma giochi di ruolo dalla mattina alla sera, anche se la sua saga preferita rimane Grand Theft Auto degli inarrivabili Rockstar Games, che fin dal primo capitolo lo ha aiutato a diventare la brutta persona che imparerete a conoscere.

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