That Dragon, Cancer – Quando il videogame diviene grido di dolore – Recensione

That Dragon, Cancer

Una recensione ardua

Premetto che non è un compito semplice recensire titoli del genere. La decisione di non mettere votazioni nè i soliti “motivi per giocarlo/non giocarlo” è voluta, perché non ci pare necessario farlo, vista la materia trattata. Siamo di fronte ad una tipologia di prodotto nato e covato nella sofferenza di una storia vera, cullato al fine di divenire testimonianza lapidaria e, forse, anche fonte di speranza, laddove se ne possa avere in contesti del genere. C’è veramente troppo di cui parlare, ma è impossibile trovare i termini adatti e sicuramente nessuno li troverà mai.

 

“That Dragon, Cancer” è un’avventura grafica punta e clicca prodotta dal team nascente Numinous Games, formato proprio dai genitori del bambino protagonista della storia (lui già un indiegame developer; lei mamma a tempo pieno ma che ha contribuito alla sceneggiatura del titolo) e da varie professionisti che hanno contribuito per far sì che il progetto prendesse forma.

La storia di Joel

Il gameplay è di tipo puramente narrativo e ci porterà a muoverci in un ambiente diverso in ogni capitolo del gioco (sono in tutto 14). La durata del tutto non arriva alle due ore, ma quello che ci viene proposto di capitolo in capitolo basta e avanza per regalare sensazioni contrastanti e, nel finale, devastanti.

 

Joel, all’apparenza, è un bambino come tutti gli altri, e pertanto fa tutto ciò che fanno i bambini della sua età. Purtroppo la sua esistenza è sconvolta dall’arrivo di una terribile forma di tumore al cervello all’età di un anno: da lì cominceranno le cure, le terapie chemioterapiche, la lotta dei genitori e dello stesso Joel per riappropriarsi di quella vita che il fato gli sta strappando troppo presto. Attraverso i commenti, i pensieri, le chiamate al telefono e i diari dei genitori, entreremo pian piano all’interno della famiglia di Joel, e ci troveremo travolti dalle emozioni che accompagneranno le visite mediche, le conversazioni tutt’altro che ottimiste coi medici ed i momenti di intimità con un bambino troppo fragile e acerbo per pensare che possa essere un malato terminale.

Troppe emozioni? troppo di ogni cosa?

L’impotenza tangibile di un genitore cosciente che sta perdendo una parte di sé; lo strazio nell’udire il pianto di questo bambino, il grido di dolore fisico di un piccolo corpo che non regge cure chemioterapiche troppo aggressive; la disperazione di un padre che parla con Dio e condanna l’ingiustizia universale in urla rotte dal pianto; la consapevolezza che il tempo è poco, troppo poco? che il tempo sta finendo, perché il cancro chiamato Drago (nei racconti fantastici del padre di Joel che, in maniera favolistica e metaforica, cerca di spiegare al figlio la malattia che lo sta consumando) non perdona.

 

Ogni passaggio di That Dragon, Cancer forza nel giocatore una consapevolezza straziante, quasi insopportabile, che continuerà ad accompagnarlo ben oltre i titoli di coda.

Psichedelia, colori e metafore

La metafora del Drago nella personale battaglia di Joel è solo una delle tante che incontreremo lungo la storia. Nulla è mai veramente materiale e concreto, e anche il mondo da esplorare apparirà spesso come una visione onirica senza leggi fisiche o senso logico (apparentemente) a sorreggere le certezze del giocatore. I colori pastello acceso abbondano e alcuni “minigiochi” (dalla risoluzione basilare, ma deve essere così) virano nella psichedelica più assurda e illogica.

 

Da una parte, gli ambienti esplorano le fantasie e i mondi del bambino ammalato e, in quanto specchio del suo personale punto di vista sulla situazione, spesso ci faranno scappare anche un sorriso di tenerezza; dall’altra, invece, il mondo razionale e disperato dei due genitori, che non possono far altro che implorare l’aiuto di un Dio silenzioso e assente, e assistere impotenti allo svolgersi della malattia e, infine, alla morte del figlio.

Concludendo?

“That Dragon, Cancer” è un titolo che può (anzi, deve) essere giocato da tutti. Si tratta dell’ennesima prova del fatto come la produzione videoludica non sia necessariamente vincolata ai concetti di intrattenimento e divertimento, ma che può farsi anche veicolo di messaggi forti, veri, che siano di dolore, speranza o positività. That Dragon, Cancer rappresenta l’urlo di sofferenza di due genitori, in testimonianza di tantissimi altri che ogni giorno vivono questo stesso tipo di esperienze. Noi ringraziamo dal profondo del cuore questi genitori, perché siamo convinti che il videogame debba essere emozione, sentimento e anche, a volte, lo specchio delle crude realtà che la vita impone.

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Giocatrice tendenzialmente onnivora, nonostante la sua fede primaria rimanga il survival horror classico, avendo trovato la sua dimensione nutrendosi di pane, ansia e Silent Hill. Il suo campo di competenza è l’indie game e l’horror e perde sudore e fatica nell’analisi del lato artistico e, spesso, poetico del videogioco.