The Swapper – la natura dell’esistenza secondo Facepalm Games – Speciale

Giano Bifronte

Per trattare in maniera davvero esaustiva l’opera di Facepalm Games dovrebbero forse essere redatti due differenti articoli: uno per quel che riguarda il lato ludico dell’opera, il gioco in quanto tale (dopotutto, è ciò che è), l’altro per provare a introdurre ai nostri lettori quali siano i temi trattati all’interno di questa breve storia.

The Swapper è infatti un titolo a due facce: da una parte troviamo il gioco vero e proprio, dall’altra quello che vuole provare a raccontarci. Due parti differenti, legate da una relazione che possiamo quasi definire simbiotica. Ognuna delle due trae un vantaggio concreto dall’altra: il vero “cuore” dell’ opera ha infatti modo di rivelarsi soltanto tramite lo svolgimento del gioco, lato che trova invece la sua vera “ragion d’essere” solamente al suo interno, ben nascosta in profondità.

Fate attenzione: le due parti, questa volta, hanno eguale importanza: sono entrambe fondamentali.

Sta a voi.

In superficie

The Swapper si presenta come un Puzzle-Game a tema fantascientifico. Dopo un brevissimo filmato iniziale, ci ritroveremo soli, pronti a dare inizio all’esplorazione della stazione Theseus, collocata sul pianeta Chori V. Sarà questo, per il 99% dell’ avventura, il nostro unico ambiente di gioco.

La Theseus colpisce sin da subito per i suoi scenari, tanto curiosi quanto coinvolgenti: dovete sapere che l’ iniziale modello dell’ ambiente di gioco fu prodotto con l’uso dell’ argilla, traendo ispirazione da oggetti d’uso comune. Non stupitevi dunque se a volte avrete l’ impressione di vedere qualcosa di “già visto altrove”. Ad accompagnare (metaforicamente parlando) il vostro cammino sarà un’ eccezionale colonna sonora, capace di amplificare la continua sensazione di solitudine, già perfettamente marcata dall’ambientazione, e aggiungere, forse, un pizzico di irrequietezza. E’ evidente: la Theseus è buia, desolante, abbandonata a sé stessa, forse deserta, ma non ostile.

Proprio così: non troveremo un singolo nemico smanioso di impedirci di proseguire nel nostro viaggio. Ad attenderci ci sono soltanto numerose stanze con al loro interno dei puzzle da risolvere.

Nessun’arma dunque? No: più che armi, strumenti. E solamente due, reperibili nei primissimi minuti di gioco. Il primo è un marchingegno capace di sintetizzare fino a quattro cloni del protagonista in qualunque punto collocato entro il suo campo visivo (a patto che non vi siano ostacoli!). Questi “replicati” andranno a riprodurre i medesimi movimenti dell’ alfa. Il secondo e ultimo è niente di meno che lo “Swapper”, misterioso strumento capace di trasportare il nostro “IO” (O dovrei forse dire coscienza ? Personalità ? Anima ? ?) da un corpo all’altro. In pochi minuti avrete già preso confidenza con questa meccanica di gioco, davvero intuitiva.

“Sono sufficienti questi due soli strumenti per arrivare alla fine del gioco?” Si, non c’è altro a nostra disposizione.
“Come funzionano praticamente questi puzzle?”

L’ obiettivo è il recupero degli “Orbs” (globi, sfere): questi altro non sono che chiavi in grado di attivare i numerosi teletrasporti dislocati all’interno della Theseus. Tramite questi avremo di modo di raggiungere nuovi settori della stazione. Gli orbs sono ovviamente collocati in ben precisi punti all’interno di ogni stanza, il che li rende irraggiungibili senza l’aiuto dei nostri due cari gingilli: potremo infatti arrivarci solo a suon di clonazioni e “trasferimenti”.

Un esempio elementare?

L’orb che vogliamo recuperare è posto oltre una colonna di pietra. Per farla sollevare dobbiamo andare a effettuare una pressione su una piattaforma collocata in alto, luogo per noi inarrivabile. Ma non per uno dei nostri cloni. Nel tentativo di risolvere questi rompicapo dobbiamo però tenere conto del fatto che i nostri cloni cessano di esistere (o forse sarebbe meglio dire “muoiono”?) in differenti situazioni: se esposti alla luce, se a contatto con l’ originale, se sottoposti a cadute o “compressioni”. Stesso discorso per l’ “alfa”: non aspettatevi di sopravvivere in alcun modo a “voli” eccessivi . Per nostra fortuna, avremo la possibilità di rallentare nettamente lo scorrere del tempo: questo ci darà modo di sintetizzare velocemente un nuovo corpo e “fiondarci” al suo interno prima del “fatale crack”. Logicamente, più si avanza, più i puzzle diventano complessi: per esempio, dopo i primi livelli, compaiono, oltre a quella “standard”, anche delle luci rosse e blu. La prima ci impedirà di “passare” in un clone qualora questo sia posto in una zona da essa irradiata, la seconda invece non ci permetterà di creare alcun replicato. Proseguendo ulteriormente dovremo vedercela anche con delle correnti gravitazionali.

E’ importante sottolineare che The Swapper, in toto, non presenta picchi di difficoltà eccessivamente elevati. Sicuramente giunti nei pressi del “giro di boa” i puzzle cominciano a essere più impegnativi, ma nulla che non possiate gestire con un po’ di pazienza e aguzzando l’ingegno. Inoltre, non dimentichiamo che un’ipotetica morte del protagonista comporterà unicamente il “ricominciare” (quasi) dal medesimo punto, aspetto che vi permetterà di affrontare i puzzle in una condizione di totale tranquillità.

Da segnalare ancora che nel passare da una zona all’altra della Theseus avremo la possibilità di consultare numerosi terminali contenenti, tra le altre cose, messaggi o frammenti dei diari del personale: è soprattutto tramite questi che potremo scoprire che cosa è accaduto (anzi, che cosa sta ancora accadendo) nella stazione. Non leggere queste fonti potrebbe condizionare radicalmente la vostra esperienza di gioco, rendendola, alla fine, probabilmente anonima.

Concludendo…

The Swapper convince. Caratterizzato da un gameplay semplice e coinvolgente, seppur non particolarmente innovativo, saprà non annoiarvi nell’ arco delle sue (circa) 6-8 ore di gioco. Forte di una delle ambientazioni più sorprendenti degli ultimi anni e arricchito da un’azzeccatissima colonna sonora, The Swapper vi offre la possibilità di godere di una trama tanto coinvolgente, quanto terribile…

Tenendo a mente quanto detto nell’introduzione all’inizio dell’ articolo, è importante ricordare che non sempre un numero può essere davvero appropriato per riassumere quella che è la qualità di un “prodotto”.

Specialmente quando per “prodotto” intendiamo un gioco di questo tipo. Credo potremmo fare lo stesso discorso riferendoci a un certo tipo di film, o magari a un album in particolare.

Il voto che vedete riportato sopra è indicativo. Per alcuni, una volta terminata questa esperienza, potrebbe essere eccessivo, per altri decisamente troppo basso (Il sottoscritto appartiene in realtà al secondo gruppo). Il punto è proprio questo: la vera valutazione finale spetta a voi. Deciderete di aver giocato un semplice puzzle-game o proverete a dare un’ interpretazione personale di questa angosciante storia, capace di rappresentare perfettamente precarietà e contraddizioni dell’essere umani?

Sta a voi.

Post Scriptum – Quello che rimane

The Swapper è stato capace di stimolarmi, ponendomi di fronte a numerosi interrogativi su questioni decisamente complesse che, in gran parte, rimarranno senza risposta.

E non mi sto riferendo a domande legate alla trama del gioco, la quale rimane comunque altamente comprensibile nella maggioranza dei suoi aspetti (a patto di aver letto con attenzione i file nei terminali!)

Ci sono due punti sui quali vorrei brevemente soffermarmi, il secondo dei quali è – guarda caso – un’ unica domanda, con la quale andrò a salutarvi.

In primis vi è la condizione dei cloni del protagonista.

Mi chiedo: “che cosa” sono i cloni che vengono “prodotti”? Ammassi di cellule, tessuti, organi e apparati? Copie vuote sintetizzate a partire dal DNA del portatore del Swapper?

Sono “vive”, in senso lato? O non sono propriamente vive? E che significato diamo in questo caso alla parola “vivo”?

Che cosa è che si “sfracella” al suolo dopo voli di decine di metri? Carcasse già vuote in partenza?

Col senno di poi, mi concedo qualche dubbio.

Ma la domanda ancora più spaventosa è: “Che cosa è che ci rende veramente ‘noi’, secondo la filosofia di The Swapper?

Quello che abbiamo dentro è davvero così semplice che un piccolo macchinario è capace di trasferirlo integralmente da un corpo a un altro impiegando un singolo istante ?

E di conseguenza la questione successiva non potrà che essere: “Dunque che cosa trasporta lo Swapper”? Vogliamo chiamarlo “Anima”? “Coscienza”? “Personalità”?

E se fosse solo una specifica serie di impulsi elettromagnetici da imprimere all’interno di un cervello ? Il nostro “Io” potrebbe alla fine essere soltanto l’equivalente organico di una serie di dati trasferibili da un HD a un altro?

Ancora un interrogativo

Si dice che la caratteristica innata di tutti gli esseri viventi, uomo incluso, sia l’istinto di sopravvivenza. Una tendenza intrinseca, automatica, che ci sprona sia a tramandare il nostro patrimonio genetico, sia a conservare la vita.

Ma cosa succede quando si oltrepassa quella che è la nostra concezione di vita?

In questo caso limite, fuggire la morte e gettarsi in una “condizione di vita” al di fuori della nostra portata, sarebbe ancora una scelta dettata dall’ istinto di sopravvivenza?

O magari dal nostro desiderio di andare oltre quelli che sono i nostri limiti?

CI PIACE

Se volete mettere alla prova i vostri nervi e la vostra capacità di sopravvivere? ma sopravvivere veramente!

NON CI PIACE

Se la pazienza non è il vostro forte e non riuscite a stare dietro a dialoghi infiniti sulla natura dell’uomo e ad un gameplay poco intuitivo e ripetitivo.

Conclusioni

"Pathologic Classic HD" è una piccola perla indie che ci prende a schiaffi e a cui non importa di essere incompresa o relegata nel dimenticatoio a causa delle lacune tecniche che possiede. Ovviamente è un titolo da assimilare e da capire nel profondo che, se si ha l’apertura mentale necessaria, può regalare soddisfazioni ed una viva esperienza che sfocia nel metavideoludico.

8Cyberludus.com
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