Betrayer – Recensione

Quando si parla di minimalismo non tutti sono capaci di comprenderne il significato: è un tipo di espressione fatto di parziale assenza dell’espressione stessa, un ordine definito dell’apprezzare le cose che si perde, sostituito a un poco, utilizzato per rendere ugualmente bene un tutto. Il problema di una simile presentazione è che, pur fomentando una giusta curiosità, corre il grosso rischio di mancare l’aggancio emozionale causato dalla carenza di sproni, costituiti in massima parte, appunto, solo da una curiosità istintiva… Queste sono, purtroppo e per fortuna, le regole di Betrayer, gioco esplorativo in prima persona ambientato in un’America inquietante, tra spagnoli, fortini, lotte con gli indiani e primi coloni… Anzi, sarebbe meglio dire a seguito di tutto questo, perchè l’angoscia e la furia si sono portate via tutto: forme di vita, civilizzazione… Persino i colori.

Lo sbarco in un mondo cieco alla vita

Il suono dell’acqua, le onde che si abbattono su una spiaggia piena di casse, come lo scenario che segue a un terribile naufragio… Un uomo apre gli occhi: lo accoglie una costa, affiancata da un fitto bosco, tutto privo di ogni tinta, l’ombra è grigionera, la luce è bianca, sembra mancare tutto lo spettro cromatico che tra completa assenza e la completa presenza di colore. Seguendo un sentiero, però, lo scenario cambia: una macchia rossa, una forma umana, sembra osservarlo e lancia una freccia verso un paletto di legno con sopra scolpito un volto umano; sulla freccia, un messaggio: “Vai via da qui, prima di rimanere imprigionato in questo posto come è successo a me”… Il sentiero sembra condurre verso un forte, uno di quelli costruito con grezzi tronchi d’albero con qualche casa, una chiesetta e quel poco che serve per vivere una vita rispettabile su una nuova colonia, nel nuovo mondo. La campagna, però, ringhia e il vento che passa tra le fronde trasporta anche i feroci rantoli di uomini vestiti come soldati spagnoli… I conquistadores… Avranno ancora qualcosa di vivo, dentro? Forse la spinta di questa nuova conquista è andata oltre le normali possibilità… Forse, il peccato ha trasformato quelle figure in qualcosa di umanoide ma, di certo, non umano…

Le paure e le scoperte del suono

La descrizione più superficiale che si può offrire di Betrayer è che si tratta di un’avventura in prima persona ambientata a metà del millennio appena trascorso. Scopo dell’ignoto protagonista del gioco è riuscire a scoprire quali malignità sono state commesse dai conquistatori del nuovo continente nei confronti del popolo indiano e, in più di un’occasione, anche di loro stessi, il tutto attraverso una quasi cieca esplorazione dell’ambiente circostante. Una volta recuperati tre misteriosi oggetti (un occhio, una lingua e un orecchio, tutti solidificati dal tempo) il protagonista può ascoltare suoni e osservare visioni prima impercettibili… In ogni mappa che divide le varie zone esplorabili è presente un forte con una campana, suonata la quale tutta la luce muterà in tenebra, piena di urla terrificanti e grida di dolore e nella quale viaggiano anime perdute che hanno dimenticato il loro nome, la loro storia e persino la loro morte. Grazie ai tre oggetti pietrificati diventa, quindi, possibile comunicare con tutte queste anime, condurle al forte e scoprire da queste, tramite il recupero di alcuni indizi materiali e l’incontro con altri fantasmi, tutta la storia malata di dolore e di peccato che ha impestato le zone circostanti: stupri, omicidi, battaglie, streghe sul rogo… Un popolo malsano che non si è risparmiato nessuna malefatta. Tutto il gameplay si risolve, quindi, in un continuo viavai esplorativo per sbrogliare la flebile ma presente matassa narrativa attraverso il recupero di oggetti, tesori e altri indizi: pezzi di carta, stivali, frecce rotte, ogni cosa può costituire un importante passo per debellare l’oscurità che circonda questi territori.

Sfortunatamente, le lande di Betrayer pullulano di nemici che non hanno più molto di umano: di giorno, guerrieri in armatura senza la percezione della paura; di notte, scheletri e spiriti magici, più deboli ma non per questo meno letali. Per combattere queste minacce sono a disposizione del giocatore alcune armi, tutte con un comportamento più possibile realistico: un arco è silenzioso, utile per colpire senza essere notati, ma infligge meno danni e ogni freccia, se non si rompe all’impatto, può essere recuperata dai cadaveri, dai tronchi o dal terreno, nel caso si fosse mancato il bersaglio; ancora più interessanti pistola e moschetto, entrambe con considerevoli tempi di ricarica, tra polvere da sparo da versare dal corno e proiettili da inserire e premere fermamente nella canna. Ogni colpo va meditato perché l’energia è poca, gli errori sono sempre gravi e ognuno di essi è fatale: i combattimenti, quindi, sono all’insegna di una intrigantissima verosimiglianza che rende la propria condizione di insicurezza ancora più opprimente, specialmente quando la vita è poca e i proiettili scarseggiano (nessuna cura automatica qui, o si beve dalle limitate borracce o si muore). L’esplorazione, tuttavia, non potendo contare su nessun tipo di aiuto visivo escluse le macchie di rosso immerse nel paesaggio monocromatico, gioca tutte le sue carte sul campo sonoro? E le gioca piuttosto bene!

Le cuffie dell’inquietudine

Dimenticate le normali casse del vostro schermo: Betrayer richiede, necessariamente, l’uso di auricolari o, meglio, di un bel paio di cuffioni per essere giocato. E non goduto, badate bene: giocato proprio. Le casse potete usarle, ma non vi aiuteranno affatto. Una volta ottenuto l’orecchio pietrificato, infatti, diventa possibile ascoltare non solo le parole dei fantasmi ma anche i suoni tormentati che rimbombano nell’ambiente, indicatori del successivo luogo da raggiungere per proseguire nell’avventura: nessun segno grafico sulla sterile mappa, nessun simbolo sulla bussola, tutto procede solo per indicazioni sonore. Oltre agli obiettivi principali, inoltre, il suono è utile per percepire dalla lunga distanza i ringhi dei nemici e il tintinnare degli oggetti nascosti, quando ancora la luce che si riflette su di essi e il colore rosso non sono percepibili alla vista. Questo escamotage sonoro rende le esplorazioni ancora più piene di onesta tensione: mentre si segue un indizio si può percepire l’improvviso esplodere del terreno, rivelatore di un nemico inatteso, magari proprio mentre il rosso riempie l’indicatore dell’energia, a segnalare che un colpo è sufficiente a farci fuori. Il punto debole di Betrayer, tuttavia, è forse questa stessa inquietudine, considerando il fatto che, una volta scoperta l’inevitabile ripetitività della propria missione, questa è una delle poche cose che offre una buona spinta per proseguire, oltre al voler recuperare da un mercante che mai conosceremo (tutte le armi sono in una cassa con una lettera, basta lasciare qualche moneta e lo scambio si risolve) un equipaggiamento di qualità e dei gingilli potenzianti degni di questo nome. Questo anche visto e considerato che la narrazione, volutamente difficile da percepire e quasi da costruire da soli, nella propria testa, è lenta ad ingranare: il fascino del suono inquieto è un efficace magnete ma alla lunga rischia di lasciare il tempo che trova. Sfortunatamente, poi, il gioco soffre di diversi bug e di immensi problemi di menù e interfacce: le indicazione di pressione dei pulsanti, specialmente se si usa un pad (disponibile oltre al classico assetto mouse-tastiera), sembrano quasi incomplete, come a trovarsi in una beta, e per i menù, beh, tenete pronta la mano sul mouse; navigarli con il pad è semplicemente un compito infernale. Per fortuna, il mondo in bianco e nero, con le sue foglie smosse dal vento e i suoi particolari agghiaccianti, è realizzato con una cura eccellente: l’assenza di colore, poi, rende il tutto ancora più appetibile. E’ vero che i colori si possono aggiungere, usando le opzioni, ma così il mondo perde buona parte del suo fascino.

Conclusione

Non si trovano in giro spesso delle opere surreali come Betrayer: l’esplorazione sonora, in mancanza di colori utili a godersi il paesaggio, diventa automaticamente il punto cardine di un viaggio nell’inquietudine del peccato e della vergogna dell’essere umano, guidato dal proprio giudizio e non da una narrazione coesa, che prende per mano e guida da un punto A a un punto B. Il realismo delle armi, la paura di ogni avversario e gli argomenti trattati bilanciano (pur parzialmente) la ripetitività che, alla lunga, viene a galla a causa della somiglianza evidente dei compiti da svolgere in quasi tutte le zone del mondo di gioco. Il fascino dell’essere guidati da sospiri, lamenti e sofferenze, tuttavia, tiene incollati alla sedia per tutte le ragioni migliori: non si ha paura dello spavento immediato, dell’apparizione improvvisa e del suono potente nelle proprie orecchie; si teme, invece, il proprio errore, la propria cupidigia e fretta, proprio perché errore, cupidigia e fretta (di azione e di pensiero) sono gli argomenti della pochezza umana che vengono qui ritratti più e più volte. Quando una patch spazzerà via tutti i piccoli errori rimasti, Betrayer diventerà qualcosa di ancora di più unico: per il momento, è ‘solo’ un opale da sgrezzare, pallido e insieme attraente ma con diversi graffi a comprometterne una bellezza di carattere universale.

CI PIACE

Perchè è una meditazione sul peccato e sulla menzogna mascherata da FPS esplorativo, dove i suoni giocano un ruolo fondamentale e il realismo richiede un tipo di ragionamento quasi lontano dalle normali vie videoludiche, il tutto in un meraviglioso mondo monocromatico, pieno di inquietudine e pressione psicologica.

NON CI PIACE

Perchè ci sono ancora troppi bug e troppe interfacce da rivedere, oltre a una ripetitività minima ma fastidiosa (che pur non ne annulla il grande fascino). Se poi vi piace sforacchiare le cose con i proiettili allora non è proprio pane per i vostri denti.

Conclusioni

Betrayer è un gran bel gioco di esplorazione sonora immerso in un mondo incapace di accoglienza ed umanità: il suono si fa portavoce solo di grande sofferenza e di immenso lamento e tutto ci è nemico, tranne chi non può farci del male. Betrayer è un’esperienza da vivere con una tensione sana, fatta non di spavento scabroso ma di perplessità e di un continuo rimuginare su scelte di vita e simili problematiche, il tutto con ottime meccaniche stealth che prendono vita in un mondo senza colore.

7.5Cyberludus.com
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Redazione
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