Weapon Shop de Omasse – Recensione

Ci pensate? Anche con i videogiochi siamo arrivati a un punto dove si vuole banalizzare la creatività: in tanti dicono che “non basta avere un’idea nuova per mettere su un buon gioco” e non hanno tutti i torti; un titolo può avere una struttura completamente anomala e geniale ma se questa è mal sviluppata e l’insieme non funziona il risultato sarà comunque altalenante. Vero è che non bisogna partire da questo presupposto: quando, sul Nintendo Direct, è stato annunciato che la serie Guild 01 di Level-5 per Nintendo 3DS sarebbe stata completata con la tardiva pubblicazione di Weapon Shop de Omasse molti hanno guardato al gioco pensando a una creatività già vista, forse senza spina dorsale, si sono fasciati la testa prima di forgiarla, insomma. Weapon Shop de Omasse è stato vittima di un destino di ritardi beffardi che potrebbe aver minato il suo impatto in un’industria che, rispetto a due anni fa, si è già fin troppo evoluta? Ma cosa offre questa simulazione di forgiatura in musica, questo Fabbro Fabbro Revolution, nella nube anomala (o, citando un collega, nel ‘sottobosco’) dei titoli eShop su Nintendo 3DS? Ora che il ferro è caldo cerchiamo di modellare il nostro giudizio con il martello di una critica onesta.

Un sequel come un altro?

Chissà che faccia si nasconde dietro il giocatore che, con il suo personal computer, ha appena sconfitto l’Evil Lord e ora guarda con un sorriso al sequel del suo JRPG preferito, pronto per essere installato e giocato. Chissà quali eroi immagina, quali gesta di coraggio, quali pensieri puri nelle teste dei tanti senza macchia pronti a rischiare la vita per principesse, amori e onore? Sicuramente quel giocatore non conosce la bizzarra verità che si nasconde dietro la forgia del villaggio, il negozio di armi Omasse, dove il giovane apprendista Yuhan ha avuto un’idea decisamente anomala: piuttosto che vendere le armi e spendere più soldi nel recupero di costosi materiali non sarebbe meglio noleggiarle ai personaggi di passaggio e farsele restituire a missione conclusa? Il burbero Oyaji, fabbro suo maestro, sembra approvare la sua trovata mentre lo osserva scontroso, dietro la sua benda e il suo sguardo arcigno tipici di ogni duro che si rispetti? Così apre il primo servizio di noleggio armi di ogni JRPG, un servizio che deve diventare sempre più efficiente: sono passati cinquant’anni dalla sconfitta dell’Evil Lord e si vocifera che stia per tornare a seminare il dolore su questo mondo? Preparate i mazzuoli, è tempo di trasformare quei blocchi di metallo informe in strumenti di morte!

Parappa the managing Blacksmith

Weapon Shop de Omasse è unico. Ok, ci siamo giocati la carta dell’inizio paragrafo più banale di sempre ma si tratta comunque di una verità e spiegare il perché in maniera concisa è davvero complesso! La vita del negozio si divide in giornate, durante le quali possono fare la loro apparizione alcuni personaggi particolari o semplici Personaggi Non Giocanti, individui tutti identici e senza nome, falsi gemelli che si esaltano con poco e che sono ben coscienti dell’inutilità della loro esistenza di fronte al grande disegno della trama del gioco. Ogni personaggio possiede una particolare confidenza con ognuno dei tipi di arma disponibile (spade, lance, katane, mazze, ecc.) e, una volta ricevuto l’ordine, è necessario che il giocatore metta le mani sulla forgia e si operi per realizzare un’arma bianca migliore possibile. E’ in quei momenti che entra in gioco la componente da rythm game di Omasse: seguendo uno schema di gioco che richiama in tutto e per tutto quello di Parappa the Rapper su Playstation, il giocatore armato di pennino deve colpire il metallo caldo in determinati punti e momenti, seguendo le forme dell’arma da costruire, facendo bene attenzione che il calore sia adeguato e provvedendo, in caso contrario, a raffreddare o a riscaldare il materiale. Ogni martellata, se ben assestata, aggiungerà punti a uno dei tre fattori di danno dell’arma presi diretti dai classici giochi di ruolo, ovvero taglio, penetrazione e impatto: ogni arma possiede un livello di partenza e alcune caratteristiche migliorate in certi tipi di attacchi, suggerendo al giocatore quale di esse migliorare grazie all’utilizzo di speciali materiali o reagenti, ottenuti dalle missioni dei personaggi o ordinati direttamente dal negozio (a prezzi indecorosi, quindi è sempre meglio utilizzarli con saggezza). Le armi, oltretutto, possiedono un proprio livello di partenza e, se utilizzate nelle missioni, possono guadagnare esperienza come gli eroi: un’arma restituita e utilizzata più volte, specie se ripulita con cura da tutti i tagli e le scheggiature, sarà sempre più efficace di un’arma identica appena forgiata. E’ necessario porre, inoltre, una particolare attenzione sui personaggi ai quali si noleggiano le proprie armi: se questi falliranno nei loro intenti l’arma sarà perduta per sempre e con essa tutta la sua esperienza, i materiali utilizzati per forgiarla? insomma, tutti i nostri sforzi!

Ma la vita da fabbro non è tutta musica e acquisti: la maggior parte del tempo, dentro le legnose pareti di Omasse, lo si spende controllando gli ordini, attendendo missioni, gestendo il proprio inventario di armi e, sopra ogni cosa, osservando gli sviluppi delle avventure di tutti gli eroi tramite il Grindcast: questo strumento geniale nel nome (GRIND + BROADCAST, letteralmente ‘trasmettere il grinding’) e nella funzione che permette a Yuhan di controllare le mosse di tutti i guerrieri che hanno noleggiato un’arma dal negozio come fossero postate in un vero e proprio feed personale, con tanto di barre dei punti di vita, trascrizioni dei danni, foto, LOL, ROFL, smiles e impressioni scritte con gli hashtags; la realtà di oggi cola golosa in un mondo fantastico, facendoci sentire ancora di più a casa in mondo che, di familiare, ha già tanto. Ma è davvero tutto metallo quello che luccica? Purtroppo no e, alla lunga, risulta che proprio il punto forte di Weapon Shop de Omasse, ovvero il suo genio e la sua creatività, sono anche i suoi maggiori punti deboli quando si presenta, fastidiosissimo, lo spettro della ripetitività.

Autoironia a doppio taglio

Il materiale che Weapon Shop de Omasse riesce a forgiare meglio di qualsiasi altra cosa è l’autoironia: si può immaginare il processo creativo che ha spinto gli sviluppatori nel creare questo percorso fatto quasi completamente di innocente scherno, una cosa come “bene, accumuliamo tutti i topoi del JRPG e ridiamo di tutti loro, con spruzzatine di presente in qua e in là” e, in questo senso, la missione è incredibilmente riuscita? Omasse fa ridere. Fa tanto ridere. Ma è un umorismo destinato a raffreddarsi in fretta se non viene scolpito con la dovuta saggezza; gli eroi delle missioni principali sono tutti personaggi che, nel proprio passato, ogni giocatore ha già avuto modo di conoscere in quanto incarnazioni spregiudicate di tutti gli stereotipi possibili: c’è il cavaliere matto che combatte per amore, il samurai reietto, il giovane senza paura, un travestito alla ricerca della bellezza eterna e persino (forse l’idea migliore) un’anziana signora che ha già sconfitto l’Evil Lord nel titolo precedente e ha, con il maligno, un conto in sospeso. Ognuno di essi fa emergere la sua personalità, piena di tutti quegli aspetti già visti in milioni e milioni di videogiochi ma qui riproposti con il chiaro intento di riderci sopra. I PNG, tuttavia, sono quelli che offrono lo spettacolo di una comicità totale? del resto, a qualcuno è mai fregato qualcosa di questi individui senza storia? Assolutamente no, e loro lo sanno bene. Affermazioni come “Quest’arma starebbe bene appena nella mia casa completamente generica” o “Mi sento come se fossi nato per fare la stessa cosa per tutta la vita” si sprecano e regalano grassissime risate, specie quando colgono alla sprovvista? Ovvero nelle prime 2 ore. E questo vale per tutto quello che accade tra le mura di Omasse, purtroppo. Il gioco non ha punteggio e, visto il ‘predefinito’ ritorno dell’Evil Lord, la storia ha una durata già decisa (di circa 13 ore, che sono tante!) e i ritmi non sono sempre vivissimi: si aggiunga a tutto questo il fatto che il genio si consuma davvero tutto nell’autoironia e, per quanto le battute esilaranti ci siano dall’inizio alla fine, l’insieme risulta stantio già dopo qualche ora perché il giocatore ha già imparato ad assorbire parte dell’imprevisto di una gag inattesa. Le cose non migliorano se si pensa che, spesso e volentieri, si commettono errori ingiustificati nella forgiatura delle armi, processo che non viene spiegato con la dovuta precisione (io stesso ho capito precisamente come muovermi dopo nove ore? nove ore! NdR), e che molti materiali preziosi, nella modalità principale, non vengano mai utilizzati. Per quanto riguarda il lato tecnico è necessaria una certa clemenza in quanto il gioco ha già due anni sul groppone: è vero, i modelli tridimensionali dei personaggi non sono fantastici e gli ambienti sono un po’ quadrettosi, ma due anni fa un simile scenario non avrebbe affatto sfigurato! I modelli delle armi, inoltre, sono davvero meravigliosi, pieni di eccellenti riflessi di luci, colori, e il gioco fornisce addirittura una piccola enciclopedia per spiegare l’uso storico di ognuna delle 94 armi forgiabili: un intelligente tocco di classe che spingerà i più curiosi a forgiare persino le armi più inutili per giungere al completamento totale di ogni obiettivo e allo sbloccaggio di ogni premio inutile (già, ogni regalo è catalogato nei ‘treasures and JUNK’!). La musica consiste di poche tracce, giusto una decina, ma tutte orecchiabili e divertenti nel loro urlare allo stereotipo più malsano.

Conclusione

Siamo arrivati alla fine, il metallo delle parole di questa recensione inizia a raffreddarsi e il tutto è quasi pronto per essere ‘noleggiato’ a tutti i lettori più volenterosi? Weapon Shop de Omasse soffre di un eccesso di presunzione, sfrutta la sua creatività in maniera intelligenze esagerandone, però, le dosi e proponendo un titolo dai ritmi spesso lenti dove le vere novità si consumano troppo presto. Detto questo e NONOSTANTE questo, Omasse è un gioco da avere e da giocare, magari attendendo uno sconto, proprio per la sua singolarità e per la sua innata e meravigliosa capacità di ridere di sé, dei giochi di cui parla e, grazie al Grindcast, persino della realtà tecnologica che ci circonda e nella quale siamo quotidianamente immersi. E’ vero, non si può ottenere il meglio da un metallo scheggiato, ma intanto l’autoironia e il sorriso sono armi ottime contro ogni Evil Lord? Preparate i martelli, la musica e la pazienza, perché conoscere la realtà, vera e ludica, con occhi diversi, per quanto dalla visione appannata, è sempre una buona cosa. Alla forgia!

CI PIACE

Perchè insegna l’autoironia, sia sui grandi temi dei videogiochi e della loro struttura narrativa sia sulle nostre abitudini (l’idea del Grindcast resta la parte più geniale di tutto il gioco): e di manuali di satira simili non ce ne sono tanti.

NON CI PIACE

I ritmi lenti e la ripetitività, perfino della comicità stessa, possono stancare se non si è pronti ad affrontarli con il dovuto spirito… Oltretutto, sarebbe stato più carino ricevere spiegazioni migliori sulle strategie di forgiatura delle armi, visto che il gioco lascia davvero poco spazio agli errori.

Conclusioni

Weapon Shop de Omasse soffre di una ripetitività fastidiosa, addolcita solo in parte dalla sua gigantesca e instancabile autoironia. La vita della forgia gioca con gli stereotipi e con le nostre abitudini per regalare un’esperienza unica che, purtroppo, può stancare a causa dei suoi ritmi non sempre velocissimi e di alcune imprecisioni di fondo; resta, comunque, un’esperienza da vivere, pur con la coscienza di tutte le sue imperfezioni.

6.8Cyberludus.com
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