Black Sheep


Nuova Zelanda. Henry Oldfield a seguito di due fatti di sangue completamente diversi avuti in gioventù quindici anni prima, cioè un crudele scherzo del fratello Angus e la morte del padre allevatore di pecore caduto da una scogliera, sviluppa una sorta di “ovinofobia”. Tornato per vendere la sua parte di fattoria ad Angus, Henry si ritrova terrorizzato e spaesato di fronte al mare di bianchi e teneri animali che il fratello possiede. Ma Angus è anche un crudele sperimentalista che cerca tecniche ardite per creare la razza Oldfield, perfetta e dal vello pregiato. Ma due ambientalisti liberano involontariamente dal laboratorio una delle prove mal riuscite, mostro della scienza irresponsabile che morde e rende feroci le altre pecore. La caccia all’uomo del greggie imbestialito inizia senza tregua, mentre il cielo è a pecorelle il sangue rischia di scorrere a catinelle (cit.) …


“PAura lana vergine” e “Questa notte contare le pecore potrebbe togliervi il sonno”, finendo con “Cielo a pecorelle, sangue a catinelle”, i sottotitolari italiani si sono davvero scatenati per gli strilloni del cartellone di Black Sheep (diventato Pecore Assassine), un grottesco e divertente horror b-movie di targa New-Zealand che riprende tematiche surreali care a Peter Jackson (non dimentichiamo che un Kiwi doc come il regista degli anelli, girò, con meno soldi di questo, in patria i suoi horror caserecci di inizio carriera prima di sfondare ogni record di incasso) come la trasformazione di cose apparentemente innocue in mostri voraci e terribili. Ci sono voluti due anni prima che arrivasse (come il gemello indipendnte Reeker, i due film hanno ognuno allegato il trailer dell’altro) questo surreale film, talmente strano e fuori da ogni schema che diventerà sicuramente un cult-movie di nicchia per appassionati. La trama eccola qui : Henry Oldfield (Nathan Meister) è affetto da una terribile forma di “ovinofobia”. Costretto dopo quindici anni a tornare in Nuova Zelanda per vendere in tutta fretta la fattoria che il padre morto ha lasciato a lui e suo fratello Angus (Peter Feeney), rimane terrorizzato dal fatto di rimanere in macchina accerchiato dalle pecore, poi dopo si trova ad ogni passo ad incrociare gli sguardi con i temuti ovini. Ma il fratello Angus, crudele e senza scrupoli, ha chiamato a se una cricca di scienziati senza nessuna remora nello sperimentare per estrarre geneticamente la pecora Oldfield (dal loro cognome), esemplare puro e perfetto. Due ambientalisti coraggiosi quanto irresponsabili, penetrano nel laboratorio segreto e liberano uno degli esemplari frutto di esperimenti andati male. Questi contagia le altre miti pecorelle, che si trasformano in belve assetate di sangue. Con l’aiuto di una dei due ambientalisti, Experience (Danielle Mason) e l’allevatore Tucker (Tammy Davis), Henry dovrà cercare di porre fine alla follia del fratello e fermare le pecore assassine. Black Sheep è il classico esempio di come si possa fare un film di serie B a tema horror in maniera riuscita e divertente, senza prendersi mai sul serio ed esagerando per interessare il pubblico di appassionati (chi non lo è lo eviti assolutamente in quanto ha delle soluzione estranee a qualunque logica filmica di scrittura) che arriva in sala in maniera accondiscendente, utilizzando effetti caserecci e pecorecci (letteralmente) di non grande fattura, dove il computer è un utilizzo secondario e non una priorità. Assisterete a pecore che vengono bruciate dalle loro stesse flautolenze, ovini che guidano un autocarro, dottoresse folli che sembrano dei saldatori, giapponesi che scappano in preda al panico da agnello killer, ambientalisti/esistenzialisti che hanno un tascapane degno delle tasche di eta beta dove c’è di tutto, piedi umani che diventano caprino/ovini, fosse comuni di esperimenti andati a male e tanta tanta altra follia, come cani e uomini che belano, dove in una folle girandola di accadimenti l’uomo diventa pecora e questa leone. Non si possono decisamente definire film completi questi prodottini secondari, ma come i vari troma trash film (decisamente inferiori a Black Sheep) hanno una simpatia e un fascino di base che gli fa perdonare ogni (numerosa) pecca filmica. Essendo prodotti sinceri senza problemi sappiamo cosa andiamo a vedere senza chiedere poi davvero nulla altro di quello che ci viene offerto. Le recitazioni sono a dir poco scolastiche e ci stanno benissimo nel tono del film (nulla può impedire di dire che le pecore recitano con migliori espressioni degli umani) e la regia di Jonathan King pronta con inquadrature fisse e nessuna invenzione, quasi ad adeguarsi innocentemente alle innocue richieste di una produzione che ha affidato tutto il possibile score filmico allo straniante assunto di base e agli effetti (qualche trasformazione morphing, due e tre costumi, delle teste ovine assatanate e poi tanta carne comprata dal macellaio all’angolo con un po’ di liquido rosso). Inutile cercare di approfondire significati di qualunque tipo, l’assunto il sonno della ragione genera mostri e altre cose, oppure quello del fatto che veniamo consumati da ciò che consumiamo (“ma io sono vegetariana!” dice una povera vittima mentre viene sbranata) questi sono film per il film, a chi piace la tipologia se li goda bonariamente, gli altri tralascino anche una visione futura casalinga. Tenendo conto che è presente un doppiaggio italiano a dir poco scandaloso della ambientalista “candelo dotata” che usa gli assunti della filosofia tantrica per scappare dalle “devil sheep”.

 

In definitiva

Un belante ovino movie di fattura non certo eccelsa come da premesse, in pratica uno splatter commedy grottesco, assurdo e divertente, con il grosso pregio di non prendersi mai sul serio e dare a chi lo vede la confortevolezza che può spaziare con ogni tipo di soluzione narrativa senza indisporre il pubblico di soli appassionati di genere che si divertirà a vedere come minicult questa sequela innocente di simpatiche bianche creature assurte a minaccia. Dopo il gelato, il condom e i pomodori, siamo traditi e oppressi pure dalle pecore inferocite dalla follia dell’uomo che gioca a fare Dio. Al prossimo recupero, possiamo magari aspettarci l’arrivo squittante dei criceti assassini.

Pietro Signorelli

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