Fuori dal Limbo e dentro l’inferno

La prima volta che ho finito Inside ho sentito l’irresistibile pulsione di parlarne con qualcuno. Profusamente.

Così ho inondato di messaggi colleghi e amici, ho riempito di chiacchiere la mia – tutt’altro che interessata – fidanzata, e, diamine, se non fossi stato uno scontroso asociale avrei fermato passanti a caso per condividere, in maniera assolutamente inopportuna, le sensazioni impresse a fuoco dal titolo Playdead nel mio cervello palesemente danneggiato.

 

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Quando un gioco vi costringe a questo genere di condotta sconsiderata, siate certi che non si tratta degli effetti di una momentanea fluttuazione ormonale, né di una improvvisa svolta “social” dettata da chissà quale devianza psichiatrica.

Si tratta della grande “C” gente, quella che sta per “Capolavoro”.

E ora che vi ho anticipato, in maniera piuttosto chiara, le mie impressioni generali sull’erede spirituale di Limbo, vi chiedo di assecondarmi ancora per qualche minuto, mentre procedo a spiegarvi il perché di tanto entusiasmo.

 

C’era una volta un ragazzo in fuga…

Inside si apre con un bambino in fuga tra gli alberi di una foresta oscura.

Nessuna voce narrante, nessuna musica, nessun tutorial sui controlli, nessun testo a spiegarvi il perché di quell’urgenza che sentite crescere sin dal primo momento. Solo l’istintiva consapevolezza che dovete scappare il più lontano possibile e che, qualora gli inseguitori senza volto riuscissero a catturare il bambino, quest’ultimo sarebbe condannato a un destino orribile, e con lui l’umanità intera. Anche la caratterizzazione cromatica del protagonista, con la sua maglia rosso acceso, lo distanzia dalla monocromaticità del mondo che lo circonda.

 

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Un mondo distopico, orwelliano, deviante, irreggimentato e sottoposto al controllo costante di una casta “superiore”, all’interno del quale il bambino rappresenta una volontà indomabile, in netto contrasto con la grigia apatia che caratterizza tanto le ambientazioni quanto la società del gioco. È evidente la volontà del team di Playdead di rendere Inside, al pari del predecessore Limbo, un’esperienza totalmente soggetta all’interpretazione del giocatore, il quale, sulla base delle atmosfere e del gameplay del titolo, si scoprirà a vivere il gioco tanto sullo schermo quanto nella propria mente. La “storia” di Inside è un insieme di suggestioni profonde, che coinvolgono per intero lo spettro emotivo del giocatore, che si troverà, più di una volta, a trasalire in preda all’orrore, a fissare lo schermo con un’espressione stupita, o a sghignazzare istericamente, dopo uno spavento o travolto dalla sottile ironia di alcuni momenti.

Non voglio dire altro sulla “storia” di questo Inside, perché finirei col derubarvi di parte dell’esperienza, e si tratta di un peccato di cui, vista la qualità dell’offerta, non intendo macchiarmi.

 

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Un equilibrio perfetto tra semplice e complesso

Già all’inizio dell’avventura è impossibile non vedere in Inside molto del suo predecessore Limbo, sia nello stile minimalista e altamente suggestivo, sia nell’immediatezza del gameplay, che lascia a voi il compito di assimilare le basi del gioco, caratterizzato da una curva d’apprendimento praticamente perfetta. Inside è un puzzle platformer 2,5D, che sfida il giocatore a risolvere enigmi ambientali di complessità crescente, e che basa la sua intera struttura su due semplici comandi: “salta” e “afferra”. A partire da questo binomio – lo stesso già visto in Limbo – gli sviluppatori di Playdead offrono un’esperienza ricca e varia, meravigliosamente mutevole, in grado di sorprendere il giocatore ad ogni svolta. Passerete dal semplice “sposta un determinato oggetto per raggiungere una determinata piattaforma”, a fasi in cui dovrete “controllare mentalmente” altri corpi (sulla falsariga di titoli come The Swapper) per raggiungere aree apparentemente inaccessibili, ad ansiogene sezioni subacquee sia a nuoto che a bordo di veicoli, il tutto mentre ad accompagnarvi ci sarà un constante senso di urgenza opprimente, ulteriormente accentuato dall’importanza cardinale del giusto tempismo durante i momenti più concitati dell’avventura.

 

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Proprio come in Limbo (vi chiediamo scusa per la ridondanza, ma il paragone è obbligatorio), buona parte degli errori saranno puniti con la morte prematura – e spesso cruenta – del protagonista sebbene, in Inside, le meccaniche di “trial & error” siano meno accentuate rispetto al predecessore. Tutti i “problemi” che il giocatore è chiamato a risolvere per avanzare nel gioco sono caratterizzati da una complessità crescente ma perfettamente calibrata, che non sfocia mai nel frustrante. In buona parte dei casi, vi basteranno pochi secondi per “afferrare” la soluzione, mentre in altri un paio di tentativi andati male saranno sufficienti a indirizzarvi sulla strada giusta. Quello che sconvolge è l’incredibile capacità di Inside di continuare a sorprendere il giocatore per l’intera durata dell’avventura, riuscendo nell’impresa titanica di offrire un gameplay straordinariamente vario e sfaccettato a partire da due soli comandi. La sapiente orchestrazione di Playdead premia il giocatore con generose dosi di intima soddisfazione ad ogni passo avanti, arricchendo l’offerta ludica con brevi sequenze scriptate assolutamente imprevedibili e caratterizzate da una regia “emotiva” sopraffina.

 

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Arte in movimento

Come anticipato, Inside rappresenta a tutti gli effetti un’evoluzione rispetto a Limbo, e anche il comparto tecnico non sfugge a questa definizione di massima. L’estetica di Inside rispecchia in pieno il minimalismo artistico che già contraddistingueva l’opera prima di Playdead, contestualmente arricchito da una profondità e da un’attenzione per i dettagli inedite. Questa volta la monocromaticità del mondo di gioco è solo parziale, con variazione contestuali che sottolineano magnificamente specifici elementi, sia per focalizzare l’attenzione su oggetti utili alla risoluzione degli degli enigmi, sia per catturare lo sguardo del giocatore e indirizzarlo secondo gli intenti della direzione artistica.

 

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Com’era lecito aspettarsi, proprio quest’ultima rappresenta la punta d’eccellenza dell’opera nel suo complesso, in grado di proporre atmosfere uniche, angoscianti e straordinariamente suggestive. Particolarmente brillante l’utilizzo degli effetti volumetrici di luce ed ombra, tanto nell’ambito del gameplay quanto per il “colpo d’occhio” offerto dalle ambientazioni. La maggiore profondità degli scenari rende l’idea di un mondo vasto e desolato, straniante, che riduce le figure umane ad elementi di secondo piano, quasi insignificanti. Inside dà l’impressione di essere ambientato tra le maglie di una “megastruttura” articolata, immensa e soffocante (in alcuni frangenti ci ha ricordato quella del manga Blame! di Tsutomu Nihei), nella quale sezioni abitate cedono il passo ad altre nel più completo abbandono.

 

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Colossali aree industriali popolate da schiavi senza volontà si avvicendano a profondità oceaniche artificiali, nelle cui oscurità dimorano mostri senza volto. Se un brivido vi ha appena attraversato la schiena, allora è probabile che abbiate colto una stilla di quello che Inside è in grado di comunicare al giocatore. Per quanto riguarda il comparto sonoro del titolo, non vi sorprenderà sapere che la ricchezza e la qualità degli effetti sonori sono perfettamente in linea con il resto della produzione. Non stupitevi se, ad un certo punto, il vostro cuore batterà allo stesso ritmo di quello del piccolo protagonista di Inside, in alcuni frangenti chiaramente percepibile.

 

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Il modo in cui viene utilizzata la musica, che emerge a sottolineare specifiche circostanze di gioco al fine di aumentare l’impatto delle scene a schermo, ci ha ricordato non solo i trascorsi di Playdead, ma anche la peculiare visione di un altro colosso del gaming “artistico”, ovvero il buon Fumito Ueda, game director di ICO, Shadow of the Colossus e The Last Guardian. Meritano una menzione anche le ottime animazioni dei personaggi e del protagonistache contribuiscono a rendere il comparto grafico ancora più convincente e sottolineano, in alcune sequenze, il lato spiccatamente “drammatico” della produzione.

 

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Concludendo…

Inside è probabilmente il miglior puzzle platformer con cui abbia mai avuto il piacere di giocare. Non solo il nuovo titolo Playdead rappresenta un’evoluzione funzionale del concept inaugurato sei anni fa con Limbo, ma riesce a superare il suo predecessore sotto praticamente ogni punto di vista. Le quattro ore – circa – che impiegherete per portare a termine il gioco saranno furiosamente cadenzate da un ricco ventaglio di emozioni, alimentate dalle atmosfere uniche di un mondo sull’orlo del baratro, da una direzione artistica ispiratissima e da un gameplay sorprendente e sfaccettato. L’unico difetto che possiamo concepire è la scarsa rigiocabilità del titolo, ma si tratta di una considerazione che poco o nulla influisce sul valore dell’ultima opera targata Playdead, che si conferma un “must own” assoluto per tutti gli amanti dei videogiochi.

CI PIACE

– Tecnicamente superbo

– Atmosfera e direzione artistica di prima categoria

– Gameplay vario e profondo

– Sorprendente per tutta la sua durata

– Emotivamente coinvolgente

 

NON CI PIACE

– Scarsamente rigiocabile

Conclusioni

Con la sua atmosfera intensa e il suo gameplay sfaccettato, Inside merita un posto di diritto nella collezione di ogni giocatore.

9.2Cyberludus.com
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