Puppeteer – Recensione

Puppeteer mi ha rapito. Davvero. Mi ha risucchiato nel suo teatro fatto di marionette e scenografie dinamiche che cambiano in continuazione, al punto da spazzare via l’oscurità che ammorbava un cuore stanco e privo di emozioni ludiche come il mio. Con la stessa efficacia di un pacemaker. Puppeteer è puro videogiocare. Perché ad una tridimensionalità troppo spesso sinonimo di dispersione, di allungamento di tempi e modi, il platform di SCE Japan Studio contrappone arcaiche meccaniche a scorrimento bidimensionale magistralmente sottoposte a rimodellazione estetoludica.

Naso di legno, cuore di stagno, burattino

Sono trascorsi tre anni da quando il malvagio Re Orso ha detronizzato la Dea della Luna, usurpandone il posto ed impossessandosi della fonte di potere, un cristallo bianco lunare ora frammentato in tante parti affidate ai suoi generali. Non pago di tutto ciò, il cattivone di turno ha incominciato a rubare le anime dei bambini della Terra intrappolandole in burattini con lo scopo di schiavizzarli. Uno di questi ? Kutaro ? dopo aver perso letteralmente la testa, staccata di netto e mangiata dal malvagio sovrano, è l’unico a potersi opporre: lui è il prescelto.

Al di là di una trama che ricorda le sceneggiature di Tim Burton o Terry Gilliam, l’ultima fatica di Gavin Moore sprigiona eleganza e divertimento da ogni dove. L’uso estroverso di coreografie e pupazzi ispirati al teatro giapponese delle marionette Bunraku, la presenza di un palcoscenico allestito dentro lo schermo con funi, luci e carrucole che cambiano continuamente gli sfondi di cartapesta senza mai ripetersi in tutto il gioco ? caratteristiche più uniche che rare ? , tutto contribuisce a simulare l’illusione di assistere effettivamente a una rappresentazione scenica. Ogni cosa reca l’impronta di una coscienza stilistica di interpretazione dell’immagine in movimento ormai matura.

Da perdere la testa

Kutaro – novello Pinocchio moderno – salta qua e là per le piattaforme, aggrappandosi, abbassandosi, rotolando e soprattutto utilizzando l’arma magica sottratta al Re Orso, Calibrus. Non si tratta però di un semplice espediente per attaccare i nemici bensì di uno strumento in grado di ritagliare marionette ed elementi scenici producendo al contempo uno spostamento. Ciò si traduce in traslazioni che ci permettono di raggiungere zone altrimenti inarrivabili, quasi come se svolazzassimo. Ma l’interazione con lo scenario non termina qui, perché oltre a controllare il burattino possiamo muovere un cursore sullo schermo, rappresentato da uno dei compagni di ventura di Kutaro (inizialmente lo stregatto Ying Yang e poco dopo la principessa Pikamina) per produrre effetti portatori di piccole sorprese, collezionabili e power-up. Tra questi spiccano sin da subito le Teste… dopotutto il povero protagonista è stato decapitato sin dall’inizio, ricordate? A dirla tutta ciascuna di esse rappresenta una vita di Kutaro che andrà persa al contatto con nemici, proiettili, trappole, ostacoli, baratri o qualsiasi cosa possa nuocere alla sua salute. Fortunatamente, quando avviene, ciò scatta un meccanismo salvavita a la Yoshi’s Island: proprio come il dinosauro che perdeva baby Mario e doveva recuperarlo prima che venisse rapito dagli scagnozzi di Kamek, in Puppeteer avremo circa tre secondi per afferrare la capoccia rotolante prima che sparisca penalizzandoci e poiché non possiamo trasportare più di tre crani occorre prestare particolarmente attenzione. Nonostante ciò la difficoltà non ne risente affatto a causa del secondo meccanismo a salvaguardia del videogiocatore ovvero il cospicuo numero di continuazioni disponibili, che oltretutto viene incrementato di un’unità ogni cento scintillii lunari raccolti (l’equivalente delle monete di Super Mario). Pensate che sono riuscito a terminare tutti i ventun livelli del gioco con una cinquantina di “continua” accumulati!

Tirando i fili del gameplay

Puppeteer è meta-gioco che fa meta-teatro. I mondi sono chiamati Atti e ciascuno di essi è suddiviso in tre Scene durante le quali s’incontrano boss intermedi e finali. La presenza di un narratore che continuamente decanta le nostre imprese mentre giochiamo, i musical che irrompono sulla scena nei momenti più inattesi, le reazioni del pubblico che forniscono un riscontro sonoro direttamente proporzionale alle nostre abilità (meglio giochiamo, più frequenti e scroscianti saranno gli applausi!), addirittura l’abbattimento della quarta parete ogniqualvolta il narratore interagisce con Kutaro e tutte le marionette dello spettacolo scambiandosi battute; ogni minima cosa, ogni minuscolo dettaglio, in Puppeteer, lascia a bocca aperta. Un’autentica arte interattiva in movimento.

Farsi rapire da tutto questo è molto facile poiché è ben saldo l’equilibrio instaurato tra il valore dell’epica e dell’estetica di Puppeteer. Man mano che si avanza nel gioco si resta facilmente colpiti dal parco mosse a disposizione di Kutaro. Infatti oltre alle Teste menzionate in precedenza ne esistono quattro dotate di poteri superiori, le Teste degli Eroi appartenenti ai paladini della Dea della Luna e sempre accessibili una volte ottenute. La capoccia del Cavaliere attiva un’abilita di scudo per bloccare alcuni colpi avversari e deviare proiettili o raggi laser sui nemici. Quella del Ninja ci permette di scagliare o piazzare letali bombe mentre il Pirata può lanciare una corda con uncino per tirare verso di sè le creature più deboli o elementi dello scenario. Infine con la testa del Lottatore eseguiremo una potente schiacciata verso il basso oppure potremo spingere oggetti molto più grandi di noi e pesantissimi.

Anche in Puppeteer ? in modo del tutto analogo ad altri platform delle ultime generazioni ? di tanto in tanto siamo chiamati ad impiegare le abilità di Calibrus e quelle apprese dalle Teste degli Eroi per risolvere una serie di piccoli enigmi ambientali di semplice risoluzione. E anche qui, occasionalmente al termine di ogni livello, siamo chiamati a sconfiggere boss intermedi (tra i quali i Tessitori, che ricordano dei vessilli ambulanti) e finali (solitamente i generali del Re Orso, che s’ispirano agli animali del calendario cinese), più o meno grossi e di varie fogge ma tutti ugualmente superabili attraverso un attento studio dei pattern d’attacco e la “spuntatina” ad oltranza con Calibrus dei relativi punti deboli. Più grossi ed importanti sono, maggiore è la probabilità che il combattimento inneschi alla fine una serie di QTE.

Si va in scena

Puppeteer è un continuo saliscendi di emozioni, che culmina sempre con qualcosa di nuovo e mai visto prima. A ciascuna delle circa cento teste collezionabili (molte delle quali ben nascoste negli scenari) è associato una zona particolare di un livello prefissato che una volta scoperto produce effetti benefici: si va da una specie di ruota della fortuna per passare a trasformazioni di piattaforme o attacchi di boss (a nostro beneficio, s’intende) sino ad arrivare a Scene Bonus dispensatrici di scintillii. Quest’ultime sono più impegnative da portare a termine poiché non consentono di ritentare qualora, ad esempio, si cadesse nel vuoto. Una volta scoperte però diventeranno accessibili dall’apposita voce del menù di selezione dei livelli.

Si chiede tanto ai meravigliosi e suggestivi mondi di Puppeteer, ma purtroppo una volta portato a compimento restano pochi motivi per rigiocarlo. Da un lato ci si può sbizzarrire affrontando di nuovo i livelli alla ricerca di Teste mancanti o del numero richiesto di anime dei bambini da salvare, magari giocando insieme ad un secondo giocatore meno esperto (che utilizzando il PlayStation Move controllerà il compagno-cursore delegato all’analogico destro nella modalità in singolo). Dall’altro, con tutta probabilità, getterete soltanto un’occhiata alla galleria di extra come le buffe descrizioni associate a ogni Testa oppure i magnifici audiolibri illustrati che raccontano i retroscena di alcuni personaggi sotto forma di autentiche fiabe. Una vera delizia per le occhi e soprattutto orecchie, grazie all’ottimo doppiaggio italiano qualitativamente ben al di sopra della media delle produzioni odierne. È un vero peccato però che le canzoni dei musical siano rimaste in lingua inglese con sottotitoli, un adattamento in stile Disney com’era avvenuto nel caso di Epic Mickey 2 non avrebbe guastato.

Conclusioni

Puppeteer rimane un gioco in grado di toccare punte qualitative eccelse, per poi attestarsi in un limbo di semplice piacevolezza. È, in sintesi, un insieme di momenti che hanno il loro punto di forza nella spettacolarità più che nella sostanza ludica. I giocatori più sensibili alla sua intrigante atmosfera ne saranno rapiti; quelli maggiormente desiderosi di sfida potrebbero sentirsi un po’ annoiati di tanto in tanto, tra un punto saliente e l’altro.

CI PIACE

+ Direzione creativa impressionante che utilizza tecniche di illuminazione davvero molto ricercate e d’impatto\n+ Ottimo doppiaggio italiano\n+ Incredibilmente vario e divertente\n+ Extra sbloccabili interessanti\n+ Possibilità far partecipare un secondo giocatore attraverso la periferica PlayStation Move

NON CI PIACE

– Non risulta mai veramente impegnativo, attestandosi a un livello di difficoltà basso\n- Rigiocabilità limitata

Conclusioni

Puppeteer va giocato, a prescindere, poiché il suo valore artistico e ludico hanno pochi eguali nella storia del videogioco. Una delle ultime, piccole grandi gemme alla fine di questa generazione di console.

9.5Cyberludus.com
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