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  • **Steve Forbert Strange names and new sensation**
  • **Genere: Rock/Pop/Folk**
  • **Label: 429 Records**
  • **Anno:2007**

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Alzi la mano chi ricorda un trascinante brano del 1979 dal titolo Romeo’s tune, il suo autore e interprete è stato etichettato fin da allora come l’ennesimo (e non sarà di certo l’ultimo) nuovo Bob Dylan. La carriera dell’artista in questione, Steve Forbert, purtroppo negli anni non ha più conosciuto la grande popolarità, ma in compenso è costellata di dischi di un elevato spessore qualitativo, come l’ultimo lavoro “Strange names and new sensation” che presenta il consueto alternarsi di brani più squisitamente rock e ballate suadenti che rimandano a certe atmosfere sognanti che solo alcuni artisti sono in grado di creare. Il disco è prodotto da Garry Tallent (i fans del Boss sanno di chi sto parlando) ediciamo subito che non racchiude al suo interno nessun capolavoro assoluto, ma sicuramente troviamo alcuni ottime tracks come l’iniziale e allegra Middle age con il suo accattivante giro di accordi che sfocia in un ritornello puramente sixties o il simpatico brano strumentale Around the bend. Vi sono anche le ballate tipiche di un certo american sound come Man i miss that girl, My seaside brown-eyed girl e la dolce Thirty more years; non manca l’impegno politico espresso nel brano Baghdad dream, dalle forti atmosfere combattive e polemiche. Il disco si chiude con la riproposizione in chiave folk-pop del suo grande successo Romeo’s tune. Di sicuro la vena compositiva di Forbert non è più prolifica come un tempo, prova ne è il fatto che i suoi ultimi lavori sono stati collection di outtakes e registrazioni live, ma questo nuovo lavoro ha il pregio di suonare onesto, fedele allo stile musicale del suo autore che non ha mai cercato il consenso del grande pubblico e ha distillato le sue uscite discografiche, regalando ai suoi fans (tra cui il sottoscritto) brani di grande atmosfera; a tal proposito consiglio vivamente l’ascolto di un suo lavoro del 2004 dal titolo “Just like there’ nothin’ to it”.

Artocolo curato da Pino Lo Giudice

 

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