Mouse: P.I. For Hire – Walt Disney secondo John Romero
C’è qualcosa di irresistibile nell’idea di prendere un genere che il medium videoludico ha frequentato raramente con vera convinzione — il noir — e renderlo ancora più straniante e affascinante avvolgendolo in un’estetica da cortometraggio d’animazione anni Trenta. Il noir ha sempre avuto quella caratteristica rara di funzionare meglio quando non si prende troppo sul serio: le atmosfere pesanti, le luci radenti, i personaggi moralmente ambigui reggono molto di più quando c’è un’ironia sottile a tenere tutto insieme. Lo sapeva bene LucasArts quando nel 1998 confezionò Grim Fandango, un capolavoro che mescolava morte, corruzione e humour surreale in modo che pochi hanno saputo eguagliare.
Mouse: P.I. For Hire non ha le ambizioni narrative di quel classico, ma ne riesce a cogliere la lezione. Il gioco è l’opera prima di Fumi Games, una minuscola realtà polacca i cui cinque componenti hanno iniziato a svilupparlo nel tempo libero come semplice esperimento, senza alcuna intenzione di farne un prodotto commerciale. Tutto è cambiato quando uno di loro ha deciso di pubblicare sui social un breve video del prototipo: nel filmato, un anonimo avatar si aggirava in un ambiente privo di dettagli e sparava ad alcuni topi antropomorfi, che perdevano copiosamente inchiostro da ogni poro quando feriti. La viralità del contenuto ha convinto il team a credere davvero nel progetto, portandolo a diventare ciò che è oggi: un boomer shooter in bianco e nero ambientato in una città di topi corrotti. Un’opera imperfetta, certo, ma dotata di una personalità visiva e sonora che difficilmente passerà inosservata, anche al detrattore più intransigente.
Vediamo insieme come ci è parsa la città di Mouseburg…
Una città di topi, tra corruzione e segreti da svelare
In Mouse: P.I. For Hire vestiamo i panni di Jack Pepper, veterano di guerra che sbarca il lunario grazie alla sua agenzia investigativa nel cuore di Mouseburg. Jack è il classico detective duro e cinico della narrativa noir, ma con un dettaglio non trascurabile: è un topo antropomorfo che vive in un mondo popolato esclusivamente da roditori. Il caso che dà il via all’avventura è la misteriosa scomparsa di un mago, evento che solo apparentemente è isolato ma che si rivela essere la punta dell’iceberg di qualcosa di enormemente più grande, che coinvolge politici, criminali e traffici di gorgonzola e bastoncini di formaggio (che nel mondo di Mouse corrispondono a vino e sigarette).

La narrativa ha il merito di costruirsi lentamente, con un ritmo da investigazione che si intensifica man mano che si procede: le prime ore funzionano come un lento crescendo di interesse, con nuovi personaggi e colpi di scena che aumentano la curiosità. Il mondo che fa da sfondo alla storia è costruito con una certa attenzione, molto vicina a una metropoli americana tra i due conflitti mondiali, abitata da roditori al posto degli esseri umani, con tensioni xenofobe verso i toporagni in crescita, gangster travestiti da poliziotti che girano per le strade e stelle del cinema che spariscono misteriosamente. Purtroppo, però, le fasi finali perdono parte di quella tensione narrativa accumulata, scivolando verso soluzioni un po’ telegrafate che non sorprendono quanto potrebbero. C’è della carne sul fuoco per dare corpo a una trama più trasversale, ma alla lunga si perde l’interesse per lo svolgimento dei fatti. Il gioco sfiora temi seri e attuali come corruzione istituzionale, disuguaglianza sociale, pregiudizi razziali… ma senza mai affondare davvero il colpo, preferendo restare in superficie per non tradire il tono leggero che permea tutta l’esperienza. Fortunatamente la struttura narrativa regge comunque, grazie soprattutto a personaggi ben scritti, costanti citazioni, giochi di parole ben localizzati anche nelle didascalie in italiano e a una generale frenesia dell’intreccio che coinvolge poliziotti corrotti, politici dai doppi fini, sette, scienziati pazzi e persino elementi soprannaturali. Da segnalare anche l’ottima localizzazione italiana, che riesce a catturare il tono ironico e noir dell’originale senza tradirne lo spirito.
Un caso che, nonostante tutto, vale la pena aprire
Mouse: P.I. For Hire è un boomer shooter nel senso più classico del termine. Chi ha familiarità con Doom, quello originale del 1993 più che gli episodi della trilogia moderna, sa già cosa aspettarsi nella struttura di fondo: niente rigenerazione automatica della salute, arsenale da raccogliere sul campo, arene da ripulire ondata dopo ondata, ritmo sempre alto. La salute di Jack non si rigenera automaticamente e va recuperata consumando scorte limitate di formaggio o raccogliendo kit medici disseminati nei livelli. Il ritmo delle sparatorie è sempre piuttosto sostenuto, ma il titolo offre una curva di difficoltà scalabile: c’è chi cerca semplicemente di godersi lo spettacolo e chi invece vuole mettere alla prova i propri riflessi sul livello più ostico.

L’arsenale è vario e comprende armi d’epoca — revolver, mitragliatrice Tommy Gun, cannone — affiancate a soluzioni più creative e sperimentali. Tra i power-up spicca il caffè, che nel contesto noir funziona perfettamente come accelerante sia narrativo che ludico, restituendo immediatamente quella sensazione da gioco anni Novanta in cui raccogliere un potenziamento era un piccolo momento di pura euforia. Il problema è che il feedback delle armi non sempre restituisce la giusta soddisfazione al grilletto: si spara, ci si muove, i nemici cadono, ma la fisicità degli scontri ordinari manca di quel mordente che caratterizza i migliori esponenti del genere. Le boss fight, al contrario, sono il momento in cui il gioco si esprime al meglio: strutturate con pattern specifici e dinamiche ambientali originali, rappresentano i picchi di godimento dell’intera esperienza. Nelle fasi finali, tuttavia, il design dei livelli tende a farsi ripetitivo, con situazioni che si assomigliano troppo e che smorzano l’entusiasmo accumulato. Il gioco introduce anche brevi sezioni platform e micro-fasi investigative come la lavagna con gli indizi e l’esplorazione dei dettagli degli ambienti: benché nessuna di esse brilli per profondità o inventiva, contribuiscono a spezzare il ritmo e a rendere l’esperienza meno monolitica. I collezionabili sparsi per i livelli e la possibilità di modificare e potenziare le armi aggiungono un valore di rigiocabilità che allunga una longevità buona ma non eterna, attestandosi attorno alle dieci-tredici ore per una run completa.
Steamboat Willie, ma con la pistola
Di questa recensione questo è il paragrafo che conta davvero, il cuore pulsante di un gioco che vive e muore sulla sua identità visiva. C’è una domanda che mi faccio ogni volta che un videogioco abbraccia uno stile d’animazione storico: funziona davvero, o è solo una trovata esteticamente curiosa che appassisce dopo mezz’ora? Con Cuphead la risposta era stata inequivocabile: quell’estetica da cartone anni Trenta funzionava perché era cucita addosso al gameplay in modo organico, quasi necessario. Mouse: P.I. For Hire pone la stessa domanda e dà una risposta altrettanto convincente, anche se da una prospettiva radicalmente diversa, quella di uno sparatutto in prima persona. La grafica in bianco e nero con lo stile “rubber hose” — la tecnica di animazione anni Trenta in cui personaggi e oggetti sembrano fatti di tubi di gomma — è stata realizzata disegnando a mano ogni singolo fotogramma, producendo un risultato visivamente spaccamascella.

Mouseburg sembra uscita da un cortometraggio di Steamboat Willie e il riferimento non è casuale, considerando che il gioco è nato proprio dall’idea di sfruttare l’estetica iconica dei cartoni animati anni Trenta nel momento in cui, nel 2024, il copyright di Steamboat Willie è scaduto. Le animazioni degli sprite dei personaggi e dei nemici sono una gioia per gli occhi: le reazioni esagerate, i movimenti fluidi e caricaturali trasformano ogni scontro in una piccola sequenza animata. La varietà delle ambientazioni, dai banchini del porto alle fogne, dagli studi cinematografici alle sale da ballo, riesce a rendere meno pesante la scelta monocromatica, che in mano a un team meno capace avrebbe rischiato di appiattire tutto. Anche il comparto sonoro è all’altezza: la colonna sonora jazz big band, con fiati e percussioni che si adattano dinamicamente all’azione, è una delle più riuscite del panorama indie recente. Una chicca da non perdere è la possibilità di attivare le tipiche alterazioni della pellicola cinematografica (graffi, flickering, grana) che avvolgono lo schermo in un filtro vintage capace di completare davvero l’immersione nell’epoca.
Concludendo…
Mouse: P.I. For Hire è uno di quei titoli che si ricordano non per quello che fanno ma per come lo fanno. L’opera prima di Fumi Games è artisticamente coraggiosa, visivamente memorabile, sonoramente impeccabile, e tutto ciò che circonda il gameplay puro è realizzato con una cura che va ben oltre le aspettative per una produzione di questo budget. Il problema è che il cuore meccanico del gioco non riesce a stare al passo con la grandezza del suo involucro: il gameplay è solido, mai noioso, ma raramente meraviglioso. Le sparatorie ordinarie si fanno ripetitive, la progressione non incide abbastanza, le sezioni investigative e platform restano allo stato embrionale. È un titolo che sa di cosa vuole essere, ovvero un boomer shooter con un’identità visiva fortissima, ma che non riesce a trasformare quella visione in un’esperienza ludicamente all’altezza della sua ambizione estetica.
Rimane, insomma, un gioco artisticamente originale ma meccanicamente incapace di meravigliare. Detto questo, a meno di trenta euro e con un comparto artistico-sonoro di questo livello, è difficile non consigliarne l’acquisto a chiunque abbia un minimo di curiosità per il genere o per la peculiare caratterizzazione estetica. Qualcuno potrebbe persino sperare in un seguito come il sottoscritto, e avrebbe tutte le ragioni del mondo per farlo.
Mouse: P.I. For Hire
DISCRETO- Direzione artistica in stile rubber hose disegnata a mano
- Colonna sonora jazz big band originale, dinamica e perfettamente in tema
- Boss fight varie, creative e mai banali
- Il gameplay ordinario diventa ripetitivo nel medio periodo
- Le sezioni investigative e platform restano troppo superficiali
- La trama, pur ben ambientata, non affonda mai davvero i colpi sui temi che introduce
Mouse: P.I. For Hire è un boomer shooter in stile anni Trenta curatissimo, con protagonista Jack Pepper in una città di topi corrotti. L’avventura noir autoironica dura 10-13 ore, offre armi varie e boss creativi, ma il gameplay diventa ripetitivo e la narrazione appare poco incisiva nonostante le ottime potenzialità. La forza è l’incredibile identità visiva e sonora, che sostiene l’intera esperienza e permette al giocatore un’esperienza, malgrado tutto, positiva.

