Crimson Desert – Recensione del chiacchierato sandbox RPG di Pearl Abyss
Crimson Desert è l’equivalente videoludico di un luna park gigantesco, pieno di attrazioni ammassate una accanto all’altra senza un vero ordine, dove si passa in un attimo dalla meraviglia allo spaesamento. È uno spettacolo da osservare, quasi “caotico” nella sua abbondanza, e ogni esperienza può trasformarsi tanto in un giro esaltante quanto in qualcosa di eccessivo, capace di lasciare più di un dubbio. In tanti anni da videogiocatori, ci è capitato raramente di passare, nel giro di pochi secondi, dall’entusiasmo più travolgente alla frustrazione più totale, per poi finire di nuovo con lo sguardo fisso sullo schermo, increduli davanti a ciò che stava accadendo. Ed è proprio questa la sensazione che ci ha accompagnati lungo tutta l’esperienza con il titolo di Pearl Abyss: una confusione quasi affascinante su come inquadrarlo davvero. A tratti lo abbiamo adorato, in altri momenti lo abbiamo detestato senza mezzi termini. Alcune cose le fa in modo sorprendentemente convincente, su altre inciampa in maniera clamorosa, soprattutto laddove ci si aspetterebbe una maggiore solidità. Crimson Desert è, in fondo, un grande mappazzone, per citare chef Barbieri: un gioco divertente, esagerato, capace di strappare un sorriso ma anche di assestare qualche colpo ben poco elegante.
E ora ve ne parliamo nel dettaglio, dopo averlo giocato a fondo e aver raggiunto i titoli di coda…
La vendetta del Mantogrigio
Crimson Desert è ambientato nel fittizio continente di Pywel, un mondo fantasy medievale che fa da sfondo alla vicenda di Kliff, leader dei Mantogrigio, una compagnia di mercenari che viene quasi completamente annientata da un gruppo rivale, gli Orsi Neri. Dopo una lunga sequenza di eventi abbastanza sconnessi, caratterizzati da salti temporali, eventi sovrannaturali, Kliff si ritroverà sospeso tra la vita e la morte di nuovo sul continente, obbligato moralmente a intraprendere un viaggio con due obiettivi principali: ricostruire la propria compagnia e fare chiarezza sugli eventi che hanno portato alla sua distruzione.
Nella prima parte dell’avventura, tuttavia, la narrazione procede spesso in secondo piano rispetto alla struttura ludica e alla varietà delle attività proposte. Il giocatore si ritrova così a esplorare il mondo alla ricerca dei Mantogrigio, affrontando incarichi molto diversi tra loro: competizioni, piccoli problemi locali, missioni secondarie legate a personaggi incontrati lungo il cammino e scontri con gruppi di banditi, raramente collegati in modo diretto al nucleo iniziale della storia. Nel frattempo, Kliff viene salvato da misteriose figure legate all’Abisso, che lo mettono in guardia contro una minaccia di natura ultraterrena capace di mettere in pericolo l’intero mondo. Da questo momento prende forma un doppio percorso narrativo: da un lato la volontà di aiutare questi alleati enigmatici, dall’altro la necessità di ricostruire i Mantogrigio e perseguire vendetta.

Sul piano narrativo, però, Crimson Desert convince davvero poco. La sensazione è che Pearl Abyss abbia dato priorità alla costruzione del suo sistema di gioco, sviluppando in seguito una trama funzionale soprattutto a sostenere l’esplorazione e la varietà delle attività. Il risultato è un impianto narrativo che raramente riesce a imporsi, finendo spesso per restare sullo sfondo. Ad aggravare il tutto ci pensa una caratterizzazione dei personaggi davvero minimale, a partire dalla figura di Kliff. Un peccato, perché con una scrittura più incisiva e una maggiore attenzione alla costruzione del racconto il gioco avrebbe potuto guadagnare una spinta molto più evidente anche sotto questo profilo.
Un vero e proprio (ma divertente) mappazzone
Per quanto riguarda il resto dell’esperienza, Crimson Desert si presenta come un vero e proprio contenitore di sistemi e meccaniche eterogenee, al punto che il solo elencarle – e riconoscerne le rispettive influenze – potrebbe quasi diventare un gioco a sé. Dall’esplorazione verticale che richiama The Legend of Zelda: Tears of the Kingdom alle arrampicate e alle fasi di infiltrazione che strizzano l’occhio a Assassin’s Creed, passando per la presenza di un compagno animale che riporta alla mente Fable e per un mondo di gioco vasto e ambizioso sulla scia di Red Dead Redemption 2, il titolo di Pearl Abyss sembra voler attingere a un ventaglio amplissimo di suggestioni. A queste si affiancano anche attività più insolite, come la gestione e l’abbattimento del bestiame, che richiamano per certi versi esperienze alla The Oregon Trail.
Il vero problema, però, non è la varietà, quanto la sua esecuzione. Molte di queste meccaniche trovano certamente posto nel mondo di gioco, ma risultano spesso appesantite da spiegazioni poco chiare, tempi di ricompensa troppo dilatati e una generale rigidità dei controlli, dovuta anche a un sistema di input che fatica a gestire con fluidità la quantità di azioni a disposizione. A questo si aggiunge una certa imprevedibilità nei risultati: non è raro, ad esempio, che il compagno animale finisca per generare situazioni indesiderate, attirando attenzioni ostili o provocando conseguenze negative senza un reale controllo da parte del giocatore.

Questa sensazione di “legnosità” emerge con ancora più forza nel ritmo con cui vengono svolte molte attività. Anche le azioni più basilari – come interagire con i personaggi, raccogliere risorse o oggetti – richiedono l’attivazione manuale di un cursore e la selezione precisa dell’elemento desiderato. Un esempio emblematico è il taglio degli alberi: invece di un’interazione immediata, il processo si articola in più fasi distinte, tra puntamento, abbattimento e successiva lavorazione del tronco in sezioni più piccole, ciascuna da gestire separatamente. Ne deriva una sequenza lunga e macchinosa, spesso poco ripagata rispetto al tempo investito. In questo senso, una semplificazione di alcune dinamiche di raccolta avrebbe probabilmente giovato al ritmo complessivo dell’esperienza.
Pur giocando su PC, Crimson Desert spinge chiaramente verso l’uso di un controller (abbiamo perciò ho optato per un controller Xbox). Il problema è che, con l’avanzare dell’avventura e lo sblocco di nuove abilità, la configurazione dei comandi diventa progressivamente più caotica: le stesse combinazioni di tasti finiscono spesso per svolgere funzioni diverse, generando confusione, visto che il gioco interpreta spesso in modo impreciso le intenzioni del giocatore. In un titolo così fortemente incentrato su combattimento ed esplorazione, questa mancanza di precisione pesa in modo significativo. Ed è un peccato, perché il sistema di combattimento mostra un potenziale reale. Quando tutto funziona, restituisce sensazioni eccellenti: negli scontri su larga scala è possibile concatenare un’enorme varietà di abilità in sequenze fluide e dinamiche, sorrette da animazioni ottime e da un arsenale di mosse che rende il tutto elegante ed espressivo.
Questi momenti di brillantezza, però, vengono spesso attenuati. I nemici a distanza possono erodere la barra della salute con grande continuità, mentre gli attacchi ranged di base risultano sorprendentemente deboli. Finisci così per affidarti ai cibi consumabili per curarti: una soluzione funzionale, certo, ma anche ripetitiva, soprattutto quando buona parte delle risorse viene spesa per mantenere costante la propria scorta. Quando le provviste finiscono, la vulnerabilità aumenta in modo drastico, e persino cucinare può trasformarsi in un’incombenza quando tutto ciò che vorresti è restare immerso nell’azione.

Gli scontri con i boss alternano momenti riusciti ad altri più discutibili. Da un lato, infatti, colpiscono per spettacolarità visiva e varietà meccanica: si passa da giganteschi scimmioni in cattedrali a tute da miniera e avversari pesantemente armati. Studiare i pattern e trovare il momento giusto per colpire può risultare molto appagante, mentre alcune mosse, soprattutto le tecniche di “wrestling”, aggiungono un tocco di personalità davvero notevole. Dall’altro lato, però, molti combattimenti finiscono per risultare frustranti e, in alcuni casi, persino ingiusti. A differenza di giochi come Dark Souls, in cui la difficoltà è quasi sempre il risultato diretto dell’abilità del giocatore, in Crimson Desert la sfida appare spesso incoerente. Alcuni attacchi sono estremamente difficili da leggere e, anche schivando nel modo corretto, non sempre si riesce a evitare il danno.
Il problema emerge con particolare evidenza negli scontri più avanzati, come quello con il boss alimentato dai fulmini, capace di incatenare una serie di colpi fino a una quasi istantanea eliminazione. Se a questo si aggiungono schivate e parate poco affidabili, il risultato può diventare rapidamente scoraggiante. L’assenza di opzioni di difficoltà non fa che accentuare la situazione, impedendo al giocatore di adattare l’esperienza alle proprie preferenze.
Il punto, però, non è la difficoltà in sé. Un gioco impegnativo può essere estremamente gratificante, ma il combattimento di Crimson Desert spesso manca di quell’equilibrio necessario a far percepire la sfida come giusta. Quando funziona, ti fa sentire potentissimo… troppo spesso, però, finisce per scivolare nella frustrazione.
Enigmi nell’oscurità
Gli enigmi di Crimson Desert sono, in realtà, molto ben concepiti. È uno di quei rari giochi in cui i puzzle costringono davvero a ragionare, a spremersi le meningi per arrivare alla soluzione. Eppure, proprio per questo, finiscono anche per diventare uno degli aspetti più frustranti e bloccanti dell’esperienza, complice una chiarezza spesso insufficiente nelle indicazioni.
Quasi nessun enigma fornisce istruzioni davvero precise su cosa fare. Di per sé, non sarebbe un problema: in molti giochi le meccaniche vengono introdotte nelle prime ore per poi essere rielaborate nei puzzle successivi. In quel caso, il giocatore deve semplicemente capire quale abilità già appresa mettere in pratica. Crimson Desert, però, non segue questa logica: spesso non insegna davvero gli strumenti necessari per risolvere gli enigmi. Questo schema si ripete per buona parte dell’avventura, soprattutto nei puzzle della quest principale. Quando si rimane bloccati, si possono perdere anche ore prima di trovare la soluzione, solo per scoprire che il gioco richiedeva una meccanica nuova, mai davvero insegnata prima o mai usata nel gameplay normale. Eppure, una volta superato l’ostacolo, è comunque possibile riconoscere l’ingegno che c’è dietro.

Resta però il fatto che, a un certo punto, abbiamo completamente smesso di proseguire proprio a causa di un enigma della storia principale che non aveva alcun senso, complice l’assenza totale di indicazioni. È stato anche il momento in cui abbiamo deciso di mettere momentaneamente da parte la quest principale per dedicarci all’esplorazione di Pywel. Una scelta che, alla fine, ha cambiato in modo decisivo il resto della nostra esperienza con Crimson Desert.
Le bellezze di Pywel
A un primo sguardo, Crimson Desert colpisce per il suo impatto visivo, risultando spesso davvero mozzafiato. La distanza visiva è notevole e contribuisce in modo significativo a restituire scenari ampi e suggestivi. Tuttavia, questa ottima prima impressione tende a incrinarsi con il passare delle ore, lasciando emergere una serie di criticità non trascurabili.

Gran parte della resa grafica sembra poggiare sulla qualità dell’illuminazione: nelle ore diurne, con il sole alto nel cielo, il gioco riesce a raggiungere picchi visivi di altissimo livello, tra i migliori del genere. Di contro, nelle fasi notturne o durante condizioni atmosferiche avverse, come la pioggia, la qualità cala sensibilmente, arrivando in alcuni casi a risultare sorprendentemente mediocre. In particolare, è evidente un forte livello di “sporcatura” nelle scene meno illuminate, un problema che persiste anche impostando tutti i parametri grafici al massimo. In alcune situazioni, soprattutto sotto la pioggia, la resa complessiva può peggiorare al punto da compromettere il piacere visivo.
Sul fronte delle performance, invece, Crimson Desert si comporta in maniera decisamente convincente. Il gioco gira in modo fluido e stabile, e sorprende il fatto che abbassare le impostazioni grafiche non produca differenze particolarmente marcate in termini di prestazioni. Questo lascia intendere una buona scalabilità anche su configurazioni meno performanti, in linea con i requisiti di sistema dichiarati. Al netto di qualche sporadico bug visivo, l’esperienza si mantiene complessivamente solida dal punto di vista tecnico.
Concludendo…
Crimson Desert è un titolo che vive costantemente in bilico tra slancio e disordine: un’opera ambiziosa, piena di idee, capace di regalare momenti davvero memorabili, ma anche di inciampare con la stessa frequenza con cui prova a stupire. Quando trova il suo equilibrio, soprattutto nel combattimento e nell’impatto visivo di certi panorami, riesce a lasciare il segno; quando invece affonda nel caos dei controlli, nella scarsa chiarezza degli enigmi e in una struttura narrativa poco incisiva, mostra tutti i suoi limiti. È un gioco che affascina proprio perché non smette mai di esagerare, ma che allo stesso tempo non riesce quasi mai a rifinire davvero le proprie ambizioni.
Alla fine, più che un’esperienza perfettamente riuscita, Crimson Desert somiglia a una grande dimostrazione di forza, talento e confusione messi insieme. Un titolo che alterna entusiasmo e frustrazione con una naturalezza disarmante, e che per questo difficilmente lascia indifferenti. Non è un gioco facile da amare in modo lineare, ma è sicuramente uno di quelli di cui si continua a parlare anche dopo i titoli di coda: nel bene, nel male, e soprattutto per tutto ciò che avrebbe potuto essere.
Crimson Desert
DISCRETO- Impatto visivo notevole
- Mondo ampio e suggestivo, con una buona distanza visiva.
- Sistema di combattimento molto spettacolare quando funziona.
- Ampia varietà di meccaniche e attività.
- Enigmi intelligenti e stimolanti, capaci di far ragionare davvero.
- Narrazione debole e poco incisiva.
- Personaggi poco caratterizzati.
- Controlli spesso rigidi e poco precisi.
- Puzzle troppo poco guidati, con indicazioni spesso assenti o confuse.
- Tante idee, ma non sempre ben rifinite.
Crimson Desert è un gioco che colpisce per ambizione, varietà e spettacolarità, ma che inciampa troppo spesso nella sua stessa voglia di fare tutto. Quando funziona affascina davvero, ma tra controlli poco rifiniti, enigmi poco chiari e una narrazione debole lascia addosso la sensazione di un’opera ancora troppo grezza per esprimere appieno il suo potenziale.



