Per chi non lo sapesse, la notte del 2 febbraio del 1959 un gruppo composto da nove giovani escursionisti scomparve durante un accampamento nei monti Urali, nei pressi del Kholat Syakhl. Le autorità mandate a indagare fecero una macabra scoperta: l’intero gruppo era morto. Le circostanze apparvero fin da subito misteriose e inquietanti, a partire dagli avvenimenti legati a prima dell’incidente e successivamente a quelli post-morte. Lo scenario infatti era terrificante e inspiegabile: la tenda degli escursionisti era lacerata dall’interno e quindi a rigor di logica tagliata dai ragazzi stessi, che secondo la ricostruzione si catapultarono fuori senza vestiti, a fronte di un clima che si aggirava sui -30°, in mezzo a una tormenta di neve. Il resto è ancora più confuso, con prove del fatto che alcuni tentarono di ritornare all’accampamento, altri addirittura di arrampicarsi sugli alberi e i restanti direttamente inghiottiti dalle montagne.

Ed è proprio con la scoperta dei cadaveri che la faccenda si rivela al pari di un film horror di classe A, dettagli così macabri che evitiamo di raccontarvi per la loro crudezza. Tutto ciò che possiamo dirvi è che l’esame dei corpi dimostrò che non fu solo il freddo a togliere la vita a quei ragazzi, ma qualcosa di più misterioso, crudele, dotato di una forza sovrumana e -in base ai dati raccolti dagli stracci che prima erano i vestiti degli esploratori- radioattivo. Kholat, primo gioco del talentuoso team IMGN.PRO, parte proprio da questo evento e ci porta per mano in mezzo ai bellissimi e desolati scenari di dove avvenne un dramma ancora oggi irrisolto.

Soli e abbandonati

Il primo impatto con Kholat è, diciamolo pure, meraviglioso. Il giocatore, dopo l’ottima introduzione iniziale che racconterà gli eventi di cui abbiamo parlato poco sopra, si ritroverà fin da subito a esplorare la splendida e tetra Kholat Syakhl. Aspettatevi pochi ambienti mondani: attraverserete fitti boschi, colline innevate e grotte scure, per lo più. E sono tutti realizzati magistralmente, con dovizia di particolari soprattutto per quanto riguarda la ricreazione di un ambiente naturale – neve, alberi, vento – verosimile. Questo, insieme alla voce roca del narratore – il grande Sean Bean -, sarà lo scenario da attraversare in quello che, purtroppo, si dimostra l’ennesimo walk simulator.

Vi ricordate la bellezza di Dear Esther? O la tensione di Amnesia? Ecco, Kholat prova ad amalgamare entrambe le cose, ma nel modo più banale e riciclato che ormai affligge gli horror moderni: attraverso lo stile di Slender. Si rivela indubbiamente bello e affascinante percorrere uno scenario gigantesco – che, ribadiamo, è ricreato a opera d’arte – sfruttando una mappa senza indicatore, dove al giocatore viene richiesto l’utilizzo della materia grigia e quindi di adoperare la bussola per ritrovarsi con le coordinate cartacee. Ma quando arriva quel momento, quello stramaledetto istante in cui la creatura si rivela attraverso il suo debug casuale e tu, giocatore, accasciato in un angolo con la luce spenta riesci ad ammirarla mentre si blocca in un costante avanti e indietro tra un albero e una roccia, be’, è proprio quello il momento in cui, da videogiocatore, ti cascano le braccia. E la magia, per quanto il fascino rimanga, scompare.

Perché Kholat aveva tutte le carte in regola per essere una pietra miliare: trama intrigante, ambientazione superlativa, cura tecnica da far invidia a diversi titoli di tripla A – eh sì, è proprio un indie – e un’atmosfera da urlo. Allora perché, viene da chiedersi, gli sviluppatori hanno deciso di renderlo il solito, banale, walk simulator in cui ci si limita a cercare le lettere delle vittime e a incappare in qualche evento scriptato? La conclusione dopo queste riflessioni viene lecita: l’ennesima prova di stile che farà sicuramente un certo effetto sui videogiocatori, aprendo le porte verso un futuro radioso per i ragazzi di IMGN.PRO e i loro progetti futuri.

Escludendo queste piccolezze, l’esperienza -almeno al suo primo giro- sarà d’impatto, contornata di momenti tranquilli ed esplorativi ad altri inquietanti e in pieno stile jump-scare, andando a coprire un arco di ore non particolarmente lungo se si adopererà la bussola – 3 orette, a stare larghi – ma che potrà aumentare significativamente andando in giro a vuoto e scoprendo tutti gli avvenimenti principali per caso – scelta consigliata che mi trovo a dare, visto che ha reso l’esperienza più dispersiva, affascinante e longeva. Per chi invece volesse avventurarsi a recuperare tutte le lettere e ha paura di fronte alla mole della mappa, niente paura: nel gioco saranno presenti diversi piccoli accampamenti che fungeranno da viaggio rapido da un accampamento all’altro, una volta scoperti s’intende.

Un ricordo sbiadito e poetico

Dove però Kholat è davvero incriticabile è il comparto tecnico. L’abbiamo già elogiato diverse volte, ma è difficile non ribadire come il titolo sia fantastico sul fronte visivo e sonoro. I muscoli dell’Unreal Engine 4 si vedono a ogni roccia, albero e riflesso lunare, con texture mai slavate e un design impeccabile, a metà tra il dipinto e lo scatto fotografico. C’è da far notare comunque che l’ottimizzazione non è il massimo, visto che in alcuni scenari più densi poligonalmente il frame subisce diversi cali, ma si tratta pur sempre di un motore grafico nuovo e ancora poco utilizzato e, si mormora, sono in arrivo diverse patch per facilitare la vita ai videogiocatori dotati di pc di fascia medio-bassa. Per chi fosse interessato e appassionato di screen, gli sviluppatori hanno aperto un piccolo contest -di cui siamo già alla seconda fase- in cui verranno selezionati i migliori screen del titolo. Per maggiori dettagli date un’occhiata all’HUB del gioco.

Applausi anche per il sonoro, dotato di poche ma evocative melodie, seguite da un doppiaggio di qualità e, soprattutto, da un lavoro mostruoso per quanto riguarda gli effetti ambientali, forse i veri protagonisti di tutto il gioco vista la cura, il realismo e la qualità con cui sono stati realizzati. Unica nota negativa per noi italiani, in quanto attualmente non è presente nessun doppiaggio di sorta -neanche sottotitolato- nella nostra lingua.

Alla fine del viaggio

Kholat è uno di quei titoli che lasciano sensazioni alterne. Da un lato potrebbe essere il gioco della vostra vita, dall’altro una di quelle occasioni mancate che lasciano l’amaro in bocca. Il titolo ha le sue indubbie qualità tecniche e narrative, ma non ha il coraggio di spingersi oltre, e Il prezzo di 18 euro a sua volta non è particolarmente conveniente. Per tutti gli altri invece che vogliono scoprire che cos’è successo agli esploratori, che cosa ne ha causato la morte e, soprattutto, se Sean Bean riuscirà a scampare all’ennesima morte grazie al potere del narratore onnisciente, be’, buon viaggio e buona fortuna.

CI PIACE

– Comparto tecnico da urlo\n- Storia intrigante\n- Atmosfera unica

NON CI PIACE

– Gameplay banale\n- Prezzo mal rapportato ai contenuti\n- Comparto tecnico pesante al momento

Conclusioni

Boromir Stark ci racconta una storia in parte vera, in parte finzionale

6.5Cyberludus.com
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