Max: The Curse of Brotherhood – Recensione

Non è la prima volta che il rosso Max veste i panni del protagonista in un’avventura; già nel 2010 i ragazzi danesi di Press Play svilupparono quel Max & the Magic Marker (comparso su dispositivi mobile e sugli store di Nintendo e Sony) che è stata la base di questo nuovo, fiammante titolo per Xbox One e 360.

Questa volta però la piccola peste l’ha combinata davvero grossa. Di ritorno da scuola, Max trova il suo “caro” fratellino Felix intento a giocare con tutti i suoi giocattoli, la qual cosa sembra bastare al piccolo rosso per desiderarne la scomparsa. Accende il PC, si fionda su Giggle e cerca un metodo per liberarsi del rumoroso consanguineo: incredibile a dirsi, il nostro trova una filastrocca magica che una volta pronunciata, funziona. Un varco dimensionale si spalanca nella stanzetta dei due ragazzini e il braccio di un mostro rapisce il piccolo Felix, trascinandolo in un altro mondo. Per Max sembra fatta ma, naturalmente, quale fratello maggiore lascerebbe il sangue del proprio sangue (seppur in versione mini) in una situazione del genere?

Raccolto il suo zaino, perciò, il coraggioso ragazzino si fionda nel varco. Così ha inizio la nostra avventura, durante la quale aiuteremo Max nella ricerca del fratellino rapito dal terribile Mustacho, un vecchio baffuto al quale il piccolo Felix sembra proprio far comodo. Una trama non proprio da Oscar, che però svolge bene il suo compito, strappando qualche sorriso e tenendo bene insieme la storia dall’inizio alla fine. D’altronde si tratta pur sempre un platform/puzzle e si sa, questi generi non necessitano di finezze in quanto a trama.

Non ci vuole un pennarello grande, ma un grande pennarello!

Tutti ricorderanno il famoso spot dei pennelli Cinghiale, e qui, in effetti, la citazione (con ovvie modifiche) calza a penn(ar)ello! Una volta arrivato questo mondo parallelo, infatti, il povero Max è solo e disarmato. Fortunatamente, non ci vorrà molto prima che una strega venga in suo aiuto,. donandogli un piccolo pennarello dai grandi poteri. All’inizio questi saranno limitati ma, con il proseguire dell’azione, ne otterremo di nuovi. Potremo far spuntare dal terreno colonne di pietra, creare rami, liane, getti d’acqua e utilizzare il potere del fuoco per distruggere ammassi di rocce; sarà inoltre possibile combinare poteri diversi per arrivare alla soluzione di un enigma. Insomma, le cose da fare non mancano e il pennarello si rivela una trovata simpatica ed accattivante, che dona al giocatore una buona libertà d’azione e d’ingegno per la risoluzione dei puzzle.

Attiveremo il pennarello tramite la pressione del tasto RT e lo muoveremo con lo stick analogico sinistro; con A sfrutteremo i poteri e X ci permetterà di tagliare cose come rami o liane, oppure di cambiare forma ad un potere già utilizzato (per esempio, se la forma di un getto d’acqua non soddisfa i requisiti per il superamento di un puzzle, con X sarà possibile cancellare la vecchia forma e sostituirla con una nuova). Seppure l’utilizzo del pennarello sia stato (in origine) pensato per dispositivi che sfruttano tecnologia touch o sensori di movimento (Max & the Magic Marker), il feedback dato dal controller è tutto sommato buono. Qualche piccola pecca la si può riscontrare nelle azioni più concitate (in cui la precisione è importante), ma davvero niente che un paio di tentativi in più non possano risolvere.

Nessun salto in avanti

Anche sul versante platform, il gioco fa il buono e il cattivo tempo. L’anima platform di Max la vedrete specialmente nelle prime fasi, quando gli elementi puzzle non saranno (ancora) preponderanti e spenderete il vostro tempo più a saltare e arrampicarvi che a risolvere piccoli enigmi. Rimane perciò pur sempre una caratteristica del gioco non di poco conto, ed è un peccato che non sia stata molto ben implementata.

Ciò che principalmente mi ha infastidito durante la quasi totalità della durata del gioco, è stato il salto. L’ho trovato lento e poco reattivo. Sicuramente non pessimo, ma altrettanto sicuramente lontano dalla precisione e completezza di titoli dello stesso genere ben più blasonati. Sia chiaro, non voglio chiamare in causa idraulici che potrebbero risultare scomodi, ma per quanto riguarda questa meccanica, qualcosa in più si poteva sicuramente fare: un salto sufficiente, ma niente di più. Un punto su cui bisognerà sicuramente mettere mano per un futuro seguito.

Ci vuole una fisica bestiale

L’engine alla base del lavoro di Press Play è Unity, e i ragazzi danesi hanno davvero saputo sfruttarlo per bene per il loro titolo in 2.5D. La versione Xbox One, quella da me provata, sa mostrare i muscoli, sebbene non si discosti particolarmente dalla sua controparte old gen.

Le ambientazioni sono vive e colorate, e i colpi d’occhio certo non mancano. La luce è gestita davvero in modo ottimale e anche negli ambienti più cupi la vivacità non si smorza, donando all’insieme un gran bello stile. I paesaggi (seppur non molto vari) sono ben caratterizzati e nascondono a dovere i collezionabili sparsi in tutto il gioco (gli occhi del terribile Mustacho e i pezzi del medaglione della strega), la cui ricerca vi terrà impegnati di sicuro oltre il tempo di completamento del gioco nella sua storia principale, della durata di 6-8 ore.

Discorso a parte va fatto per la fisica, componente dell’engine sfruttata dagli sviluppatori per donare un po’ più di carattere alle fasi platform. Dovremo ad esempio tagliare dei rami per farli cadere su delle piattaforme e usarli a mo’ di ponti; oppure attraversare il mondo di gioco dondolandoci da una liana all’altra. In generale, il lavoro svolto rimane di buon livello, ma di tanto in tanto si presentano delle piccole sbavature. Mi è capitato, ad esempio, di stare in piedi sull’estremità di un ramo poggiato su di una sporgenza e rimanere in equilibrio, con buona pace delle leggi su baricentro;o che una liana attaccata ad un ramo (visibilmente più pesante) sia riuscita a tirarselo giù, seppur ben fermo su di una piattaforma. Sia ben chiaro, sono episodi sporadici che non intaccano l’esperienza complessiva, ma un po’ di pulizia extra non avrebbe guastato.

Inspiegabili invece sono i cali di frame rate, che colpiscono sia le cut-scene che alcuni momenti in game. Non sono frequenti, ma avrebbe fatto piacere non assistere a simili episodi su una console di recente uscita – per giunta con un titolo che di certo non brilla per complessità grafica.

Commento

Max: The Curse of Brotherhood mi ha divertito e tenuto incollato allo schermo. Ha saputo farmi arrabbiare il giusto, costringendomi ad accendere il cervello: un’esperienza piacevole sia per gli occhi che per la mente. Altro punto di importanza centrale è il prezzo, 15 euro, che rapportati alla qualità e alla longevità complessive (21 livelli terminabili tra le 6 e le 8 ore) lo rendono un titolo che di certo non sfigura nella line-up di Xbox One. Insomma, per una cifra tutto sommato irrisoria vi porterete a casa un titolo che, seppur non mostri i veri muscoli della next gen, ce ne dimostra la bontà. Max ovviamente non vale l’acquisto di Xbox One, ma è da avere assolutamente se già se ne possiede una.

CI PIACE

– Ottime le fasi puzzle, complesse al punto giusto.\n- Graficamente buono e piacevole\n- Eccellente rapporto qualità/prezzo

NON CI PIACE

– Le fasi platform potevano essere meglio\n- La rigiocabilità è troppo legata ai collezionabili

8Cyberludus.com
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