L’unione fa la forza

E’ inutile negarlo: l’attuale generazione videoludica sta passando un periodo difficile. I colossi dell’ambiente non fanno altro che produrre seguiti, spin-off, remake, prequel e reboot di brand dal successo assicurato, ma che a lungo andare rischiano solo di perdere smalto, originalità e soprattutto la strada che conduce ai cuori e all’attenzione dei giocatori. Poche sono al momento attuale le produzioni coraggiose che osano: Grasshopper Manufacture sembra proprio pensarla come noi e Shadows of the Damned è la prova lampante di come a volte lo stile ha la meglio sull’avanguardia.

Questa produzione vanta tre “padri” d’eccezione: Shinji Mikami (Resident Evil 4), Suda 51 (No More Heroes, Killer 7) e Akira Yamaoka (compositore della serie Silent Hill). Tre mostri sacri dell’ambiente che hanno rivoluzionato e/o impreziosito ogni singola opera partorita dalla loro mente. Se al trio aggiungiamo EA e la direzione di Massimo Guarini, il piatto forte è servito. Ma basterà una lista di nomi celebri a fare di un gioco un capolavoro? Scopritelo attraverso la nostra recensione: è il momento di varcare i cancelli dell’oltretomba a colpi di fucile.

Pura e semplice vendetta

Protagonista indiscusso è il “tamarrissimo” Garcia Hotspur (G per gli amici): giacca viola, qualche cicatrice di troppo, accento messicano e armato fino ai denti. Il nostro eroe passerebbe tranquillamente per il protagonista di un film di Robert Rodriguez, ma è in effetti uno spietato cacciatore di demoni. Durante un giro di ronda per la città ad affettare carne infernale, un nemico gli rivela in fin di vita che la sua fidanzata, Paula, è in grave pericolo. Arrivato a casa, il protagonista si imbatte in un’orda di creature fameliche che hanno invaso l’appartamento: ma è solo un preludio alla tragedia, poiché in camera da letto trova la sua bella straziata dal malefico Fleming, il re dei demoni. Il nostro eroe ha svolto un po’ troppo bene il suo lavoro, destando l’attenzione dei “piani alti” , a tal punto che Paula, nonostante sia stata uccisa, verrà trascinata all’inferno per subire innumerevoli tormenti e supplizi. Accecato dalla rabbia, Garcia salta in moto verso il portale di congiunzione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, per tentare disperatamente di salvare l’anima di Paula e per uccidere flotte di demoni fino all’ultimo caricatore di munizioni. La storia non spicca certo per profondità e per intrecci narrativi: i personaggi secondari appaiono decisamente banali e il più delle volte taciturni e la sceneggiatura decisamente scontata fino ai titoli di coda. A destare l’interesse tra una sezione di gioco e l’altra sono gli esilaranti dialoghi tra Garcia e Johnson, un fluttuante demone scacciato dagli inferi e fedele partner del nostro cacciatore. Le battute spicciole da duro dei classici B-Movie americani di G e gli apprezzamenti dello spiritello nei confronti delle donne prosperose o i pettegolezzi sul mondo dei demoni risultano divertenti, regalando un po’ di sapore ad una storia non malvagia ma che fa solo da copertina alle nostre scazzottate con le creature della notte.

Due passi avanti e uno indietro

Il comparto tecnico di Shadows of the Damned si può semplicemente definire “altalenante”. Da un lato abbiamo stile da vendere: il design e la caratterizzazione di Garcia, Johnson e qualche personaggio secondario, risulta dannatamente azzeccato per l’atmosfera unica e ricercata di questo titolo. Degni di lode nemici e boss di fine livello, alcuni davvero spaventosi ( come le tre sorelle munite di falce della morte e un demone gigante dalle fattezze caprine )ed altri disegnati cosi bene da rimanere bene impressi in memoria. Anche gli scenari non sono da meno: da desolate strade cittadine, si passa a paludi, cimiteri, biblioteche e casinò. Pregevole è anche lo stile delle brevi ma intense sessioni di gioco realizzate in 2D. Ma ben presto subentrano parecchi difetti prettamente tecnici, che mostrano un Unreal Engine 3 prossimo alla pensione: anzitutto la povertà delle texture è lampante in tutti i livelli di gioco, brevi, lineari e aridi di dettagli. L’interazione con lo scenario si limita alla rottura di qualche cassa o roccia con qualche segreto nascosto al loro interno. Le stesse palette di colori, per quanto affascinanti e studiate per creare un senso di fastidio e di ansia davanti all’oscurità, risultano a tratti poco piacevoli. Non mancano problemi di caricamento, in particolare durante i checkpoint. Terminano la lista dei difetti le animazioni, decisamente meccaniche e legnose.

Per ciò che concerne il comparto audio, dobbiamo confessare che ci saremmo aspettati di più da sua maestà Yamaoka: un buon intenditore di Silent Hill, non farà fatica a ritrovare diverse melodie della serie riciclate e modificate. I pezzi inediti non fanno gridare al miracolo per originalità o gusto e per di più risultano troppo serie per un titolo che fa della leggerezza e della ignoranza (intesa come “spara e non pensare al resto”) i suoi assi nella manica. Di buona fattura il doppiaggio inglese e il campionario suoni, sempre azzeccato in ogni contesto di gioco.

A mali estremi, estreme trasformazioni

Fin qui abbiamo descritto un titolo non privo di difetti tecnici e caratterizzato da una trama non proprio da ricordare. Ma dove alberga allora questa tanto osannata originalità? La risposta la troverete una volta iniziata una partita: subito dopo la breve introduzione, fondamentale per padroneggiare le meccaniche di gioco, vi renderete conto di essere entrati in un mondo totalmente folle. Piccola premessa: Shadows of the Damned eredita le meccaniche di Resident Evil 4:; telecamera liberamente manovrabile, inquadratura ravvicinata quando si punta, possibilità di voltarsi a 360 gradi con un semplice tasto. Niente innovazioni ormai all’avanguardia, come sistemi di copertura o azioni contestuali complesse. Ma se da un lato i fan storceranno il naso quando si accorgeranno di non poter usare i piedi per sfondare una cassa, perlomeno sorrideranno per il fatto che, a differenza di Re 4, potranno avanzare mentre si spara. A tal proposito passiamo alle armi, o per meglio dire, alla nostra versatile arma, Johnson. Il nostro reietto amico spettrale ha la capacità di trasformarsi in diverse armi; una pistola infuocata, una mitragliatrice capace di colpire più bersagli contemporaneamente e una sorta di lanciagranate letale. I proiettili? Ossa, denti e teschi umani. Medi kit per la salute? Assenzio, sake caldo e tequila. La monete degli inferi sono le gemme preziose: ne troverete di rosse per potenziare armi e abilità, bianche per fare acquisti per il vostro inventario presso distributori automatici o rischiando di farvi sbranare una mano da un nostro amico demone e blu per modificare le vostre armi e renderle ancora più esplosive. La potenza di fuoco sarà necessaria contro i nemici: alcuni potranno essere messi k.o. sparando alle gambe e , una volta a terra, facendoli poltiglia con i nostri stivali. Altri avranno punti deboli ben nascosti e andranno affrontati con il giusto tempismo grazie alla schivata, utilissima quando i mostri caricheranno verso di voi. Oltre ai combattimenti senza sosta impreziositi da qualche breve quick time event , non mancheranno gustosi e simpaticissimi enigmi ambientali. L’oscurità, per voi letale, il più delle volte prenderà il sopravvento (in una maniera che schiaccia non poco l’occhio a Silent Hill): il vostro compito sarà quello di “ripristinare la corrente” sparando fiotti di luce alle teste di capra sparse per i livelli. Nonostante la forma base di Johnson sia una torcia, certe volte avrete bisogno di una lumaca luminosa per avanzare lungo i livelli. Altre volte sarete costretti a sfamare le porte chiuse, cercando fragole o cervelli umani per rendere felici le faccette dei bambini incastonate sulle grate chiuse. Altre volte ancora dovrete sparare ai cuori pulsanti che alimentano l’oscurità per riportare la luce e salvarvi la vita. Queste missioni bizzarre e sopra le righe si aggiungono a tocchi di classe che non possiamo non citare: rimandi a pellicole cinematografiche come La Casa, Dal tramonto all’alba e Ghostbusters, livelli in cui dovrete passare sopra le prosperose curve di una versione gigante della vostra fidanzata e livelli in 2D o armati con una versione “un po’ troppo eccitata” di Johnson, sono momenti esilaranti quanto di sicuro impatto che vi accompagneranno per le circa dieci ore di gioco.

Conclusioni

Shadows of the Damned è un capolavoro mancato: lo stile ricercato, le idee follemente geniali, il design dei nemici e certe trovate davvero divertenti, non riescono purtroppo a nascondere una trama banale, un comparto tecnico rimasto parecchio indietro rispetto agli standard attuali e un gameplay a tratti ripetitivo e lineare. Ci sentiamo tuttavia di consigliare il titolo all’utenza perché, superata la delusione nei confronti dei limiti tecnici, il titolo Grasshopper Manufacture regala non poche emozioni agli appassionati dei giochi d’azione che amano sparare a tutto quello che si muove in un mondo completamente folle ed accattivante, dove lo stile e i tocchi di classe valgono molto più dell’abbondanza dei poligoni e delle innovazioni del gameplay.

CI PIACE

Un titolo dannatamente folle
Divertimento assicurato per gli amanti degli action “ignoranti”
Le firme di Mikami, Suda 51 e Yamaoka si vedono!

NON CI PIACE

Trama un pò banale
Comparto tecnico a tratti sotto la media
Qualche problema di caricamento e movimenti macchinosi
Gameplay a volte ripetitivo

7.5Cyberludus.com
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