Negli ultimi anni i prodotti targati Hasbro hanno vissuto una rinnovata popolarità grazie soprattutto a prodotti di intrattenimento pensati per cinema e televisione. Se però da un lato la serie animata di My Little Pony; Friendship is Magic (tanto per fare un esempio) ha saputo raggiungere il cuore di un pubblico più maturo grazie al team di artisti talentuosi che hanno lavorato allo Show, dall’altra parte le ignobili (a parere di chi vi scrive) pellicole targate Michael Bay, nonotante gli incassi stratosferici, hanno disonorato il buon nome dei robottoni tanto amati dagli ex bambini nati ben prima del duemila. Intendiamoci: i Transformers, prodotti in collaborazione tra americani e giapponesi, approdarono su piccolo schermo soprattutto a scopo pubblicitario, e dunque per piazzare nelle case di pargoli eccitati i leggendari giocattoli omonimi. E’ ovvio quindi che non parliamo di un prodotto la cui levatura qualitativa potrebbe competere con altre opere più sofisticate (la serie Dell’ultimo dominatore dell’aria, sebbene sia immensamente più recente, ne è un esempio). Tuttavia, c’era qualcosa di affascinante in quegli organismi meccanici mutaforma, qualcosa che ha saputo tenerli in vita per oltre 30 anni. E quel qualcosa traspare quasi interamente nell’ultimo gioco targato Platinum, derivato dalla primissima serie televisiva dei Transformers (la leggendaria G1).

Robottoni che si picchiano

La trama non potrebbe essere più semplice, tanto che appare perfino pretestuosa (in linea con le sceneggiature del cartoon). Megatron e i Decepticon intendono sfruttare un’antica forma di energia per tramutare la Terra in un nuovo Cybertron, pianeta d’origine dei Transformer. Il processo, ovviamente, causerà danni irreparabili alla flora e alla fauna terresti, che verranno spazzate via in meno di 24 ore. Per salvare la loro nuova casa, e gli umani a cui si sono legati, Optimus Prime e i suoi fedeli Autobot tenteranno di impedire a Megatron di realizzare il suo folle piano. Nonostante la regia piuttosto grossolana e uno svolgimento completamente prevedibile, vi sono almeno due motivi per apprezzare la “trama” (una parola grossa in questo caso) di Devastation: in primo luogo, l’atmosfera che si respira è identica a quella della serie animata. La sensazione è infatti quella di essere tornati indietro di 30 anni, seduti davanti a una tv a tubo catodico in uno di quei pomeriggi che scorrevano identici dopo la scuola. E non è solo il cell shading a contribuire a ricreare quella situazione; vi sono anche i toni epici, le battute tipiche, la personalità dei protagonisti (ricreata alla perfezione), l’estrema semplicità del mix e così via. Certo, il fatto di trovarsi nel 2015 con tv a schermo piatto ad esaltare il tutto, non è che un valore aggiunto, ma non divaghiamo. Il secondo motivo, strettamente legato al primo, risiede nell’uso delle voci originali: i doppiatori americani della prima serie sono stati richiamati per riportare in vita questi colossi di metallo divenuti ormai iconici. Non sappiamo dire se ognuno dei singoli robot abbia potuto godere di questa operazione, ma l’emozione di ritrovare vecchi amici (e nemici!) è davvero palpabile. Va detto che tutta la storia appare come un gigantesco fan service; tutti coloro che non hanno mai provato alcun fascino per i Transformers rischieranno di trovarsi spaesati, e questo nonostante la semplicità dell’infrastruttura narrativa. Poco male, c’è comunque un gran bel gioco di cui godere, in aggiunta.

D’altri tempi

Considerato globalmente, potremmo dire che TD ha un aspetto “vintage”. Il che è un modo carino per dire che graficamente e stilisticamente non è proprio The Order 1886. Il gioco sfrutta l’ormai celeberrimo cel shading, tecnica che conferisce alle texture tonalità da cartoon. E nel contesto in esame si tratta di una scelta sicuramente saggia; non avremmo potuto immaginare nient’altro in grado di catturare così bene l’atmosfera della serie anni 80′. Sotto il profilo della animazioni, inoltre, personaggi giocabili e non sono realizzati con estrema cura e dovizia di particolari. I movimenti dei robottoni sono fluidi, ma allo stesso tempo trasmettono la sensazione di pesantezza che ci si aspetterebbe da omoni di metallo alti 30 metri. Vederli combattere, spaccarsi la corazza a vicenda ed esplodere in un tripudio di colori sgargianti è una vera gioia per gli occhi. Una spanna più in basso si collocano invece le ambientazioni. Al di là del level design in se, il quale potrebbe essere definito unicamente con l’aggettivo “essenziale” (lunghi corridoi che si aprono su vaste arene in cui si consumano gli scontri (formula ripetuta dall’inizio alla fine del gioco) è proprio da un punto di vista estetico che si intravede la natura medio-budget della produzione. Le mappe contano due sole variazioni: città composte di edifici comuni e grattacieli, e astronavi fatte di metallo e circuiti. Per di più i livelli vengono riciclati costantemente durante il corso dell’avventura, fattore che se non fosse per l’ottimo gameplay contribuirebbe e rendere il tutto sicuramente molto ripetitivo. Non c’è neanche troppa variazione interna ad una medesima zona, e alla fine si finisce per non dare più troppa considerazione all’ambiente circostante. Il resto del comparto grafico non vanta particolari qualità: come dicevamo, l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di vecchio è palese, ma nonostante l’hardware di una PS4 o una Xbox One non vengano sfruttati minimamente, l’estrema fluidità d’azione (perennemente ancorata a 60 FPS) e l’aspetto da serie animata vi faranno apprezzare il gioco ben oltre i suoi meriti tecnici.

More than meets the eyes

Sapevamo tutti che prima o poi questa celebre citazione sarebbe saltata fuori. È praticamente un obbligo inserirla in un articolo, soprattutto quando abbiamo a che fare con un gioco esteticamente sotto tono ma incredibilmente valido in termini di puro gameplay. Se esiste una costante tra i così detti Tie-In, è la scarsa qualità che da sempre caratterizza queste riadattamenti in salsa videoludica di popolari serie televisive, fumetti e film. Esistono rare eccezioni, certo, e i vari Batman Arkham sono lì a dimostrarlo (sebbene siano semplicemente ispirati a del materiale già esistente, e non direttamente tratti da esso). Se però al timone dell’intera operazione c’è un gruppo capace ed esperto come i Platinum, teoricamente si potrebbero dormire sonni tranquilli. Diciamo “teoricamente” perché in tempi recenti proprio il team giapponese ha realizzato un Tie-In dedicato alle avventure di Korra, protagonista della seconda serie di Avatar (per chi non lo sapesse, uno dei migliori esemplari di animazione occidentale degli ultimi anni). I risultati però furono doppiamente deludenti, in primo luogo per la pochezza del titolo, e secondariamente perché il cartone era una fonte eccellente da cui trarre un action di primo livello. Non è dunque difficile capire da dove potessero derivare alcune delle perplessità che hanno accompagnato l’annuncio di Transformers Devastation. Fortunatamente questi dubbi non avevano il minimo motivo di esistere. Alla base, il titolo si presenta come il più classico degli action: potremo prendere il controllo di 5 autobot, tra cui ovviamente il leader Optimus Prime, ognuno dei quali in possesso di caratteristiche differenti rispetto agli altri. Tutti potranno sfruttare varie combinazioni di attacchi deboli e forti, schivare i colpi nemici e sfruttare due tipi di abilità speciali. Niente che non si sia già visto in decine di altri giochi simili, quindi, ma il segreto del successo, lo sappiamo tutti, sta nell’esecuzione più che nei contenuti. L’azione si svolge con estremo dinamismo; il sistema di controllo è perfettamente reattivo e i robottoni si muovono con estrema fluidità. Su schermo è tutto un tripudio di luci e metallo che si muovono in continuazione e solo attraverso potenziamenti e padronanza del sistema riusciremo ad ottenere il punteggio più alto dopo ogni scontro. Ciò non vuol dire che il gioco si sviluppi in modo caotico o poco comprensibile, al contrario: nonostante il livello di sfida non sia elevatissimo, TD dosa con intelligenza il numero e soprattutto la tipologia di nemici su schermo, in modo tale da evitare squilibri che finirebbero senza dubbio per guastare l’esperienza. Il numero di combo a disposizione di ogni robot non è elevatissimo (ci troviamo più dalle parti di DMC che di Bayonetta), ma comunque sufficiente a rendere ogni combattimento coreografico e, per usare un termine strettamente legato agli action moderni, “stylish”. Il button mashing stile God of War non si rivelerà una tattica vincente, e anche se non sarà necessario imparare a memoria ogni tecnica, sarà bene memorizzare almeno quelle più adatte alle vostre capacità o quelle che si riveleranno più utili durante una specifica situazione. Al compimento di ogni sequenza di attacco avrete l’occasione di trasformare il vostro personaggio in un veicolo e scagliare così il potente colpo finale capace di danneggiare ulteriormente l’avversario. Scegliendo la giusta combinazione potrete addirittura sfruttare 2 volte in successione questa caratteristica. Quella delle trasformazioni però è una questione con cui avrete a che fare anche durante gli spostamenti sulle lunghe distanze: molte delle fasi platform che interessano il titolo si svolgono infatti su 4 ruote, sebbene vi siano un paio di eccezioni. Alla guida del mezzo potrete continuare a sparare (ci arriveremo presto su questo), saltare e distruggere ostacoli protetti da scudi energetici. Ovviamente potrete anche travolgere i nemici e causare loro ingenti danni. In nessuna di queste fasi abbiamo riscontrato la perdita di quell’immediatezza che si sperimenta durante i combattimenti. Viaggiare su strada, insomma, è divertente quasi quanto menare le mani. Quasi. Tra i vari strumenti di offesa di cui disporremmo vi sono decine di armi bianche e da fuoco. Le prime variano per tipologia, e sono spesso specifiche per un determinato personaggio. Altre invece potranno essere condivise da due o più combattenti. Le stesse potranno poi essere potenziate attraverso un processo chiamato “sintesi” in cui le varie armi vengono “fuse insieme” per crearne una che possegga tutte le caratteristiche di quelle originali. Questo comporta anche l’aumento di livello dell’equipaggiamento così assemblato, in modo tale da renderlo più efficace in battaglia. Il medesimo discorso si applica alle armi da fuoco, tra cui contiamo lanciamissili, mitragliatori, fucili da cecchino e pistole laser. Non pensate però di cavarvela nei vari scontri semplicemente distanziandovi da un nemico e crivellandolo di proiettili: le munizioni sono limitate, sebbene il caricatore possa essere esteso, e al di là di bersagli specifici tutti i restanti decepticon potranno essere abbattuti solo interagendovi direttamente. Una soluzione che evita situazioni di squilibrio viste in altri titoli con una leggera componente TPS (vedi Deadpool). Nel negozio (chiamato Ark), dislocato in giro per i livelli, oltre all’operazione descritta nel paragrafo precedente, avrete l’occasione di ampliare il vostro arsenale acquistando coi crediti ricevuti in battaglia potenziamenti e oggetti curativi. Ma la cosa migliore sarà senza dubbio la possibilità di utilizzare il denaro per aumentare i punti esperienza a le statistiche dei protagonisti. Da notare anche la sezione dedicata ai Tech, i chip da equipaggiare per ottenere particolari bonus di tipo offensivo, difensivo o legato ad abilità attive e passive. Per aumentarne l’efficacia però, non solo dovrete investire capitale, ma anche superare un mini gioco (un po’ tedioso per la verità). Per quanto riguarda quelle feature che donano personalità al titolo, ne abbiamo una derivata dall’opera massima dei Platinum Games; Bayonetta. Parliamo del così detto Witch Time, che permette di rallentare il tempo dopo una schivata eseguita col giusto tempismo. La finestra che si apre in seguito all’azione può essere regolata tramite chip, ma è comunque uno degli stratagemmi migliori per contrattaccare e farsi un’idea della situazione in circostanze caotiche. Forse non è molto da Transformers, ma è comunque un’aggiunta graditissima, senza contare che buona parte del gioco è strutturato su di essa. E se questo non dovesse bastare, ogni robot è dotato di due abilità speciali: una di esse si ricarica col tempo e consente mosse per lo più evasive, mentre l’altra è in grado di scatenare effetti devastanti (anche se la barra relativa si rigenererà più lentamente e soltanto attraverso il massacro dei nemici). L’ultima parola vorremmo spenderla per parlare della longevità. Non possiamo esimerci dall’ammettere che l’avventura è completabile in circa 4 ore, anche se il livello di rigiocabilità è davvero elevato. Potenziare al massimo armi ed equipaggiamenti, individuare tutti i collezionabili, portare a termine ogni sfida e missione secondaria, vi farà guadagnare almeno il doppio del tempo di gioco.

Concludendo…

Nonostante i precedenti titoli dedicati ai Robot Hasbro abbiano riscosso, occasionalmente, alcuni consensi da parte di critica e pubblico, non ci sembra di allontanarci troppo dalla verità quando sosteniamo che Devastation è probabilmente il migliore fra tutti. Un action sviluppato dai maestri del genere, nel pieno rispetto dello spirito della serie originale. Una fortuna, dato che al cinema non è stato riservato ad Optimus Prime e amici lo stesso trattamento. Il nostro consiglio è di non farvi spaventare dalla bassa longevità o da un comparto artistico un po’ sottotono. Il livello di rigiocabilità elevato, unito ad un gameplay di prim’ordine vi faranno spendere tantissime ore in compagnia di questo titolo.

CI PIACE

Gameplay da manuale degli action\nAmpie possibilità di personalizzazione\nCoglie in pieno lo spirito dell’anime

NON CI PIACE

Breve\nAmbientazioni riciclate

Conclusioni

Un action game esemplare, che si perde in un pizzico di poca fantasia scenografica ed una decisa brevità dell’avventura.

8.5Cyberludus.com
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