La saga Medal of Honor è stata il punto di riferimento della vecchia generazione, oltre che il mentore di molti FPS nati dopo il primo storico capitolo nel 1999 sulla cara Playstation. Electronic Arts non ha mai mollato la presa e, nonostante le difficoltà seguite con gli ultimi capitoli, anche per via dell’ascesa del genere, la software house ha deciso di puntare forte sul titolo con il reboot di due anni fa, chiamato appunto Medal of Honor senza il consueto sottotitolo. L’edizione 2010 ha ottenuto un discreto successo in termini di vendite e critica, sfiorando la media globale dell’80/100 Metacritic, così EA ha deciso di rilanciare presentando Medal of Honor: Warfighter, annunciato ufficialmente lo scorso Febbraio. Per l’occasione, il titolo è stato sviluppato interamente da Danger Close Games, team di sviluppatori interno che aveva già lavorato al precedente Medal of Honor curandone l’aspetto multiplayer.

Distruzione americana

Accantonata la Seconda Guerra Mondiale, che ormai ha perso tutto il fascino dei primi FPS e ha ben poco di inesplorato, i ragazzi di Danger Close hanno puntato verso un altro orizzonte che, pur con una gran dose di clichè, spaziano tra molteplici ambienti e situazioni inedite per la saga. La prima missione è un po’ l’emblema del cambiamento radicale degli eventi, con il team di Preacher intento a sventare un carico di contrabbando orientale utilizzando una bella bomba piazzata sul retro del furgone: come facilmente intuibile, l’azione provoca un’esplosione che si mischia alla pioggia battente, tra i consueti eventi scriptati che vedono impalcature crollare e nemici prendere fuoco. Il team americano continua per la sua strada, intenzionato a concludere la missione, fino ad una seconda esplosione nel più classico degli scenari: lanciamissili equipaggiato ed elicottero distrutto con un tonfo in mare nella notte e palla di fuoco nel cielo. Gli elementi narrativi di Medal of Honor: Warfighter sono ricchi di già visto, già sentito facilmente evitabili con qualche idea in più di sceneggiatura, magari avvicinandosi maggiormente ai protagonisti, nonostante il tentativo in tal senso attraverso il racconto della storia seguendo i flashback che non portano ad altro se non a confusione e disorientamento. Negli FPS le sequenze scriptate sono ormai all’ordine di giorno e, soprattutto, caratterizzano la componente più adrenalinica delle campagne single player: quanto ad incisività, però, il tutto rimane molto soggettivo e Medal of Honor: Warfighter non fa nulla per convincere chi rimane lontano dalle emozioni guidate degli script. La mancanza di idee è palese e, per quanto possa incidere una scenetta automatica, risultano tutte situazioni più o meno aspettate o già viste. Ciò non toglie che, come detto qualche riga prima, agli appassionati di questo tipo di gameplay tali scelte piaceranno comunque. Ci limitiamo ad osservare, però, come il titolo Danger Close non sia riuscito a proporre qualcosa di nuovo nel ricco panorama degli sparatutto, adagiandosi sulle fondamenta già tracciate da altre produzioni, anche quelle di casa.

Uno per tutti?uno per tutti

Il modello non esaltante seguito per la sceneggiatura – con l’alternarsi di flashback più o meno sensati e correlati tra di loro – viene parzialmente ripresentato sul piano della giocabilità che, in tutta onestà, potrebbe scontentare tutti piuttosto che accontentare ogni palato. Se da uno sparatutto ci si aspetta, appunto, sparare per tutta la campagna, in Medal of Honor: Warfighter tale implicazione viene meno e si passerà un bel quantitativo di tempo a guidare alcuni veicoli grazie ad espedienti più o meno sensati. Piaccia o non piaccia, il legame con altri mezzi viene enfatizzato anche dalle classiche sessioni di shooting estremo con una grossa mitragliatrice o un bel fucile di precisione, prendendo un’altra bella fetta di longevità, di per sé molto carente. A voler essere ottimisti, per usare un eufemismo, le sessioni a terra non sono per niente organizzate come si deve e, anzi, lasciano trapelare una serie di problemi che non ci si aspetta da produzioni di grosso calibro come Medal of Honor: tenendo a parte il discorso legato ai bug – sono tanti e più o meno incisivi – la pura giocabilità del FPS viene di fatto presa a pugni dalla scarsa intelligenza artificiale dei nemici e dei compagni, oltre che da scelte non propriamente adatte al genere. Possiamo citare le infinite riserve di munizioni dei compagni che, ad ogni comando, provvederanno a rifornire il videogiocatore che non avrà nemmeno questo fastidio per la pistola, già prevista con proiettili infiniti. Queste scelte donano a Medal of Honor: Warfighter un aspetto talmente arcade da renderlo facilissimo anche a difficoltà elevate. I problemi legati all’IA comporta diversi scenari non pensabili al giorno d’oggi, come la scarsa precisione che affligge tutti, dai nemici ai componenti del team, passando per pattern d’attacco ripetuti all’infinito, non originali e molto lenti. La possibilità di sporgersi dai ripari scoprendosi nelle giuste misure viene meno a difficoltà più basse – inclusa quella normale – e si rende necessario solo per le sfide più impegnative in cui, nonostante ci si metta con l’intenzione, viene difficile esaltarsi attraversi schemi tattici ben attuati per attaccare il nemico, considerata la facilità con cui è possibile spostarsi da un riparo all’altro e colpire quasi indisturbati. Inutile contare sul supporto del fuoco amico in qualsiasi circostanza: al videogiocatore non spetta il grosso – come solitamente si arriva a fare con gli altri titoli simili – ma è costretto a fare praticamente tutto. A ciò, va aggiunta la già citata assenza di tatticismo nemico che, paradossalmente, non fa pesare l’inefficienza dei compagni. Alla generale facilità della campagna si unisce la totale inutilità di prepararsi all’arma: non esiste il concetto di feeling con la bocca da fuoco, infatti equipaggiare una mitragliatrice leggera piuttosto che un lanciarazzi sortirà lo stesso effetto pad in mano, per via di un rinculo quasi inesistente e senza necessità di prepararsi al colpo.

Multiplayer in crescendo

Il lato più curato, profondo e divertente di tutto il gioco è senz’altro il multiplayer, che conta su numerose modalità di gioco ben implementate. L’esperienza nel multigiocatore si evolve in un crescendo di possibilità, come ormai accade con diverse produzioni: inizialmente, infatti, saranno a disposizione solamente due classi e due fazioni, però poi riuscire ad approfondire ogni dettaglio della propria esperienza nei server. Raggiunta la giusta soglia di fama e medaglie, si arriverà a personalizzare l’equipaggiamento e le armi nei minimi particolari, esaltando le qualità del multiplayer anche sotto il lato della tattica, molto carente nella campagna in singolo giocatore. Proprio sulla strategia si basa il gioco online, ed il concetto è rimarcato dall’opzione Fire Team, che cerca di pensare il multigiocatore attraverso la visione in cooperativa: le squadre vengono divise in coppie – a scelta o delegando al gioco – ed otterranno più punti i team capaci di cooperare meglio rispetto agli altri, quindi coprendosi a vicenda, eseguendo combo d’attacco ma anche curandosi piuttosto che lasciar morire il compagno. Le statistiche e le medaglie ottenute attraverso un vasto ventaglio di sfide, verranno catturate dal Battlelog che, un po’ come visto in altre produzioni EA, servirà per sfide globali tra nazioni in background.

Alle sopracitate caratteristiche quasi peculiari del gioco, si affiancano le più classiche del genere sparatutto con un paio di idee diverse per cercare di rinnovare la sfida anche se, in tutta franchezza, il multiplayer di MoH terrà impegnati soprattutto per il Fire Team, che rappresenta la vera novità della produzione. Sfortunatamente, il lato online del gioco eredita qualche difetto tecnico del single player, legate soprattutto all’impreciso sistema di respawn e al level design scarno e poco ispirato, in cui fanno capolino meno di dieci mappe e tutte molto simili tra di loro con qualità globale decisamente bassa.

Il motore di una Ferrari in una 500

L’espressione sopracitata è tra le più abusate per descrivere una situazione paradossale in cui si ha a disposizione un grosso potenziale che purtroppo viene sfruttato in minima parte. È proprio il caso di Medal of Honor: Warfighter e stiamo parlando di un altro motore, quello grafico, ovvero il Frostbite 2.0 sviluppato da DICE e portato alla ribalta con la serie Battlefield. Confrontando proprio l’ultimo capolavoro che è Battlefield 3 con il risultato ottenuto da Danger Close, si evince come il livello di dettagli sia stato limitato all’osso attraverso texture piatte e diversi problemi legati ai modelli poligonali, che coinvolgono le animazioni ingame e le carenze mostrate durante le cutscenes. A ciò, vanno aggiunti bug quali compenetrazioni poligonali, parziale assenza dell’audio, ritardo di alcuni effetti ed abbassamento generale della qualità grafica nel multiplayer. Purtroppo il livello del sopracitato capolavoro di casa DICE rimane lontanissimo seguendo questi standard appena sufficienti, probabilmente dovuti alla fretta di impacchettare il codice per renderlo a disposizione nella fase di piena delle software house concorrenti. È normale porsi il paragone quando l’engine è lo stesso, e non riusciamo a credere come la differenza sia così sostanziale: con assoluta certezza, chi pensava di trovarsi di fronte un prodotto qualitativamente simile a Battlefield 3 rimarrà deluso e perderà buona parte della passione e del carisma durante il gameplay, a maggior ragione tenendo conto dei problemi già citati dovuti alle molteplici fasi scriptate prive di fascino, anche se non per colpe propriamente del team, quanto per la sopraggiunta saturazione di questi elementi nell’intero mercato degli sparatutto. Anche sul piano audio è meglio tenersi distanti dai paragoni col titolo DICE, tuttavia il livello globale del comparto sonoro rimedia parzialmente alle carenze tecniche del gioco, anche a fronte di un buon doppiaggio italiano in cui, però, si sprecano le frasi di circostanza.

Conclusioni

Electronic Arts ci ha provato e bisogna darne merito, anche se non totalmente: Medal of Honor: Warfighter è uno sparatutto che si tiene ben distante dai celebri capitoli della saga e combatte con sé stesso proponendo delle scelte di gameplay non molto condivisibili, vuoi per la facilità con cui si giunge ai titoli di coda, vuoi con fasi di guida fin troppo invasive che stonano con la produzione. Restando, però, sugli aspetti che competono al genere, il lavoro del team Danger Close si attesta sulla sufficienza, in quanto deve fare i conti con la scarsa IA di tutti i personaggi su schermo e scontri a fuoco praticamente statici e ripetitivi, facilmente interpretabili dopo i primi blocchi e senza studiare più di tanto una mossa d’attacco a discapito di un’altra. L’utilizzo del Frostbite 2.0 avrebbe potuto salvare la situazione se non fosse che anche in questo caso si rimane molto delusi dal risultato finale, assolutamente fuori aspettativa per il livello del brand. Adagiandosi sulla sufficienza generale, Medal of Honor: Warfighter ha un lieve sussulto sul comparto multiplayer, curato e profondo, anche grazie all’esperienza del team maturata col precedente capitolo del gioco, chiudendo con una valutazione globale più che sufficiente ma non esaltante se vista su ciascuna sezione di riferimento.

CI PIACE

Medal of Honor: Warfighter va giocato perchè parte di una seria storica che ha chiamato a sè tantissimi fan del genere. Sfortunatamente, la saga non riesce ad imporsi nel mercato nextgen per via della spietata concorrenza e di costante mancanza di idee, ma chi è affezionato al titolo e cerca una buona esperienza multiplayer si ritroverà un gioco capace di regalare soddisfazioni e (poche) ore di divertimento anche in single player.

NON CI PIACE

Alla totale mancanza di idee sul piano narrativo, bisogna mettere in conto l’elevato numero di problemi che affligge il gioco dal punto di vista del gameplay: bug, scarsa IA, poche emozioni e povero level design sono gli aspetti che risaltano maggiormente, lasciando successivamente spazio a clichè e contesti già visti e già sentiti.

Conclusioni

Nonostante la fama ed il livello della produzione, l’ultimo capitolo di Medal of Honor delude sotto tutti i punti di vista, risultando un titolo adatto perlopiù a chi ama la saga ed il genere sparatutto senza particolari esigenze di cambiamento. Le aspettative di un titolo pronto a dar battaglia alle concorrenti vengono meno pad in mano, in cui anche il Frostbite 2 si rivide come un agnellino di fronte alle performance ottenute con Battlefield 3.

6.5Cyberludus.com
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