Grace in his Heart – Jeff Buckley.

“Sometimes a man gets carried away, when he feels like he should be having his fun And much too blind to see the damage he’s done Sometimes a man must awake to find that really, he has no-one…”

La grazia nel cuore. E nella voce, calda, lacerata e dolorosissima, di quelle che ti fanno sgorgare calde lacrime dagli occhi e ti mandano brividi lungo la schiena. Di quelle che non capisci da dove siano venute fuori, così dolci e lacerate in alcuni momenti, ed incazzate e aspre in certi altri. Un volto d’angelo triste che è anandato via troppo presto. Giusto il tempo di lasciare un’eredità piccola ma preziosissima: è il suo unico capolavoro completato in vita, Grace (1993) , album d’esordio e di epilogo. Il resto della sua discografia sono per lo più operazioni commerciali di una indaffaratissima madre alle prese con la memoria (lucrativa, oserei dire) del figlio defunto. Grace è un vaso di Pandora: ti stordisce al primo ascolto, dal secondo in poi fa male. Si parte con l’incipit sussurrato di Mojo Pin , che poi esplode in un riff di chitarre in cui il “blind and tortured” Jeff dichiara il suo amore ad una “black Beauty” dai riccioli di carbone. Segue il brano migliore dell’album – forse, perchè son tutti e dieci delle perle – che dà il titolo al disco, Grace appunto. Stessa formula: partenza tranquilla e quasi senza fiato, e crescendo infiammato: Buckley “wait(s) in the fire” con la voce che esplode e sembra voler strappare via i polmoni dal petto e le vene dal cuore. Last Goodbye rientra tra i pezzi più “orecchiabili” e tranquilli, ma sempre carichi di impatto. Lilac Wine , soffice jazz ballad, è un omaggio personale a Nina Simone , e qui capisci che davvero non si può chiedere di più ad un artista che coniuga sonorità tipicamente rock, chitarre graffiate e morbidezza jazz quasi femminea. La quinta traccia, So Real , in bilico tra sogno e realtà, dà forma a paure, memorie passate ed inquietudini, e tutto sembra così reale nel video, in cui Jeff personifica le sue angoscie in inquieti ed inquietanti scimmioni. Di Hallelujah c’è poco da dire: un soffio, Cohen , la sua eleganza delicatezza sono il vero colpo di grazia, personalizzato in stile Buckley con l’aggiunta di due strofe, dal tono vagamente fatalistico. Con Lover, You should’ve come over , altra dichiarazione d’amore, Jeff trova il tempo di sfornare una sfilza di immagini poetiche e paradossali, e di storpiare Richard III di Shakespeare e la celeberrima frase ” My Kingdom for a Horse ” (il mio regno per un cavallo, qui barattato per un più attuale ed erotico bacio sulla spalla dell’amata). Corpus Christi Carol è semplicemente diversa: dopo tanto rock e gola spezzata, si passa ad una traccia “lirica”, la voce, senza la minima esitazione, si tuffa in una serie di gorgheggi da fare invidia ad una cantante d’opera. Eternal Life e Dream Brother chiudono l’album: con la prima si torna al caro, vecchio, semplice rock; l’ultima è invece visionaria e sofferta. Insomma, un disco che offre davvero di tutto, che non può lasciare indifferenti, per il concentrato di emozioni che regala, pe la passione del canto, per la durezza delle chitarre in alcuni passi. E perchè racchiude tutta la forza di una vìta breve ed intensa, che nel maggio del 1997 è annegata nel Mississippi. Grace è un album indimenticabile, una pietra miliare vigorosa e fondamentale per coloro che amano il sound sporco ma fascinoso del rock, ma anche per coloro che semplicemente apprezzano la buona musica fatta con pochi mezzi e zero effetti speciali. In fondo per un valido pezzo bastano gli accordi giusti e la voce adatta. Una voce straziata, profonda e angelica, raffinata a tratti e bastarda in altri passaggi, questo era Jeff Buckley: e nel suo Grace c’è questo ed altro, basta ascoltarlo e vi inonderà di una strana sensazione. Un pò come assistere ad un miracolo. O forse come ricevere una grazia inaspettata.

Articolo curato da Valentina “Blue_Valentine” Confido

 


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