Quando gli dei antichi chiamano, bisogna rispondere

Call of the Elder Gods

Scheda Gioco

Call of the Elder Gods

Piattaforma

PC
Genere
Puzzle, Strategia, Adventure, Indie
Sviluppatore
Out of the Blue Games
Publisher
Kwalee
Uscita

12 Maggio 2026

Il Nostro Voto

88/100
BUONO

☰ Sommario

Alcuni sequel si limitano a ricalcare le orme del predecessore con piccoli aggiustamenti cosmetici, sequel che talvolta tradiscono lo spirito dell’originale inseguendo mode del momento. Per fortuna Call of the Elder Gods non fa nulla di tutto questo. Questo titolo, sviluppato da Out of the Blue Games e pubblicato da Kwalee nel maggio 2026, si colloca con sorprendente sicurezza nella categoria più rara e preziosa, quella dei seguiti che non solo rispettano ciò che era venuto prima, ma lo trascendono con una maturità narrativa e una padronanza del design che fanno quasi dimenticare il punto di partenza. Per chi non conoscesse il capitolo d’esordio, Call of the Sea — uscito nel 2020 — era una deliziosa avventura puzzle in prima persona ambientata negli anni Trenta, intisa di suggestioni lovecraftiane e capace di conquistare una nicchia appassionata di giocatori.

Sei anni dopo, Out of the Blue non si è limitata a riportare i fan sulla breccia del mito di Cthulhu, ha costruito qualcosa di più solido, più denso, più consapevole dei propri mezzi. Call of the Elder Gods è ambientato circa trent’anni dopo gli eventi del primo capitolo, in un’atmosfera da pulp degli anni Cinquanta che mescola archeologia, fisica quantistica, occultismo nazista e incubi di esseri alieni. La protagonista del primo gioco, Norah Everhart, lascia il passo a due nuovi personaggi giocabili: Harrison Everhart, già marito di Norah e ora decano di archeologia alla Miskatonic University, e Evangeline Drayton, giovane studentessa di fisica tormentata da sogni ricorrenti che la trascinano verso un artefatto misterioso. I due si ritrovano uniti non solo da un interesse accademico condiviso, ma da un legame personale più oscuro che il gioco svelerà con graduale intelligenza. Sin dai primissimi minuti, Call of the Elder Gods mostra di sapere esattamente cosa vuole essere: un’avventura globale, ricca di enigmi, con un’anima letteraria che non rinuncia mai al piacere puro del gioco. Non è un horror nel senso tradizionale, non aspettatevi nessun salto dalla sedia e nessun mostro dietro l’angolo, ma un’opera che preferisce il terrore cosmico di stampo lovecraftiano nella sua forma più autentica, quella dell’ignoto che avanza lentamente, dell’incomprensibile che si insinua nelle certezze razionali senza mai esplodere in modo volgare. È un approccio che richiede fiducia da parte del giocatore, e che Out of the Blue ripaga con generosità lungo tutto l’arco dell’esperienza.

Pulp e Cosmico in perfetto equilibrio

Parlare della storia di Call of the Elder Gods senza svelare troppo è una di quelle sfide piacevoli che ogni buona avventura narrativa impone al recensore. Quello che si può dire è che il gioco costruisce il proprio tessuto drammatico con una cura non comune nel genere, intrecciando le vicende personali dei protagonisti con una minaccia di portata universale in modo che le une non schiaccino mai l’altra. Harrison Everhart porta con sé il peso degli eventi del primo capitolo: la scomparsa di sua moglie, l’ombra di una spedizione maledetta, e visioni ricorrenti di una sostanza nera e vischiosa (l’ichor) che continua a tormentarlo. Evie, dal canto suo, non è soltanto una giovane studentessa con sogni particolari: è figlia di uno degli uomini che partecipò a quella stessa spedizione fatale, e la sua connessione con il mistero è dunque sangue oltre che destino. Questa rete di relazioni pregresse, gestita con sapienza narrativa, permette al gioco di avere una profondità emotiva vera, non solo di facciata.

Call of the Elder Gods
Tra pulp anni Cinquanta e suggestioni lovecraftiane, il viaggio non smette mai di sorprendere.

L’ambientazione si espande geograficamente con ritmo ben calibrato: si va dalla villa di Harrison ad Arkham, passando per un covo di cultisti ispirati al pantheon egizio, un bunker militare nazista nella Scandinavia gelata, fino a un’isola del Pacifico che richiama visivamente ma non esplicitamente la meta del viaggio di Norah nel primo gioco. Ogni location è trattata come un personaggio a sé, con una propria identità visiva e narrativa. C’è qualcosa di molto cinematografico in questo modo di procedere, che evoca i classici del pulp americano anni Quaranta-Cinquanta, quegli Indiana Jones letterari ante litteram, senza mai perdere di vista l’origine lovecraftiana dell’universo in cui si muove. L’orrore cosmico qui non si manifesta in creature giganti o scenari apocalittici, ma nella sensazione costante che esistano forze incomprensibili ai margini della realtà umana, nella lingua aliena dei Grandi Antichi udita come sottofondo di ogni sogno, nella figura congelata di un essere della Grande Razza di Yith che i protagonisti incontrano come si incontra un reperto di museo, con reverenza mista a sgomento. È questo il tipo di horror che Lovecraft aveva davvero in mente, e Call of the Elder Gods lo capisce meglio di molte produzioni che portano il suo nome. La narrazione è supportata da cutscene in stile illustrazione a mano, una scelta artistica che potrebbe sembrare anacronistica ma che risulta invece sorprendentemente efficace. Tra l’altro le tavole disegnate poste a intervallare il realismo digitale degli ambienti 3D creano uno stacco stilistico che funziona come una cesura poetica, un modo per dire “ciò che stai vedendo ora supera il linguaggio ordinario dell’immagine in movimento.”

L’Arte dell’enigma come forma di conoscenza

C’è una domanda che ogni amante delle avventure puzzle si trova prima o poi a porsi: che cosa distingue un buon enigma da uno cattivo? Non è solo una questione di difficoltà — il puzzle troppo semplice annoia, quello troppo ostico porta frustrazione — ma di qualcosa di più sottile, la sensazione che la soluzione è là, accessibile, che è solo necessario guardare dal giusto punto di vista. È quella soddisfazione quasi fisica dello scatto mentale, quella piccola epifania che fa sì che i migliori puzzle game siano, in fondo, strumenti di una certa forma di meraviglia cognitiva. Call of the Elder Gods sembra conoscere questo principio e lo applica con una coerenza notevole. La varietà degli enigmi è il suo punto di forza più immediato: si passa dalla traduzione di lingue antiche a puzzle meccanici che reinterpretano il classico schema della Torre di Hanoi, dall’uso di un’Enigma Machine originale d’epoca a sequenze in cui bisogna identificare i membri di una setta occultista raccogliendo indizi ambientali e frammenti di conversazioni scritte a mano, quest’ultimo uno dei momenti più divertenti e sorprendenti dell’intera esperienza.

Call of the Elder Gods
Geometrie impossibili e simboli alieni evocano il senso di meraviglia e inquietudine tipico di Lovecraft.

Particolarmente riusciti sono i puzzle che richiedono la collaborazione tra Harrison ed Evie che si trovano separati in spazi distinti, il giocatore deve passare dall’uno all’altro per combinare prospettive complementari e risolvere il problema. È una meccanica che aggiunge uno strato di complessità senza appesantire e che rafforza il senso di partnership tra i protagonisti anche a livello ludico. Una menzione speciale merita il capitolo ambientato nel bunker nazista, con la ricostruzione del funzionamento dell’Enigma Machine: non si tratta di un semplice minigame, ma di una sequenza progettata con autentica cura storica, che obbliga a comprendere il meccanismo di cifratura per poter procedere, e che si rivive poi in un flashback ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale con lo stesso identico dispositivo. C’è qualcosa di molto elegante in questo ritorno, una struttura circolare che fa eco al tema del destino e della ripetizione che attraversa tutta la narrativa. Il ritmo complessivo è più sostenuto rispetto al predecessore, le aree esplorative sono più compatte, c’è meno camminata fine a sé stessa, e ogni spazio è progettato per contenere esattamente la quantità di enigmi e informazioni necessarie senza diluizioni superflue. Rimane presente un sistema di suggerimenti accessibile dal menu principale, che scala da piccoli indizi fino a vere e proprie spiegazioni complete, una scelta saggia che non punisce i giocatori meno esperti e lascia ai puristi la libertà di ignorarlo del tutto.

Tecnicamente solido, artisticamente clamoroso

Il salto tecnologico da Unreal Engine 4 a Unreal Engine 5 si avverte in modo tangibile sin dalle prime sequenze di gioco. Call of the Elder Gods è un titolo bello da guardare anche se non in modo esibizionistico, non con quella vanità grafica di certi tripla A che sembrano più benchmark tech demo che giochi, ma con una bellezza curata, intenzionale, che si mette al servizio dell’atmosfera piuttosto che auto-celebrarsi. La direzione artistica è probabilmente il singolo contributo più importante all’esperienza complessiva. Ogni capitolo introduce ambientazioni che non assomigliano a nessuna delle precedenti, dal bosco tropicale popolato di funghi bioluminescenti alla villa vittoriana flagellata da un temporale, dalle sale ghiacciate di un deposito militare scandinavo alle rovine subacquee di una civiltà perduta. Quest’ultimo ambiente, una grotta sommersa decorata da murali alieni che Evie raggiunge nuotando sul fondo di un lago, è probabilmente il momento visivamente più memorabile dell’intero gioco, un tripudio di geometrie impossibili e polipi luminescenti che trasmette davvero il senso dell’alterità radicale che Lovecraft cercava di evocare con le parole. Le animazioni dei personaggi sono fluide e naturali, con piccoli dettagli come le mani che stringono i pioli di una scala durante l’arrampicata che contribuiscono a quella sensazione di presenza corporea fondamentale in un gioco in prima persona.

Call of the Elder Gods
Il silenzio e l’ignoto sono gli strumenti più potenti dell’orrore di Call of the Elder Gods.

Notevole anche la scelta di mantenere una palette cromatica che varia in modo radicale tra una location e l’altra senza mai risultare incoerente con il tono narrativo. Sul fronte audio, il comparto si dimostra all’altezza delle aspettative visive. Il lavoro di doppiaggio (in inglese, l’italiano è disponibile solo per quanto concerne i sottotitoli) è di livello elevato, i due protagonisti trasmettono convincentemente la propria traiettoria emotiva lungo le ore di gioco, e persino il villain — un occultista nazista con ben poco tempo sullo schermo — lascia un’impressione positiva grazie a una performance vocale che sa passare dall’autorità gelida alla follia urlante con una transizione quasi inquietante. La colonna sonora è discreta, forse anche troppo, non ci sono temi memorabili che accompagnano il giocatore fuori dallo schermo ma è in grado di “essere nel posto giusto al momento giusto”, reggendo la tensione nei passaggi chiave senza mai invadere lo spazio riflessivo che gli enigmi richiedono. E in certi ambienti è il silenzio stesso la scelta sonora più potente, l’assenza di qualsiasi rumore ambientale nei luoghi abbandonati costruisce un’atmosfera di isolamento che nessuna musica avrebbe saputo eguagliare.

Concludendo…

C’è qualcosa di profondamente anacronistico, nel senso migliore del termine, nelle avventure con enigmi. In un mercato dominato da open world infiniti, da loop di gameplay progettati per generare dipendenza, da sistemi di progressione sempre più opachi, un gioco che ti mette davanti a una porta chiusa e ti dice semplicemente “capiscila” possiede una dignità quasi sacra. Non c’è monetizzazione aggressiva e non c’è quel rumore di fondo di ricompense casuali che il cervello ha purtroppo imparato a inseguire. C’è solo un problema, le informazioni per risolverlo, e te. Questo tipo di rapporto tra gioco e giocatore implica fiducia reciproca, il designer deve credere che il giocatore sia capace di ragionare, e il giocatore deve credere che la soluzione esista e sia equa. Quando questa fiducia funziona, come accade per la stragrande maggioranza del tempo in Call of the Elder Gods, produce un tipo di soddisfazione difficilmente replicabile da qualsiasi altro genere ludico. Call of the Elder Gods è, in definitiva, non solo un ottimo sequel ma un titolo che riesce a essere, contemporaneamente, accessibile ai neofiti del genere e gratificante per i veterani. La durata, tra le cinque e le dieci ore a seconda dell’esperienza con i puzzle, potrebbe sembrare limitata agli occhi di chi è abituato a produzioni più voluminose, ma a parere di chi vi scrive sarebbe un errore di prospettiva: ogni ora qui è piena e priva di riempitivi.

Il finale — o meglio, i due finali parzialmente differenti legati a una scelta dell’ultimo momento — lascia con una sensazione di piacevole malinconia, quella che si prova quando una buona storia finisce e ci si rende conto di avere vissuto qualcosa di genuinamente riuscito. Out of the Blue Games ha dimostrato di essere una delle voci più interessanti nel panorama delle avventure contemporanee: speriamo che questa “seconda chiamata” degli dèi antichi non sia l’ultima.

Il Nostro Verdetto

Call of the Elder Gods

BUONO
Voto: 88 su 100 — BUONO
+
Pro
  • Enigmi vari, ben calibrati e quasi sempre memorabili
  • Direzione artistica straordinaria
  • Narrazione solida e doppiaggio sopra la media
Contro
  • Per qualcuno la longevità potrebbe essere bassa
  • Non c’è il doppiaggio in italiano (ma sono disponibili i sottotitoli)
  • Il doppio finale è narrativamente poco differenziato
Conclusioni

Call of the Elder Gods è un sequel che migliora il predecessore sotto ogni aspetto rilevante: puzzle più inventivi, ambienti più belli, storia più matura e ritmo più risoluto. Out of the Blue Games confeziona un’avventura lovecraftiana in prima persona che sa essere accessibile senza rinunciare alla profondità, e che dimostra come il genere delle avventure con enigmi, quando praticato con intelligenza e rispetto, rimanga una delle forme più pure e soddisfacenti di videogioco. Consigliato con convinzione.

Piattaforma
PC
Data Recensione
27 giugno 2026
Articolo precedenteDragon’s Dogma 2: Dark Arisen, torna il director della versione originale
Prossimo articoloThe Relic: First Guardian si mostra in un trailer di 12 minuti dedicato a esplorazione, mondo semi-open world, enigmi e progressione.
Paolo Lo Cascio
Studente di "Archeologia e Culture Antiche" all'università di Salerno, passa il suo tempo interessandosi di tante, troppe cose. Nulla però è in confronto della sua passione per i videogiochi, quasi insana. Predilige il gioco su PC, il retrogaming, gli RPG e gli strategici, ma non disdegna tutto il resto, ad esclusione dei simulatori di guida che evita neanche fossero debiti.

E tu che ne pensi? Facci conoscere la tua opinione!