Sharkoon Steel Shark recensione: il case gaming che sorprende davvero
Provate solo a immaginare di essere al centro di un ciclone. Ciclicamente la vita presenta un conto che vuole essere saldato: tutto sembra volervi remare contro. Un pensiero ossessivo, un periodo particolarmente frustrante, l’intolleranza verso la gente (il mantra “odio tutti” l’ho inventato io): tutto indistintamente sembra volervi dire “non ce la farai”. Cosa si fa in questi momenti? “Canta che ti passa”, si dice, ma ho deciso di fare di meglio. Ho deciso, al culmine del mio stress, di montare il mio nuovo case, con il rischio concreto di fare danni ma, tutto sommato, a parte qualche sbavatura, è andata meglio del previsto. Piccola parentesi: è la prima volta che mi approccio a questa tipologia di prodotti. Inseguo da tempo la possibilità di poterli testare, ma solo oggi sono riuscita a coronare questo piccolo sogno.
Sharkoon è un’azienda teutonica che dal 2003 sviluppa e produce prodotti legati alla sfera del gaming e lo fa puntando su due elementi cardine: prezzo e qualità. In oltre 23 anni ha maturato competenze, affidabilità e una certa dose di autorevolezza e, grazie a questo, si è fatta un certo nome tra le fila di appassionati nerd di cui io, fieramente, faccio parte.
Steel Shark è il nome di questo prodotto: sembra il titolo uscito da un action movie anni ’80 e la cosa è particolarmente galvanizzante.

Linee pulite, materiali seri
Lo Steel Shark, dal vivo, fa la sua porca figura. Frontale e pannello laterale sono entrambi in vetro temperato, niente plastica fumé, niente acrilico, niente compromessi. Vetro vero, di quello pesante, che ti fa sudare freddo nell’esatto momento in cui lo sollevi dalla scatola pensando “se mi cade adesso, sono dolori” e, tra parentesi, in un impeto di delirio, sul finire dell’assemblaggio mi è realmente caduto ma, fortunatamente, non si è scalfito minimamente, segno questo che il prodotto è di qualità o, altrimenti, ho avuto un c..o pazzesco.
Le linee sono pulite, geometriche, senza fregi né velleità artistiche. Sharkoon ha lavorato di sottrazione, su questo fronte la scuola tedesca continua a dettar legge, e ha fatto bene: lo Steel Shark non urla, ma sussurra dolcemente, colpisce nel segno. Parliamo di dimensioni: 46 x 28,5 x 45,2 cm, mid-tower nel senso vero del termine, di quelli che metti orgogliosamente sulla scrivania.
Doppia camera, finalmente standard
Una delle cose che ho apprezzato di più di questo progetto è la struttura a doppia camera. In parole povere: il vano della scheda madre è separato da quello che ospita alimentatore, cavi e drive. Davanti abbiamo il salotto buono o, come nel mio caso, quanto di meglio sono riuscita a fare… dietro, invece, il ripostiglio: un groviglio di cavi che mi ha riportato alla memoria quel capolavoro di Tetsuo: The Iron Man, e di cui, a dire il vero, non mi sono preoccupata più di tanto.
La prima cosa che è emersa è la comodità: tanto spazio a disposizione per muoversi con la massima libertà, diversi fori da cui indirizzare i vari cavi e, se si è nel giusto mood in termini di pazienza e di ablità, la possibilità di fare un cable management ad opera d’arte, soprattutto se si dispone di un dissipatore a liquido o AIO.
Il risultato, quando guardi il sistema attraverso il vetro, è una pulizia visiva che fino a qualche anno fa apparteneva solo a case premium. Per una neofita come me, in particolare, è stata una benedizione: ho avuto spazio per sbagliare, rifare, ripensare. E vi assicuro che mi è servito.
Il montaggio.
Veniamo al dunque. Per essere stata la mia prima volta credo di essermela cavata egregiamente. Giusto qualche sbavatura, ma di poco conto: una vite avvitata con eccessivo entusiasmo, una linguetta in plastica trattata con troppa fretta e un’imprecazione rigorosamente in dialetto calabrese sussurrata a denti stretti nel momento esatto in cui mi sono accorta di aver fatto alcuni passaggi nell’ordine sbagliato.
Detto questo, lavorare su questo case è stata un’esperienza semplicemente appagante.
Le viti incluse nella confezione sono sufficienti per completare l’assemblaggio senza dover correre in ferramenta nel cuore della notte, e i filtri antipolvere presenti sia sopra che sotto sono un ulteriore dettaglio che non si può non apprezzare.
Le quattro ventole ARGB PWM da 120 mm sono già installate di fabbrica: tre sul laterale, una sul retro. In parole povere: monti, attacchi, accendi. Nessuna scatoletta extra da comprare a parte, nessun controller venduto separatamente come se fosse oro colato. C’è già tutto nella confezione, hub PWM a cinque porte compreso.
E ora il banco di prova
Detto questo, era tempo di accendere la creatura e vedere cosa il case sapesse fare davvero. Temperatura della stanza fissa a 22°C, sistema basato su Ryzen 7 7800X3D, scheda madre Gigabyte B650 EAGLE AX, dissipatore Noctua NH-D15 Chromax Black, una AMD Radeon RX 9070 XT e 32 GB di DDR5.
In idle, dopo qualche minuto di utilizzo normale, i core della CPU si sono assestati tra i 26 e i 29°C, con un package intorno ai 42°C: numeri da macchina che respira piano. Il SoC stazionava sui 37°C, le VRM sui 36°C, il chipset PCH sui 39°C, la RAM sui 30°C. La GPU, dal canto suo, si manteneva attorno ai 40°C con la memory junction sui 64°C, valori del tutto coerenti con un sistema messo a riposo.
Poi è arrivato il momento di pestare sull’acceleratore. Ho fatto girare OCCT in modalità Extreme, con istruzioni AVX2 e dataset Large, per oltre undici minuti consecutivi: stress test abbastanza serio, CPU inchiodata al 100% di utilizzo, di quelli che dovrebbero mettere in ginocchio i sistemi mal ventilati. Il Ryzen 7 7800X3D ha raggiunto un picco di 62,4°C sul CCD, con un assorbimento massimo di 68,7 W e frequenze stabili sui 4,4 GHz su tutti i core. La ventola del dissipatore CPU è salita fino a 2.089 RPM al picco, restando in media intorno ai 1.457 RPM per gran parte del test.
E qui c’è da spendere due parole, perché questi numeri dicono qualcosa di molto importante: 62°C su un 7800X3D sotto AVX2 estremo significa che l’aria dentro lo Steel Shark non ristagna, entra ed esce come deve. Il NH-D15 fa il suo, certo, ma per ottenere questi valori serve un case che collabori, e questo collabora eccome. A livello acustico, durante il picco di stress, la rumorosità è cresciuta in modo percepibile ma mai fastidioso: un rumore di fondo gentile ma che non ti distrae mentre lavori, scrivi o smadonni per altri motivi che con il PC non hanno nulla a che vedere.
In sostanza: lo Steel Shark non ha mai fatto fatica. La doppia camera funziona, l’aria circola dove deve circolare, e le temperature restano lì dove ci si aspetta che restino.
RGB, ovvero la cura dell’anima
Ammettiamolo senza pudori: l’RGB è diventato l’ossessione dei nerd, ed è giusto così. Il controller integrato gestisce ventidue modalità manuali, e la compatibilità copre i quattro big del settore: ASUS Aura Sync, MSI Mystic Light Sync, Gigabyte RGB Fusion e ASRock Polychrome Sync.
Il pin-out è il classico 5V-D-coded-G: tradotto per chi non mastica acronimi, ogni LED viene comandato singolarmente, i colori scorrono come piace a noi malati di pulsazioni cromatiche, e l’effetto finale è quello di un sistema che respira.
Nel mio piccolo, dopo una giornata storta come poche, vedere il case accendersi per la prima volta è stata una specie di terapia.

Spazio per i mostri
Sharkoon ha tarato le misure pensando al futuro. Dentro lo Steel Shark stanno comode:
- schede grafiche fino a 42,4 cm, praticamente qualunque mattonella attualmente in commercio, ultime mostruosità a tre slot incluse;
- dissipatori CPU fino a 16,8 cm: ci ho montato il mio Noctua NH-D15 Chromax Black, non certo un dissipatore passivo, torri imponenti qui siete le benvenute;
- alimentatori fino a 24,4 cm, c’è margine per le unità modulari di fascia alta;
- supporto per schede madri BTF, quelle con i connettori sul retro che fanno sparire visivamente i cavi.
Sul fronte raffreddamento, il case può ospitare fino a undici ventole complessive e due radiatori contemporaneamente. Per chi vuole spingere sul liquido c’è terreno per giocare seriamente: il pannello superiore accetta tre ventole da 120 mm o due da 140 mm con radiatore opzionale, il pannello inferiore tre da 120 mm, e ci sono sette slot di espansione standard.
Per lo storage, due alloggi da 3,5″ e due da 2,5″, con verniciatura interna nera già di serie. Niente acciaio nudo a brillare nella penombra del vetro temperato.
Nota importante, e Sharkoon lo dichiara apertamente nelle specifiche: se la GPU supera i 27 cm, il radiatore sul pannello laterale diventa incompatibile. O radiatore laterale, o GPU mostruosa, non entrambi, non siate ingordi! Personalmente preferisco saperlo prima di mettere mano al portafogli, piuttosto che scoprirlo a sistema mezzo montato.
Connettività al passo
Il front comprende una porta USB 3.2 Gen 2 Type-C, due USB 3.0 e jack audio TRRS. Niente USB 2.0 vestigiale, niente reliquie del decennio scorso a sporcare il pannello. Una scelta moderna e coerente con il resto del progetto.
Concludendo…
Lo Steel Shark non rivoluziona il mondo dei case da gaming, e sinceramente è proprio questo il punto. Mette insieme tutte le voci della checklist del case moderno, doppia camera, vetro temperato di qualità, quattro ventole ARGB già a bordo con controller e hub PWM inclusi, supporto BTF, raffreddamento generoso, dimensioni umane, e lo fa con quella vocazione Sharkoon che da ventitré anni si traduce in un rapporto qualità/prezzo difficile da battere.
E parliamone, di questo prezzo: lo Steel Shark si porta a casa intorno ai 99 euro, con qualche variazione tra uno store e l’altro. Per un mid-tower con doppia camera, vetro temperato su due lati, quattro ventole ARGB già installate con hub PWM, supporto BTF e questa qualità costruttiva, è una cifra che fa quasi sorridere.
Per la mia prima esperienza con un prodotto del genere non avrei potuto chiedere di più. Mi ha perdonato gli errori, mi ha lasciato spazio per imparare, e adesso, mentre scrivo, mi guarda da sopra la scrivania pulsando lentamente di colori caldi.
Il ciclone interiore di cui parlavo all’inizio non è scomparso, certe cose non scompaiono mai del tutto, ma per qualche ora, mentre stringevo viti, mi districavo in una giungla di cavi… mi sono dimenticata di lui.
Forse non era questa la cura prevista dai manuali di benessere. Funziona uguale, forse meglio.
E il nome? Il nome resta meraviglioso. Steel Shark. Starebbe benissimo come fatality in un qualsiasi Mortal Kombat e a me va benissimo così.
Sharkoon Steel Shark
OTTIMO- Ottima qualità costruttiva
- Doppia camera comodissima
- Quattro ventole ARGB incluse
- Ottimo rapporto qualità/prezzo
- Design pulito ed elegante
- Una scheda grafica di lunghezza superiore a 27 cm può impedire l‘installazione del radiatore sul pannello laterale
Lo Steel Shark convince perché fa tutto bene senza inutili eccessi: spazioso, solido, facile da assemblare e perfetto anche per chi è alle prime armi.


