Tre giochi. Due draghetti o due bambini paffutelli, come preferite. Una quantità imbarazzante di bolle, arcobaleni, ombrelli e traumi infantili legati a livelli impossibili da completare senza perdere almeno una parte della propria sanità mentale.

Bubble Bobble, Rainbow Islands e Parasol Stars non sono semplicemente tre platform targati Taito. Sono un piccolo pezzo di storia videoludica, una trilogia coloratissima che dietro l’apparenza pucciosa nascondeva una cattiveria ludica degna di un esattore delle tasse medievale.

Eppure li abbiamo amati. Follemente.

Perché quei draghetti tondeggianti, quelle musichette apparentemente innocenti e quei livelli pieni di bonus assurdi riuscivano a creare qualcosa di magico: giochi immediati, folli, velocissimi e capaci di divorarti interi pomeriggi senza che tu te ne rendessi conto.

Tutto inizia nel 1986, quando Taito decide di regalare al mondo uno dei cabinati più iconici della storia.

Bubble Bobble: draghetti, bolle e disperazione colorata

Bubble Bobble

La premessa narrativa di Bubble Bobble è già meravigliosamente delirante.

Due ragazzi vengono trasformati in draghetti spara-bolle dal malvagio Baron Von Blubba e intrappolati in un gigantesco labirinto composto da 100 livelli. Perché? Non è chiarissimo. Personalmente continuo a sostenere che abbiano rubato marmellata d’albicocca dal frigorifero di qualche divinità particolarmente suscettibile.

Da quel momento Bub e Bob iniziano una delle avventure più folli mai viste in un arcade anni ’80.

Il gameplay è semplice solo in apparenza: intrappoli i nemici nelle bolle, li fai esplodere e raccogli bonus come un tossicodipendente della dopamina digitale. Scarpe che aumentano la velocità, bolle di fuoco, fulmini, salti di livello, oggetti segreti, frutta, caramelle e ogni genere di allucinazione cromatica possibile.

Ed è proprio qui che Bubble Bobble diventava geniale.

Sotto quell’estetica infantile si nascondeva un titolo profondissimo, pieno di segreti, percorsi alternativi e meccaniche che ancora oggi riescono a tenere incollati allo schermo.

E poi c’era lui. Baron Von Blubba. Quel coso invincibile che appariva quando perdevi troppo tempo e trasformava ogni partita in una corsa disperata degna di un attacco d’ansia su scala industriale.

Il boss finale invece era il gigantesco Super Drunk, una creatura che sembra uscita da un incubo febbrile dopo una cena pesante alle 2 di notte.

Una volta completata l’avventura, i due draghetti tornavano umani. Anche se, viste certe proporzioni, forse la forma rettiliana era più elegante.

Rainbow Islands: quando i draghetti scoprono gli arcobaleni

rainbow islands

Nel 1987 Taito decide che sparare bolle non basta più.

Nasce così Rainbow Islands, seguito spirituale di Bubble Bobble che prende tutto ciò che funzionava nel predecessore e lo trasforma in qualcosa di ancora più strano.

Bub e Bob sono di nuovo umani, sempre tondeggianti come due panini imbottiti di felicità e carboidrati, e questa volta devono salvare altre vittime trasformate in draghi.

Solo che al posto delle bolle adesso sparano arcobaleni.

Sì, avete letto bene.

E la cosa assurda è che funziona tutto maledettamente bene.

Gli arcobaleni diventano armi, piattaforme, strumenti offensivi e difensivi. Il gameplay acquisisce una verticalità incredibile e il ritmo si fa ancora più frenetico.

Le isole che compongono il gioco sono una celebrazione della fantasia arcade anni ’80: insetti giganti, giocattoli assassini, vampiri, robottoni, draghi e riferimenti continui ad altri giochi Taito.

C’è persino una Doh Island che omaggia apertamente Arkanoid. Una roba che oggi verrebbe definita “fan service”, ma fatta con classe e senza bisogno di spiegarti ogni singola citazione come fanno certi blockbuster moderni convinti che lo spettatore abbia la memoria di un pesce rosso.

E poi ci sono i finali multipli.

Quattro finali differenti, alcuni decisamente crudeli. Una scelta che all’epoca sembrava fantascienza pura e che contribuiva a rendere Rainbow Islands ancora più magnetico.

Parasol Stars: quando l’arma definitiva diventa un ombrello

parasol stars arcade

E arriviamo al 1991. Dopo bolle e arcobaleni, Taito compie il passo definitivo verso il delirio assoluto.

Nasce Parasol Stars.

I nostri eroi vengono catapultati in una nuova missione interplanetaria e decidono di affrontarla armati di… ombrelli.

Perché evidentemente qualcuno negli uffici Taito aveva deciso che la normalità era sopravvalutata.

E ancora una volta, incredibilmente, tutto funziona.

L’ombrello diventa un’arma versatile: serve per attaccare, difendersi, rallentare le cadute, assorbire elementi e scatenare devastanti attacchi speciali.

Acqua, fuoco, fulmini e stelle trasformano ogni livello in un caos colorato e spettacolare.

Il gioco mantiene lo spirito folle dei predecessori ma aggiunge ancora più varietà e meccaniche segrete, con mondi nascosti, stanze bonus e power-up permanenti.

E come da tradizione della serie, anche qui completare tutto al 100% richiedeva riflessi, memoria e una pazienza spirituale degna di un monaco tibetano.

Una trilogia immortale

Bubble Bobble, Rainbow Islands e Parasol Stars rappresentano uno di quei momenti irripetibili della storia videoludica in cui creatività, gameplay e follia riuscivano a convivere perfettamente.

Sono giochi che ancora oggi trasmettono qualcosa di unico: immediatezza, fantasia, ironia e quel senso di meraviglia arcade che il mercato moderno troppo spesso sacrifica sull’altare dei battle pass, delle roadmap stagionali e delle skin a 29,99 euro.

Bubble Bobble, in particolare, resta un monumento assoluto. Uno di quei videogiochi che non hanno semplicemente segnato un’epoca: l’hanno definita.

E sì, magari oggi abbiamo ray tracing, texture in 8K e miliardi di poligoni.

Ma ditemi sinceramente una cosa.

Quanti giochi moderni riescono ancora a farvi sorridere come due draghetti che sparano bolle alla frutta mentre una musichetta infernale vi resta piantata nel cervello per i successivi vent’anni?