Ad uno di distanza dal lavoro, non proprio entusiasmante, svolto con Man of Medan, i ragazzi di Supermassive Games, da sempre appassionati alle avventure horror interattive (consigliamo i lettori di recuperare, al più presto, l’ottima esclusiva PS4 Until Dawn), tornano su PC e console con il secondo episodio dell’antologia The Dark Pictures Anthology (che dovrebbe vantare fino a otto titoli), Little Hope.

Pur senza rivoluzionare la formula base a cui il team ci ha abituati con i precedenti titoli, Little Hope rappresenta un sensibile step in avanti per questa antologia, mantenendo però alcuni storici difetti che, onestamente, non ci saremmo aspettati più di trovare all’alba della nuova generazione di console.

Grazie ad un codice review fornitoci – in versione PC – dal publisher italiano, Bandai Namco, abbiamo portato a termine l’avventura in cooperativa, sfruttando la modalità “serata al cinema” (già presente nel precedente capitolo) e, quest’oggi, siamo finalmente pronti a fornirvi un nostro responso finale su Little Hope: buona lettura!

La caccia alle streghe

Fin dalle prime battute, è evidente il rimando dei Supermassive Games ad una tra le più celebri (oltre che storiche) saghe videoludiche di genere horror: Silent Hill.

Il gioco parte da un flashback piuttosto tragico a cui noi, purtroppo, possiamo assistere senza incidere particolarmente sulla catena di eventi. Siamo negli anni ‘70 ed una famiglia viene decimata in seguito alle azioni di una bambina, apparentemente guidata da una “presenza maligna”. Tramite un fastforward, ci ritroviamo nel presente, dove saremo tenuti a guidare i veri protagonisti della vicenda: una scolaresca di ritorno a casa che, esteticamente, sembra la copia sputata della famiglia del prologo.
In seguito ad un incidente stradale, il gruppo di improbabili protagonisti si ritroverà a vagare per le nebbiose strade di Little Hope, alla ricerca dell’autista del pullman misteriosamente scomparso dal luogo dello schianto.
Da questo punto in poi, ci alterneremo alla guida dei personaggi attraverso le spettrali location del gioco: Little Hope, infatti, sembra custodire diversi segreti che ci riporteranno addirittura durante il periodo della caccia alle streghe, togliendo il velo dai diversi misteri e apparizioni che infestano l’inquietante cittadina.

L’avventura, scorre via in maniera abbastanza piacevole e risulta, narrativamente parlando, superiore al precedente Man of Medan. L’ambientazione funziona e trasmette una certa carica di inquietudine, stessa cosa invece non si può dire della scrittura: i dialoghi sono abbastanza banali e la caratterizzazione dei personaggi principali lascia un po’ a desiderare, stereotipati – come da tradizione Supermassive Games – e poco approfonditi lato background.

L’avventura scivola via abbastanza in fretta – ci sono bastate infatti circa cinque ore per portare a termine l’avventura che, comunque, resta abbastanza rigiocabile in termini di scelte per giungere ad un finale diverso.

QTE, jump-scares e dialoghi da teen drama: benvenuti nella Dark Pictures Anthology

Lato gameplay, Little Hope, non offre particolari novità rispetto alla formula di gioco vista in Man of Medan. Il titolo Supermassive Games si può tranquillamente identificare come un’avventura horror dove, a farla da padrone, ci saranno le scelte del giocatore. Nel gioco, in soldoni, è impossibile morire ma possibile soltanto compiere decisioni errate che, in qualche modo, apriranno bivi narrativi differenti. Il gioco purtroppo non offre particolari interazioni: Little Hope si sviluppa su livelli dal design estremamente lineare dove, a sprazzi, potremo interagire con alcuni elementi dell’ambiente, come foto, documenti e/o particolari oggetti nello scenario. Anche i dialoghi, grosso neo della produzione, non offrono particolari possibilità: il giocatore, nei momenti clou della partita, potrà infatti scegliere tra sole due risposte disponibili, senza contare una “terza” dove potremo evitare di parlare/rispondere direttamente.

Nelle sequenze più movimentate, il gioco ricorre ad alcuni quick time event che avevamo già imparato a conoscere con Man of Medan. Che sia sparare un colpo di pistola, o provare a non far rumore in presenza di un nemico, il gioco ci metterà di fronte a qte molto simili uno all’altro e, ovviamente, ad ogni errore le possibilità di giungere a fine avventura con tutti personaggi in vita si abbassano sempre di più.

Gli atti di gioco verranno sempre intervallati dalla presenza del Curatore, l’enigmatico narratore di questa antologia. Spesso, il personaggio ci offrirà dei criptici consigli che, se afferrati, ci guideranno attraverso alcune scelte cruciali dell’avventura.

Le nebbie di Little Hope

Little Hope gira sull’ormai “collaudatissimo” Unreal Engine 4 che, almeno nella versione PC da noi testata, se la cava in maniera soddisfacente. Il gioco gira fluidamente anche su configurazioni non più all’avanguardia, riuscendo a proporre un’avventura dall’ottimo livello di dettagli. La modellazione poligonale dei personaggi, principali e non, è ottima, anche se si inizia ad avvertire una certa plasticità nelle animazioni, specialmente facciali, che meriterebbero una svecchiata.

Solo discreto il comparto sonoro che, seppur appoggiandosi ad un’ottima soundtrack, deve fare i conti con un doppiaggio in italiano piuttosto problematico, dove non sarà raro assistere ad una recitazione altalenante o frasi troncate di punto in bianco.

Concludendo…

Little Hope non è il miglioramento che ci saremmo aspettati. Certo, narrativamente parlando il titolo è un mezzo passo avanti rispetto a Man of Medan, ma la nuova avventura di Supermassive Games non riesce ad elevarsi a dovere, a causa di un cast di personaggi poco approfondito e a una scrittura tutt’altro che brillante. Giocato in cooperativa riesce comunque a divertire, grazie alle possibilità offerte dalla modalità “serata al cinema” dove, insieme ad uno o più amici, sarà possibile suddividersi l’utilizzo dei personaggi.

In attesa del terzo capitolo, House of Ashes, ci sentiamo di consigliare Little Hope ai soli fan sfegatati del genere, alla ricerca di un titolo da giocare insieme ad amici o parenti (ovviamente, a debita distanza).

CI PIACE
  • Atmosfera che riesce a trasmettere un discreto senso di inquietudine
  • Ottima soundtrack
  • Comparto tecnico che si attesta su buoni livelli
  • Giocato in compagnia diverte parecchio
NON CI PIACE
  • Scrittura tutt’altro che brillante
  • Uso smodato di jumpscare
  • Personaggi poco caratterizzati
  • Animazioni facciali da rivedere
Conclusioni

Little Hope non varia la formula di gioco già vista con Man of Medan, proponendo sì un’avventura migliore ma caratterizzata da grossolani difetti di scrittura e di gameplay. Il gioco si affida ad un’ambientazione che fa dell’inquietudine il proprio senso di forza, riuscendo a divertire il giocatore, specialmente nelle due modalità cooperative proposte.

7Cyberludus.com

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Nerd purosangue classe 1992, si avvicina al mondo dei videogiochi grazie al SEGA Master System di sua madre. Destreggiandosi tra Alex Kidd e Sonic the Hedgehog, comincia a farsi una importante cultura videoludica a base di platform e beat ‘em up. Fedele seguace della “master race”, consuma giochi di ruolo dalla mattina alla sera, anche se la sua saga preferita rimane Grand Theft Auto degli inarrivabili Rockstar Games, che fin dal primo capitolo lo ha aiutato a diventare la brutta persona che imparerete a conoscere.

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