Finalmente ecco giungere anche sui lidi Sony uno dei giochi più sconvolgenti della scorsa generazione: Cuphead.
Sì, avete letto bene. L’ho definito volutamente sconvolgente poiché il titolo dei MDHR Studio è probabilmente uno dei più “freschi” degli ultimi anni, da solo capace di dare nuovo vigore meccaniche classiche, ponendo l’accento soprattutto su una direzione artistica da urlo, probabilmente tra le migliori che questa generazione di videogiochi sia stata capace di offrire.
No, non è esagerato neanche quest’ultimo commento… vediamo insieme perché.

Il gioco d’azzardo porta solo guai

Cuphead vi mette nei panni di una coppia di personaggi, Mugman e l’omonimo Cuphead, caratterizzati dalla “testa a tazza”, ormai divenuta la cifra stilistica del brand. Purtroppo il vizietto del gioco d’azzardo scorre nelle loro vene e ben presto gli si ritorcerà contro: una serata stranamente fortunatissima li convince a scommettere sul tiro di dadi della vita proprio con il diavolo; tuttavia un doppio uno farà perder loro la partita e, sopra ogni cosa, la loro anima. Un incipit decisamente asciutto, in grado di creare le premesse per lo svolgimento dell’esperienza senza risultare eccessivamente ridondante ma che, anzi, schiaccia fortemente sul pedale dell’immediatezza che tanto bene si confà al gioco targato MDHR Studio.

Dopo un indecente, disperato tentativo di supplica, le nostre tazze pattuiscono con il maligno che l’unico modo di aver salva la vita sarà quello di andare a riscuotere tutte le anime di altri personaggi debitori nei sui confronti, i quali ovviamente venderanno la loro pellaccia a caro prezzo. E risiede proprio qui il fulcro del gioco: una sequenza di divertentissime boss fight con improbabili e loschi figuri, ognuno con il loro personalissimo pattern di attacco da imparare e da affrontare nel migliore dei modi.
Ad intervallare il tutto ci saranno delle piccole sequenze a metà strada tra il genere dei run and gun e quello dei platform, ben implementate e divertenti da giocare, che permetteranno la raccolta di monete capaci di permettere l’acquisto in appositi shop di alcuni oggetti indispensabili per proseguire l’avventura. La loro varietà, sebbene limitata, è decisamente ben implementata poiché sarà possibile acquistare perk passivi, punti vita aggiuntivi o modalità di fuoco con i propri peculiari bonus e malus. Per fare un esempio sarà possibile acquistare un tipo di fuoco molto potente, ma il cui raggio sarà più contenuto, oppure un altro che permetterà di agganciare automaticamente il bersaglio a discapito del danno inflitto, decisamente minore. La scelta sarà a discrezione del giocatore e condizionerà molto lo stile di gioco: un aspetto interessante che stimolerà i più curiosi a compiere successive run per apprezzare le caratteristiche delle armi che non furono scelte durante le precedenti.
Come già detto per la versione PC e Xbox One di qualche anno fa, Il risultato è un gioco decisamente divertente da giocare, dalle meccaniche ludiche immediate e frenetiche, eppure equilibrate come in pochi altri giochi. La longevità è garantita non solo dagli oltre venti boss unici (ognuno dei quali non condivide in alcun modo i pattern di attacco con nessun altro), ma anche dalla difficoltà tarata verso l’alto che caratterizza l’esperienza. Sia chiaro, lo fa in un modo assolutamente raffinato andando, più che ad enfatizzare la sensazione di frustrazione nel giocatore, a puntare sul forte appagamento che il superamento di una boss fight regala.

Lo puoi giocare prima e dopo il cinegiornale…

Giocare a Cuphead significa anche godere dell’apparato artistico nella sua totalità, a partire dalla strabiliante grafica. Si noterà subito il grande contrasto tra fondali dettagliati con effetti di chiaroscuro e personaggi colorati in modo “piatto” e disegnati in modo semplice. Beh, questo effetto è stato appositamente scelto per ricreare l’effetto dei cartoni animati anni ’30, in cui ai fondali fissi, disegnati e acquarellati, venivano sovrapposti lucidi in acetato con i personaggi da animare. Il risultato è semplicemente sbalorditivo, sia per quanto riguarda la scelta degli ambienti e del loro stile, sia per quanto riguarda la quantità e la qualità delle animazioni. Lo stile delle Silly Symphonies (una serie di caratteristici cortometraggi animati prodotti da Walt Disney tra il 1929 e il 1938) è stata imitata alla perfezione, così come la loro atmosfera, chiaro segnale di una perizia fuori parametro che caratterizza gli sviluppatori anche sotto questo punto di vista.
E cosa sarebbe un cartone animato in stile Silly Symphony senza un adeguato commento sonoro, elemento indispensabile che dialogava in sinergia con le immagini, in un modo di fare cinema che doveva ovviare ai propri limiti tecnologici? Ovviamente nulla! Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un risultato di altissimo livello, praticamente indistinguibile da una produzione genuinamente anni ’30 in cui le orchestrine di New Orleans fondono il jazz con il neonato swing, esplorando talvolta suggestioni etniche della world music per ricreare precise atmosfere che necessitavano del supporto musicale più che degli striminziti dialoghi raccontati sotto forma di testo.

Ma è proprio sulla base di questa opulenza ludica ed artistica che viene lecito porsi la domanda: dopo quasi tre anni, e dopo aver toccato praticamente ogni piattaforma (incluse Android e iOS), quanto era necessaria questa conversione? Beh, la risposta è semplice: se fosse anche solo per raggiungere una manciata di videogiocatori che non toccano una console al di fuori dell’ammiraglia Sony, la conversione è comunque dovuta e, senza alcun dubbio, un sicuro successo. Questo è uno di quei giochi che fa bene all’industria, troppo dipendente dai grandi nomi e da sequel che, pur di accontentare la massa, continuano a offrire sempre la stessa, rassicurante formula. Cuphead è stato, ed è ancora, un fulmine a ciel sereno che ha dimostrato come non servano budget faraonici per sviluppare un prodotto non solo di qualità, ma anche in grado di alterare gli stessi standard qualitativi del mercato.

Concludendo…

Cuphead è l’opera prima dello studio nordamericano dei MDHR, osannato dalla critica per le sue indubbie qualità e che, dal 2017, miete “vittime”, conquistando i cuori di appassionati dapprima su PC e Xbox One per poi ricevere una conversione per tutte le altre piattaforme. Da poco è disponibile anche sull’ultima console rimasta, ovvero la Playstation 4, e anche il giocatore più affezionatamente “somaro” ora ha la possibilità di assaporare un prodotto che non è invecchiato di una virgola.
Insomma a nostro avviso si tratta di un clamoroso capolavoro, tanto ludico quanto artistico, che al prezzo di venti euro non va assolutamente lasciato sfuggire. Noi lo consigliamo senza riserve a tutti, senza se e senza ma.

CI PIACE
  • Artisticamente uno dei punti più alti raggiunti dal media.
  • Divertente, frenetico, immediato.
  • Varietà dei boss e dei loro pattern di attacco.
  • Difficoltà in grado di appagare il giocatore…
NON CI PIACE
  • …difficoltà che potrebbe spaventare i più casual.
  • Conversione senza novità di rilievo.
Conclusioni

Non è un titolo da lasciarsi sfuggire. Una sequela di boss fight inframezzate da fasi run ‘n gun in grado di divertire chiunque, grazie a una formula così immediata ed equilibrata da sembrare quasi seminale per quel che concerne le meccaniche ludiche. Dal punto di vista artistico siamo di fronte a un prodotto appagante come pochissimi, in grado di trasudare competenza da ogni suo dettaglio, anche minimo. Cuphead VA comprato anche solo perché certi prodotti vanno supportati.

9.3Cyberludus.com

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Studente di "Archeologia e Culture Antiche" all'università di Salerno, passa il suo tempo interessandosi di tante, troppe cose. Nulla però è in confronto della sua passione per i videogiochi, quasi insana. Predilige il gioco su PC, il retrogaming, gli RPG e gli strategici, ma non disdegna tutto il resto, ad esclusione dei simulatori di guida che evita neanche fossero debiti.

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