Astroneer è un videogioco appartenente alla categoria sandbox che sin dal primo giorno di uscita in alpha su Steam ha attirato una grande attenzione. Peculiarità di questo titolo è la possibilità di terraformare completamente i pianeti di gioco, tramite l’utilizzo di un utensile che permette letteralmente di frantumare e fondere ogni cosa.
In corso di sviluppo dal 2016, nel tempo ha raccolto tantissime opinioni positive da parte della comunità. Con il rilascio conclusivo potrà diventare l’esperienza sandbox definitiva? Scopritelo nella nostra recensione…

IL sandbox per antonomasia?

Astroneer è ambientato nel venticinquesimo secolo, in un’era che viene definita “Della Scoperta”. Gli “Astroneer” vengono qualificati come i coraggiosi che esplorano le frontiere dello spazio più profondo, rischiando la loro vita in ambienti letali per svelare i misteri dell’universo.
Si inizia, manco a dirlo, con l’immancabile tutorial, che permette di comprendere i concetti basilari delle interazioni tra il giocatore, la raccolta delle risorse, il crafting ed ovviamente lo strumento di manipolazione del terreno.
Il “Terrain Tool” (tradotto nel gioco molto grossolanamente come “Strumento di Terreno”), già anticipato nella prefazione, è sicuramente la curiosità più importante di tutto il titolo. Consente infatti di scavare ovunque creando enormi buchi, addirittura caverne, ma non si limita a questo. Il funzionamento di fatto è anche inverso: tramite l’ausilio di un contenitore è possibile accumulare il materiale scavato e quindi riutilizzarlo per costruire! Un enorme cratere impedisce il passaggio? Nessun problema: basta costruire un ponte. Non c’è davvero limite in questo senso e forse, grazie a questa sua meccanica, questi è il titolo in assoluto a cui il termine “sandbox” calza più a pennello di sempre.

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Esplorando il pianeta a bordo della piccola buggy si perde decisamente meno tempo…

Gameplay

Una volta terminata la fase di apprendimento offerta dal tutorial si può iniziare a giocare. Malauguratamente i momenti iniziali risultano alquanto angoscianti: la lezione interattiva illustra alcuni concetti basilari che in realtà forse erano anche quelli più intuitivi, ma per quanto concerne il resto… buona fortuna.
La prima regola della sopravvivenza in Astroneer è semplice: per rimanere in vita serve ossigeno. Questo viene prodotto da un Ossigenatore e quindi trasportato in giro tramite degli appositi “cavi”, che sembrano dei piccoli tralicci. Non c’è limite al loro numero, l’importante è che siano vicini gli uni agli altri ed una volta poggiati a terra il gioco li collegherà automaticamente. Quando il giocatore si trova vicino ad uno di essi il piccolo astronauta avrà una scorta illimitata di ossigeno, ma allontanandosi l’allacciamento verrà interrotto. Da quel momento, tra lui ed il soffocamento sarà presente solo la riserva di ossigeno provvista dalla tuta spaziale; si tratta della bombola più piccola mai concepita nella storia della fantascienza, perché senza sostegni aggiuntivi dura appena un minuto, ma, a difesa del piccolo indie in esame, diciamo subito che il realismo non è sicuramente uno dei suoi punti di specializzazione.
Per costruire servono elementi chimici. Questi vanno raccolti sempre tramite l’ausilio del tool e vengono trovati praticamente grezzi poggiati sul terreno o nel sottosuolo. Quando si scava e si incontra un elemento, i suoi componenti vengono subito risucchiati nel magico cannone e non appena sono sufficienti vengono amalgamati in un oggetto che ne rappresenta un piccolo cumulo, utilizzabile per il crafting.

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Una stampante 3D all’opera mentre produce un oggetto.

Un vero planet builder?

A questo punto entrano in gioco le stampanti: ogni cosa in Astroneer viene creata tramite questo macchinario, disponibile in più taglie a seconda dell’oggetto da costruire. Dalla più piccola, integrata nello zaino spaziale (Ed ecco spiegata l’esigua provvista di ossigeno… lo spazio serviva per la stampante!), passando per un modello piccolo, medio e grande.
Ogni attrezzo che compie un lavoro necessita di energia elettrica che va prodotta e quindi trasportata utilizzando dei cavi, che, una volta tanto, non vanno costruiti. Gran parte degli strumenti fabbricati devono essere piazzati su apposite piattaforme, che sono dotate di spine elettriche utili a questo scopo. In pratica si costruisce una piattaforma di adeguate dimensioni, ci si piazza sopra un articolo ed infine si collega la spina ad una fonte di energia, oppure ad un’altra piattaforma. Collegandone tante in serie l’energia fluirà tra tutte, creando un circuito.
Le fonti di energia usufruibili includono le più classiche del genere: solare ed eolica, ma anche alcuni generatori che consumano materiale organico (foglie, alberi, vegetazione).
Alcuni materiali raccolti devono essere raffinati prima di poter essere utilizzati: operazione attuata tramite appositi macchinari che richiedono energia e così via.
Le costruzioni includono anche mezzi di trasporto componibili che potranno accelerare il processo di esplorazione e raccolta materiali, macchine per riciclare rottami o il terreno raccolto, potenziamenti della tuta e del manipolatore – la varietà non manca. Ma, prima di potersi sbizzarrire costruendo braccia meccaniche, ahimè, sarà necessario sbloccarne i progetti, tramite l’utilizzo dei bytes.

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Quando si muore il nostro corpo rimane sul posto lasciando lo zaino e tutto il suo contenuto.

Per un pugno di Bytes

I bytes rappresentano la moneta del gioco. Si possono accumulare studiando grossi oggetti di valore scientifico che vanno trasportati in un apposito laboratorio, oppure scovando in giro per il paesaggio altri piccoli elementi consumabili. Mentre il laboratorio, in base all’energia ricevuta, inizierà un lento processo di accumulazione della moneta, gli oggetti più piccoli potranno essere consumati al volo tramite la pressione di un tasto.
Il ritrovamento e la raccolta dei bytes dovrebbe fornire uno degli stimoli principali nell’esplorazione dell’ambiente circostante, anche perché senza sbloccare alcuni progetti fondamentali non sarà possibile progredire. Disgraziatamente abbiamo trovato questo vincolo, in generale, poco gratificante: le prime ore di gioco in particolare rappresentano il peggio che il titolo ha da offrire, dovendo effettuare un grinding ai limiti dell’indecente per ottenere i progetti dei primi, indispensabili, mezzi di trasporto. Dal momento in cui si riesce a realizzarli, Astroneer cambia faccia e diventa incredibilmente meno tedioso.

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Quali misteri nasconderà la costruzione che si staglia dietro di noi?

Non per tutti?

Ora che abbiamo parlato delle meccaniche di base, possiamo delineare altri aspetti del gameplay, purtroppo meno attraenti. Innanzitutto l’intero gioco può essere affrontato insieme ad amici, in multiplayer online. In futuro ci saranno anche dei server a cui potersi collegare, ma per il momento è solo una voce sul menu e niente di più – ad oggi il collegamento avviene peer-to-peer tra due computer. Il gioco cooperativo è una caratteristica apprezzabilissima perché insieme ad uno o più compagni sarà possibile sconfiggere la noia anche nei momenti più rovinosi.
Ci sono infatti alcuni punti dolenti che rendono Astroneer talvolta frustrante. Non esiste, ad esempio, un sistema di ricerca degli elementi e capita spesso di non riuscire a costruire un determinato macchinario perché manca un singolo elemento chimico all’apparenza introvabile.
Non aspettatevi poi di imbattervi in creature di alcun tipo: i pericoli sono rappresentati esclusivamente da elementi geologici (dirupi, buchi) oppure da piante velenose tentacolari, spore, funghi ed infine vermoni nascosti nel terreno che rimangono immobili ed inghiottono qualsiasi cosa gli capiti sopra.
A completare il tutto la totale assenza di supporto da parte della documentazione in-game, che infatti è concretamente vicina allo zero; insomma è un prodotto molto particolare e curato, ma non offre un’esperienza completamente piacevole ed è rivolto verso una ristretta cerchia di videogiocatori.

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Un’altra immagine di una misteriosa costruzione aliena.

Texture? No grazie

Il comparto grafico è, a suo modo, accattivante: anche al massimo del dettaglio non ci sono texture, su nessuna superficie. I colori dei paesaggi sono forti, vividi, ma poco armonici. Spesso vengono accostati colori in forte divergenza in una scelta stilistica essenziale che ricorda davvero tanto delle costruzioni LEGO, ma che in qualche modo riesce a convincere.
La possibilità di modificare radicalmente qualsiasi elemento di gioco è, senza ombra di dubbio, un punto a favore del titolo dei System Era che, grazie all’ausilio di Unreal Engine, riesce a gestire tutto senza affanni.
Il comparto audio include una serie di ottime musiche in stile elettronico-ambient, che risaltano volutamente in sottofondo , spesso ad un volume ridotto. Risultano sempre piacevoli, mai invadenti e contribuiscono a creare una sensasione di mistero e rilassatezza che avvolge il giocatore. Gli effetti sonori invece sono poco curati e rimangono sul ciglio del passabile: pochi, essenziali. Tutto il testo è stato tradotto, forse direttamente da Google, in italiano (la qualità è bassa).

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La selezione dei pianeti dove atterrare, meglio iniziare con qualcosa di facile…

Concludendo…

Astroneer ci è piaciuto, ma con qualche riserva. Si tratta di un prodotto che, per via della sua natura estrema di sandbox/grinding, esige dedizione e pazienza. E’ altresì vero che il giocatore giusto ne ricaverà innumerevoli ore di divertimento: solo per riuscire a levare le tende dal primo pianeta ne saranno necessarie più di 20, senza perdersi in troppe ricerche, e ce ne sono ben sette da esplorare.
La curva di apprendimento è uno dei suoi difetti più grandi: il tutorial è quasi inutile, limitandosi a spiegare l’ovvio, mentre inventario e menu sono scomodi, poco chiari. Non ci sono spiegazioni utili sugli oggetti raccolti, molte meccaniche non sono trasparenti e si devono apprendere in un processo di trial-and-error che perdura per le prime ore di gioco. Il menu di selezione dei progetti è sprovvisto di una qualsiasi esposizione sulla loro funzione, obbligando il povero giocatore ad innumerevoli navigazioni verso la wiki ufficiale.
Insomma, tutti questi aspetti possono rendere il titolo a tratti frustrante, ma se, viceversa, quanto scritto sopra vi ha indotto una piacevole sensazione di smania, allora compratelo: Astroneer sarà per voi un gioco capace di offrire un’interminabile dose di divertimento.

CI PIACE
  • Grafica unica ed incantevole.
  • Un vero Sandbox.
  • Multiplayer divertente.
  • Tantissime ore di divertimento…
NON CI PIACE
  • …se si ha la doverosa, pazienza.
  • Creature o fauna praticamente inesistenti.
  • Quasi totale assenza di testo o spiegazioni.
Conclusioni

Astroneer è un titolo singolare, che può eccellere o deludere, in base alla platea che vi si rivolge. Se siete alla ricerca di un’esperienza sandbox pura questo è decisamente il titolo che fa per voi, meglio ancora se riuscite ad acquistarlo insieme ad un amico.
Se, viceversa, nei videogiochi cercate uno scopo o una meta ben delineata da perseguire, forse è meglio rivolgere i vostri sguardi altrove.

7.5Cyberludus.com

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Gabriele o “Gabe” per gli amici, è un informatico di professione ed inguaribile videogiocatore. Cresciuto a colpi di Commodore 64 ed Amiga è papà di due bellissimi bimbi che ormai gli rubano quasi tutto il tempo. La sua passione sono l’informatica, il cinema, la musica ed un giorno spera di finire e vedere pubblicato il suo primo videogame … quando trova il tempo!

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