Soprannominato “biscottone”, il Commodore 64 primo modello, uscito nel 1983, si presentava come una grossa scatola grigio chiaro di base rettangolare, con gli spigoli smussati; sulla faccia superiore vi erano i tasti, neri (ma ve n’erano quattro, i cosiddetti tasti funzione, di colore grigio scuro). Dal punto di vista estetico era quasi identico al suo fratello maggiore, il Commodore VIC 20, ma al suo interno c’era qualcosa di ben più sostanzioso: vale a dire un microprocessore con frequenza 1Mhz ed una memoria di “soli” 64Kbytes; ed un paio di chip “dedicati”: il VIC-II (adibito alla grafica, funzionante sia in modalità standard, alla risoluzione di 320 x 200 pixel, che in modalità multicolore, alla risoluzione di 160 x 200 pixel, e capace di gestire oggetti animati indipendenti dai caratteri grafici sullo schermo) ed il SID (il chip sonoro, uno dei migliori sintetizzatori mai realizzati, dotato di 3 oscillatori indipendenti con 4 forme d’onda diverse – triangolare, a dente di sega, quadrata o ad impulso variabile e rumore – e generatore di inviluppo ADSR; c’era ovviamente la possibilità di sincronizzare gli oscillatori, metterli in modulazione circolare e filtrare l’output – tramite filtri passa alto, passa basso, passa banda e taglio -; per non parlare poi dell’ingresso audio esterno e della conseguente possibilità di campionare suoni – e riprodurli – alla frequenza massima di 4Khz). Era possibile collegare periferiche come il Disk Drive 1541, il Datassette (registratore – lettore di nastri contenenti dati), la stampante Commodore, due joystick (ma anche mouse, paddles, penna ottica) e grazie alle uscite audio e video si poteva indirizzare l’output sonoro e visivo verso un impianto hi-fi e/o verso un televisore od un monitor.
Come se non bastasse, era anche presente una porta di espansione. Per vincere la competizione sul mercato (in cui cominciavano ad affacciarsi numerosi agguerriti concorrenti, come l’Amstrad CPC ed il buon vecchio ZX Spectrum), la Commodore decise, nel 1985, di commercializzare un computer che, pur mantenendo la compatibilità con il software del 64, avesse una capacità di memoria superiore ed un sistema operativo migliore; nacque così il Commodore 128, che però non riuscì ad ottenere il successo del suo predecessore. L’anno successivo, quindi, i costruttori decisero di tornare sul sentiero già battuto con successo con il Commodore 64, facendo uscire un modello con un design simile a quello del 128 (cassone tutto bianco, tasti funzione grigi e design in generale più appariscente) ma con le caratteristiche del piccolo di casa: nacque così il cosiddetto Commodore 64C, la cui unica differenza rispetto al fratello “gemello”, a parte l’estetica, era rappresentata (almeno nelle versioni più recenti) da un nuovo modello del chip sonoro. All’inizio degli anni ’90 le vendite cominciarono a calare, a favore delle consoles e dei computer a 16 bit, che offrivano hardware più potente e grafica migliore ad un prezzo non eccessivo. Per far fronte alla crisi, il Commodore 64 perse la tastiera e numerose altre caratteristiche a cui un Personal Computer non dovrebbe mai rinunciare, e fu trasformato in Commodore 64 GS (Game System): lo si sarebbe potuto utilizzare soltanto per giocare, ma il prezzo spropositato delle cartucce (e la scarsa diffusione di prodotti che sfruttassero questo supporto) rese l’iniziativa un buco nell’acqua… Nonostante il crollo nelle vendite, la popolarità di questo computer non ha mai subito cali significativi, ed ancora oggi gli appassionati rivivono la loro infanzia da “sessantaquattristi” grazie agli emulatori, scaricabili facilmente dalla rete, a dimostrazione di come questo computer, seppur limitato nella potenza rispetto ai colossi di oggi, abbia lasciato un segno indelebile nel cuore di tanti utenti, oltre che nella storia dell’informatica.

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