Metal Gear Survive: un nuovo inizio o uno spin-off dimenticabile?

Fin dall’annuncio era chiaro che Metal Gear Survive sarebbe stato un prodotto che avrebbe generato delle controversie. L’epilogo del rapporto professionale tra Hideo Kojima e Konami è uno di quelli che difficilmente si dimentica (e si perdona) e non c’è da meravigliarsi se i fan della storica saga non abbiano accolto a braccia aperte uno spin-off a tema “zombie” estremamente derivativo.

Ovviamente non è giusto giudicare un gioco basandoci su dei preconcetti, tanto più quando si parla di uno spin-off come tanti che hanno accompagnato la saga di Metal Gear in decadi di carriera: abbiamo affettato nemici nei panni di Raiden in Metal Gear Rising, abbiamo giocato a carte in Ac!d e, anche a guardare i capitoli principali, è impossibile dimenticare la caccia al Rathalos di Monster Hunter e alle scimmie di Ape Escape. Insomma, Survive mette sul piatto zombie con corna al posto della faccia, tratta di improbabili buchi spazio-temporali, dimensioni alternative e ci azzecca poco o nulla con la serie principale. E che problema c’è?

Beh, in realtà ce ne sono tanti, ma nessuno di essi riguarda la vicenda Konami-Kojima. Ma procediamo per gradi.

Wormhole, dimensioni alternative e zombie senza faccia

Metal Gear Survive si pone nella saga come una sorta di storia alternativa, al culmine del finale di Ground Zeroes: l’attacco a sorpresa  delle forze della XOF ha messo in ginocchio la Mother Base e neppure il ritorno di Big Boss riesce a salvare la situazione, costretto ad abbandonare il campo di battaglia assieme al braccio destro Miller. In tutto ciò, il protagonista di Survive è uno dei soldati dei Militaries Sans Frontiers coinvolti nello scontro, di cui potremo decidere sesso e fattezze tramite un editor, piuttosto striminzito a dire il vero se deciderete di interpretare i panni di una soldatessa.

Dopo la fuga di Big Boss però le cose prendono una piega inaspettata: nel cielo si apre un wormhole che risucchia parte della Mother Base e i suoi soldati. Il nostro personaggio riesce fortuitamente a non attraversare il passaggio, ma rimane vittima della distruzione della base.

Tuttavia, a causa di alcune doti speciali in nostro possesso verremo riportati in vita dalla agenzia governativa Wardenclyffe Section e spediti in missione nel mondo al di là dei Wormhole dall’enigmatico Goodluck. Ci ritroveremo così a Dite, una realtà alternativa dove l’umanità è caduta in disgrazia per via della “Polvere”, una fitta nebbia che ha avviluppato la Terra e trasformato uomini e donne in mostruosi e aggressivi zombie, chiamati Vaganti.

Il nostro compito sarà dunque quello di trovare e portare in salvo i membri dei Corpi di Caronte, un’unità speciale inviata in missione a Dite per carpire quanti più informazioni possibili sulla Polvere e sul Kuban, una fonte di energia preziosa presente nei corpi dei Vaganti, che potrebbe cambiare drasticamente gli equilibri dell’economia mondiale.

Nonostante il prologo sembrerebbe indicare una certa volontà di raccontare una storia interessante, l’impianto narrativo di Metal Gear Survive è, senza girarci troppo intorno, blando e insoddisfacente.

La maggior parte delle missioni si conclude con dei (talvolta striminziti, talvolta inutilmente prolissi) dialoghi testuali in stile codec, accompagnati da qualche immagine di repertorio. Ne risultano intermezzi incapaci di intrattenere e interessare il giocatore per via della loro staticità e per una sceneggiatura che non riesce in nessun modo ad essere accattivante. Di certo non aiuta, poi, che tutti i personaggi incontrati nel corso della vicenda siano stereotipati all’inverosimile e piatti, o che manchi un villain carismatico, come quelli che ci hanno accompagnato durante il corso della saga di Metal Gear.

E se qualche colpo di scena sul finale prova timidamente a risollevare le sorti di un polpettone un po’ indigesto, arrivati ai titoli di coda rimangono aperte fin troppe domande senza risposta. Tuttavia, visto quanto detto in precedenza, vi assicuriamo che non abbiamo passato notti insonni nel tentativo di cercare delle risposte.

Appare chiaro infatti che, a differenza di alcuni indimenticabili capitoli della saga madre, Metal Gear Survive non voglia poggiare la sua esperienza su un plot indimenticabile. D’altro canto uno sforzo in più su questo versante sarebbe stato certamente gradito.

Benvenuti a Dite

La struttura alla base di Metal Gear Survive  è ereditata di pieno petto da quella di The Phantom Pain: i movimenti e il sistema di mira con le armi da fuoco sono i medesimi, così come altre meccaniche di gioco.

Tuttavia se la familiarità nel sistema dei comandi può essere un punto a favore (vi sentirete a casa dopo pochi minuti), quel fastidioso senso di deja vù che si prova ad esplorare Dite lo è decisamente di meno: la maggior parte delle location in cui vi imbatterete sono delle riproposizioni (per non usare il termine “scopiazzature”) dell’Afghanistan e l’Africa dell’ultimo capitolo diretto da Kojima.

Tornando alle meccaniche di gioco, come detto in precedenza, queste si poggiano sulla stessa base di The Phantom Pain, eppure è impossibile accomunare e paragonare i due titoli sotto il profilo prettamente ludico. Survive, infatti, prende una declinazione estremamente derivativa e orientata al genere survival, mettendo nel calderone parte degli elementi stealth della saga ma aggiungendo nel mix anche fasi di combattimento all’arma bianca, un sistema di progressione del proprio personaggio – con tanto di abilità e perk da sbloccare – e un sistema di crafting decisamente più profondo.

Il nostro personaggio ,fin dal suo arrivo a Dite, dovrà procacciarsi da solo cibo e acqua per il suo sostentamento, cosa piuttosto traumatica nelle prime ore di gioco visto le poche opzioni a disposizione. Anche l’equipaggiamento e le armi dovranno essere rigorosamente costruiti con i materiali che raccoglieremo nel mondo di gioco e sfruttando i progetti presenti in contenitori speciali, che per essere aperti richiederanno il completamento di un semplice mini-gioco e, se fallito, attirerà le attenzioni dei vaganti.

Survive mette l’accento sulla personalizzazione del nostro alter ego virtuale. Mano a mano che avanzeremo per gli avamposti di Dite entreremo in possesso di armi corpo a corpo a una o due mani, lance improvvisate o martelli e lame pesanti. Se, invece preferite le colpire dalla distanza non c’è nulla di meglio di un bel arco fatto in casa o le armi da fuoco, ma qui, oltre alle solite risorse richieste per essere fabbricati, bisognerà fare i conti con le scorte di rame, piombo e polvere da sparo per i proietti. E allora ecco che, se proprio ci troveremo ad affrontare faccia a faccia orde di vaganti, potremo sfruttare recinzioni di metallo e legno, torrette e mortai, tutte ovviamente “crafate” con le nostre mani.

Specialmente nelle fasi iniziali, Metal Gear Survive premia uno stile di gioco basato sull’agire in modo ragionato ed efficiente, riducendo al minimo lo spreco di risorse o gli approcci pericolosi. Oltre agli indicatori di fame e sete, infatti, dovremo fare conto del deterioramento del nostro equipaggiamento e dello status fisico del nostro avatar. Una brutta caduta o subire danni dai Vaganti, infatti, ferirà il nostro eroe di ventura che potrà essere curato solo facendolo riposare in una tenda oppure utilizzando bendaggi e medicinali che, inutile a dirlo, saranno difficili da reperire.

I Vaganti, dal canto loro, sono lenti e un po’ impacciati e guidati da una IA facilmente ingannabile, ma se vi circonderanno, beh allora saranno uccelli per diabetici. Ma in generale, è lo stesso Dite il vostro più acerrimo nemico. Quando vi addenterete nella Polvere bisognerà sempre prestare attenzione all’ossigeno rimanente nella nostra bombola personale. Non solo, in questa fitta nebbia la visibilità è ridotta al minimo e gli indicatori di posizione funzioneranno solo a tratti, il che significa che se non riuscirete ad orientarvi, potreste finire a girare in tondo.

Insomma, in Metal Gear Survive non c’è mai modo di rilassarsi e si è sempre pervasi da un’inquietante senso di fretta e tensione, cosa che rende davvero molto immersiva e appagante l’esperienza di gioco.

Come accennato in precedenza, è presente anche un sistema di sviluppo del nostro protagonista. Grazie all’energia Kuban potremo far salire di livello il nostro eroe e aumentare uno dei quattro valori (Forza, Vitalità, Destrezze e Resistenza), apprendere specifici perk per un’arma o abilità speciali, come quella che permette di raccogliere più velocemente risorse dai corpi nemici o un utilissimo contrattacco CQC per parare i colpi in arrivo.

La cosa davvero ben riuscita dal team capitanato da Yota Tsutsumizaki è, a nostro avviso, il senso di progressione e appagamento che dona al giocatore mano a mano che passano le ore. Se all’inizio sarete equipaggiati con armi di ventura e farete letteralmente la fame nelle terre di Dite, con il tempo acquisirite la possibilità di gestire e creare nuove strutture nel vostro campo base e accogliere altri superstiti. Questo vi darà modo di craftare armi ed equipaggiamento migliore e addirittura campi di ortaggi, recinti per gli animali e cisterne d’acqua.

Se da un lato dunque la vostra vita tra le lande di Dite si farà più agiata, nuove e temibili tipologie di nemici si uniranno alle fila dei Vaganti nella seconda metà dell’avventura, assieme a missioni decisamente più impegnative, dove sono concessi ben pochi cali di concentrazione ed è necessaria una gestione minuziosa delle proprie risorse. E poi si arriva all’endgame, dove il gioco apre le porte a quattro sottoclassi da sviluppare, nuove missioni di scavo e persino dei tostissimi boss secondari da abbattere. Di carne al fuoco, insomma ce ne è davvero parecchia.

Tuttavia, per arrivare a questo punto, bisognerà sopravvivere all’estenuante ripetitività delle attività offerte dalla campagna principale, a nostro avviso il più grande difetto di Survive.

Le missioni principali richiederanno di fare sempre le stesse medesime cose: riattivare un dispositivo wormhole sulla mappa per viaggiare più velocemente o proteggere un’escavatrice dai Vaganti (in entrambi i casi si tratta di resistere a una o più ondate di nemici), salvare un superstite o recuperare dei dati vitali, saranno attività che si ripeteranno ciclicamente per decine e decine di ore.

Le cose non migliorano poi giocando nella modalità cooperativa in multiplayer, che si pone come un’esperienza che si evolve assieme ai vostri progressi nella campagna principale, ricompensandovi con materiali, progetti ed energia Kuban. Certo massacrare i Vaganti in un gruppo da quattro giocatori è sicuramente più diverte, ma il problema in questo caso è dato da meccaniche di gioco davvero troppo basilari, che mandano in vacca il concetto di coperarazione, favorendo piuttosto atteggiamenti menefreghisti e l’anarchia di chi partecipa per via di un sistema a punti che premia più l’azione solitaria piuttosto che la coesione della squadra. Non aiuta poi il fatto che, al momento, c’è solo una tipologia di missione disponibile, il classico “difendi l’escavatrice da ondate di Vaganti”, che affronterete più volte anche nella avventura principale. Un’occasione sprecata.

Déjà vu

Abbiamo giocato a Metal Gear Survive su PS4 Pro rimanendo piacevolmente colpiti dal fatto che il gioco girasse a 60 fps, con rarissimi e lievi cali nelle fasi più concitate e con molti nemici a schermo, restituendo comunque un colpo d’occhio più che discreto. Il motore utilizzato è lo stesso ottimo Fox Engine di The Phantom Pain, quindi non c’è da stupirsi più di tanto. Certo, il riciclo di asset e ambientazioni fa storcere il naso, ma d’altro canto parliamo di un prodotto venduto a prezzo budget (con un sensibile rincaro qui in Italia, tra l’altro).

Buono il doppiaggio in lingua inglese, un po’ meno la colonna sonora, sprovvista di tracce memorabili.

Stendiamo un velo pietoso, invece, sul sistema di microtransazioni presenti nel gioco. Ad esempio, per creare un secondo personaggio o per sbloccare ben quattro dei cinque slot delle squadre di spedizione bisognerà utilizzare le monete SV, la valuta in-game. È possibile guadagnarne tramite il log-in giornaliero, ma si tratta di una somma irrisoria. Ed ecco dunque che se vorrete un secondo slot di salvataggio dovrete mettere mano al portafoglio. Solitamente il sottoscritto non è contrario alle microtransazioni finché queste riguardano solo elementi estetici o non impattano in nessun modo gli equilibri di gioco, ma questo purtroppo non è il caso di Metal Gear Survive.

Concludendo…

Il nostro verdetto su Metal Gear Survive non è affatto condizionato dai trascorsi tra Hideo Kojima e Konami o per il suo voler, nemmeno troppo velatamente, mungere quella gran vacca di The Phantom Pain riproponendo non solo asset, ma intere location, dell’ultimo capitolo ufficiale della saga. Survive mette sul piatto meccaniche interessanti e una struttura survival convincente, non riuscendo tuttavia a convincerci del tutto per l’eccessiva e nauseabonda ripetitività delle attività presenti e per una trama alquanto dimenticabile. Se a questo aggiungiamo, poi, un uso delle microtransazioni invasivo e un comparto multiplayer dimenticabile, ecco che si delinea un quadro poco roseo. Se Konami vuole convincere i fan che Metal Gear può avere un futuro dopo Kojima, questo spin-off non è un buon biglietto da visita. Ed è un peccato, perché il potenziale per creare un titolo ben più che discreto di certo non mancava.