Il nome di Tim Schafer, negli ultimi vent’anni, è quasi sempre stato sinonimo di qualità; una sorta di marchio di Origine Controllata che, una volta piazzato sulla cover di un gioco, conferma indissolubilmente che tra le mani non si ha più il classico prodotto figlio dell’epoca, ma una vera e propria miniera d’oro che non vedeva l’ora di essere razziata. Fantasia e voglia di spingersi oltre gli stereotipi sono da sempre i suoi cavalli di battaglia, quindi non è difficile immaginare la nostra felicità all’annuncio della nuova avventura grafica di un designer che – le avventure grafiche – le ha anche un po’ fatte nascere.

Broken Age è una presa di posizione piuttosto atipica sulla classica questione dell’età adolescenziale. Tratta di sacrificio, della grande voglia di partire ed esplorare nuovi mondi, ma al tempo stesso ci ricorda come – volenti o nolenti – sono sempre gli affetti verso amici e parenti a tenerci ancorati alle nostre origini. Schafer, in questa nuova avventura ad enigmi, non vuole assolutamente imporsi come maestro di vita e dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato; ci ricorda, semplicemente, che prima di diventare adulti e riuscire ad aprire definitivamente le ali, si è soggetti ad una miriade di questioni alle quali bisogna per forza di cose adattarsi. E lo fa in un modo tutto suo, senza mai cadere nello scontato o nel già visto. Da questo non si scappa: Broken Age, senza mezzi termini, è un capolavoro di stile e sceneggiatura. O, almeno, lo sarebbe stato, se avesse avuto la decenza di fermarsi a metà percorso.

Grandi pretese…

Se abbiamo approfittato della release della seconda ed ultima parte per regalarvi questo articolo, è perchè giudicare un’opera nella sua interezza è sempre molto più saggio. Quando si parla di qualcosa di così intrigante ed evocativo del calibro di Broken Age, poi, la regola vale doppio; lo sviluppo lungo e travagliato, purtroppo, ha però anche confermato quella che ormai sembrava essere la paura di molti. Di questo, comunque, tratteremo a tempo debito. L’opera di Schafer si presenta come un classico punta e clicca, un’enorme strizzata d’occhio a quella che fu l’epoca d’oro Lucasarts, capace di distaccarsi nettamente dal nuovo filone andato in voga grazie a Telltale Games. Nessuna possibilità di far deragliare il copione e completa mancanza di scelte morali trasformano Broken Age in un melanconico cameo dei tempi che furono: si raccolgono oggetti, si combinano tra loro, si cerca il modo migliore di utilizzarli, si chiacchiera con i numerosi personaggi di contorno e, in linea di massima, si fa tutto il possibile per raggiungere l’agognata uscita dalla prigione (mentale e fisica) che intrappola i due protagonisti. La genialità di Broken Age giace anche in questo: nonostante in campo ci siano due eroi, le rispettive avventure – almeno all’apparenza – non risultano in alcun modo intrecciate, nè concettualmente nè stilisticamente. Tra l’altro, possono essere persino completate in qualsiasi ordine ed in qualsiasi momento, vista e considerata la possibilità di saltare dall’una all’altra senza alcuna restrizione. Chiedere un sistema alla Day of Tentacle, in cui i vari protagonisti arrivavano ad interagire tra loro scambiandosi oggetti e aiutandosi a vicenda sarebbe sembrata una scelta più consona ma, anche qui, nulla viene lasciato al caso. È importante, se non addirittura vitale, che i due giovani vivano avventure completamente separate e parallele, senza alcun palese punto d’incontro, senza sapere che “dall’altro lato” del gioco ci sia qualcun’altro impegnato in una simile – e al contempo diametralmente opposta – guerra contro gli usi e costumi della propria gente.

Two Souls…

C’è Vella, dolce ed intelligente fanciulla che presto diventerà il piatto sacrificale di un orribile mostro, e poi c’è Shay, ingenuo “bambinone” che ha passato la sua intera vita a bordo di un’astronave, impegnato in giro per la galassia con missioni di salvataggio piuttosto “atipiche”. Personaggi primari e secondari vantano una caratterizzazione unica e sopra le righe, e si dimostrano più che capaci di contornare in maniera sublime una vicenda sempre pronta ad essere ironica, nonostante le cupe premesse. Come dicevamo, Broken Age è un titolo che racchiude due anime distinte e separate, entrambe di eccelsa qualità; da un lato c’è una ragazza persa in un mondo fiabesco in cui controbattere anche la minima regola può tradursi in una tragica fine, dall’altro, un giovane pronto a tutto pur di abbandonare quel freddo e spento luogo di detenzione governato dalla sua iper-protettiva “madre robotica”. A livello di gameplay, c’è davvero poco da segnalare. Come abbiamo già sottolineato, Broken Age si presenta come una avventura grafica piuttosto classica, con poche variazioni al tema e neanche chissà quanto impegnativa. Proseguire nelle due campagne, soprattutto per chi ha masticato questo genere fin dai suoi albori, si rivelerà piuttosto semplice e guidato, ma più per scelta degli sviluppatori che per una mancanza di inventiva vera e propria. Anzi, è palese fin dall’inizio come gli enigmi siano più un contorno alla vicenda; il copione riesce così a filare sempre in modo leggero, senza gli eccessivi intoppi in cui sarebbe potuto incappare in caso di rompicapi più tosti.

…e aspettative infrante

Dopo un’attesa pressocchè titanica, numerosi misteri ancora da svelare ed un cliffhanger finale tra i migliori mai visti nella storia dei videogiochi, Broken Age è finalmente tornato sul mercato, regalando all’opera di Schafer (e ai suoi acquirenti) il tanto atteso tassello mancante. La matassa andava sbrogliata, e dopo aver messo in campo personaggi e questioni di altissima caratura, eravamo davvero curiosi di capire dove la genialità del designer ci avrebbe portato. Non dove avremmo sperato, purtroppo. Broken Age: Atto 2, da qualunque angolazione lo si guardi, sembra essere quasi il parto di un secondo scrittore; è come se, di punto in bianco, Schafer avesse deciso di abbandonare il copione a metà e l’avesse poi regalato in beneficenza ad un gruppo di scimmie. Non sappiamo come o perchè, ma è palese che qualcosa in corso d’opera sia andato terribilmente storto. Non parliamo di semplici colpi di scena – se così possiamo definirli – senza capo nè coda, o di questioni spiegate alla bell’e meglio (e, nel peggiore dei casi, lasciate totalmente all’interpretazione del giocatore), ma di numerose trovate infelici che, in pochissimi secondi, distruggono dalle fondamenta non solo l’intera credibilità di questo secondo capitolo, ma anche quanto di buono era stato fatto con l’episodio precedente. In sua discolpa, possiamo dire d’aver notato un rinnovato coraggio sul fattore ludico, con enigmi maggiormente fantasiosi – a tratti fin troppo – e capaci persino di fornire pane per i denti dei più navigati. Ma, oltre ciò, il nulla totale: la sceneggiatura è piena di lacune, di grottesche incoerenze, di evoluzioni frettolose e, soprattutto, di personaggi vuoti e senza profondità. È ridicolo anche come un’avventura così sfaccettata e colma di tematiche interessanti arrivi a ridursi da un secondo all’altro ad una semplice “caccia al nemico comune”. Consideriamo anche il fortissimo backtraking – e che quasi ogni ambiente di gioco sia riciclato dall’episodio precedente – e abbiamo fatto en-plein. È difficile spiegare cosa ci sia di davvero “broken” in questo secondo troncone; gli spoiler, dopotutto, sono sempre dietro l’angolo, quindi non possiamo far altro che lasciare a voi il “piacere” della scoperta. Quantomeno, l’eccelsa direzione artistica e doppiaggio non ne sono usciti intaccati.

Conclusioni…

È sempre con un po’ di tristezza che si arriva a bollare come “appena sufficiente” qualcosa che, considerate le premesse, sarebbe benissimo potuto diventare una pietra miliare della storia videoludica. La qualità è alta, forse tra le più alte mai viste in questo genere, ma il repentino tracollo qualitativo a metà sceneggiatura è troppo, troppo marcato. Ci ritroviamo quindi con una prima parte impeccabile, piena di pathos, intelligente ed innovativa su più livelli; il resto, invece, è piuttosto insipido e in larga parte dimenticabile. Non possiamo quindi far altro che votare questo “esperimento” con una deprimente media ponderata, sperando che il prossimo progetto di Double Fine non ricada negli stessi problemi di sviluppo – qualunque essi siano stati – di Broken Age.

CI PIACE

– Stilisticamente ottimo\n- Trama magistralmente scritta (per la prima metà)

NON CI PIACE

– La seconda metà è un covo di pessime trovate

Conclusioni

Broken Age dimostra che non sempre chi parte col piede giusto è già a metà dell’opera. Un capolavoro mancato che, improvvisamente, si perde in un bicchier d’acqua.

6.5Cyberludus.com
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