Alien Isolation – Recensione

L’anno era il 1979, Sigurney Weaver era una topona da infarto e uno sproporzionato studente africano veniva infilato a forza nella pelle di quello che sarebbe diventato l’Alieno per eccellenza. Bei tempi. Tre anni dopo usciva il primo gioco ispirato al film, sostanzialmente una reskin mal riuscita di Pac Man made in Atari (già da lì avrebbero dovuto lasciar perdere gli alieni). Se avete letto il nostro speciale sulla storia videoludica di Alien, sapete bene come la saga sia stata caratterizzata, nel tempo, da discreti alti e abissali bassi. Aliens: Colonial Marines, in particolare, è stato per i fan un colpo così duro che molti (compreso il sottoscritto, ndr) avevano cominciato a credere che nessun gioco sarebbe mai riuscito a rendere onore al capolavoro sci-horror di Ridley Scott. Almeno fino a quando The Creative Assembly – Odino benedica il loro nome – annunciarono Alien: Isolation. Il titolo, fin da subito, si mostrò decisamente promettente, tanto da generare timidi focolai di speranza nei cuori ormai infranti dei fan. Inutile girarci attorno, Isolation è fantastico – spoiler metacritico – e ora vi spiegheremo perché.

Una passeggiata – spaziale – di salute

Gli appassionati della saga Alien già conosceranno Amanda Ripley, figlia di Ellen Ripley, personaggio principale dell’intera serie. La si vede brevemente, ormai anziana, in Aliens (Scontro Finale), dove viene spiegato che la donna è morta -di malattia- già da due anni. Isolation ci cala nei panni di una Ripley appena venticinquenne, alla disperata ricerca di informazioni sulla madre, scomparsa 15 anni prima in seguito agli eventi narrati nel primo film. Amanda si unisce all’equipaggio della nave Torrens, incaricata dalla Weyland-Yutani di recuperare la scatola nera della nave Nostromo, attualmente a bordo della stazione spaziale Sevastopol. Una passeggiata di salute. Sì….proprio. Fin dal primo momento la nostra missione risulterà tutt’altro che semplice, tra cospirazioni corporative (qualche dubbio?), IA fuori controllo, isteria di massa e ospiti “inaspettati”. Appare evidente -fin da subito- come i ragazzi di The Creative Assembly abbiano fatto i compiti a casa, riuscendo a creare un gioco che rappresenta il secondo capitolo “ideale” della saga filmica, ben lontano dalla discutibile svolta action dell’Aliens di Cameron. Le notevoli differenze “ritmiche” tra il media videoludico e quello cinematografico, però, inficiano in parte la struttura narrativa del gioco. Un film è un prodotto della durata media di 90 minuti, mentre le 20 e più ore di Alien: Isolation finiscono, ahimé, per rendere ogni svolta nella trama piuttosto “telefonata” e prevedibile, somministrata con troppo lentezza per risultare adeguatamente avvincente. L’accelerazione nelle fasi conclusive, e il finale “esplosivo” chiudono bene l’esperienza di gioco, sebbene – di nuovo – con un certa prevedibilità. Si ha la sensazione che, per ricavare 20 e più ore dai 90 minuti del film medio, gli sceneggiatori abbiano dovuto collocare più o meno strategicamente una marea di elementi narrativi “filler”. In generale, però, la trama risulta solida e interessante, priva di inconsistenze rilevanti e forte di una lore spaziale ormai vastissima.

Nascondino galattico

Con Alien: Isolation, The Creative Assembly ci propone un viaggio tra le nere radici del genere survival horror. Un doloroso ritorno a quella che rappresenta, secondo noi, l’anima imperitura del genere: il costante senso d’impotenza, l’impressione di essere travolti da eventi spaventosi e totalmente fuori dal nostro controllo. Sotto questo punto di vista, Isolation si avvicina molto a titoli -apprezzatissimi- come Outlast e Amnesia, e lo fa con uno stile distinguibilmente unico. Se in Outlast la totale vulnerabilità del protagonista risulta, di tanto in tanto, difficilmente giustificabile dal punto di vista strettamente logico (tanto da spingerci a gridare allo schermo “raccogli quel maledetto coltello che al prossimo spavento apriamo qualche vena”), in Alien: Isolation saremo spesso armati, ma la cosa ci porterà ben pochi vantaggi. Potrà sembrare una sciocchezza, ma è sorprendente quanta sicurezza -illusoria- riesca a offrire un potente revolver magnum, mentre ci si ritrova, raminghi, a vagare per i corridoi di una stazione spaziale infestata da “iddiosolosacosa”. Ed è altrettanto sorprendente l’esplosione di drammatica consapevolezza, quando ci rendiamo conto quanto inutile sia quell’oggetto contro forze assolutamente inarrestabili. Al primo incontro con uno dei simpatici androidi “albini” della stazione Sevastopol, determinati a calmare le nostre crisi isteriche a forza di badilate sui denti, capiremo come il nostro cannone portatile sia utile quanto una fionda contro un asteroide. Specialmente quando alla fiera del delirio spaziale si unirà lo Xenomorfo. Diamine, quanto odierete il maledetto Alieno. Il lavoro fatto da The Creative Assembly con l’intelligenza artificiale dell’Alien è veramente impressionante. Lo Xenomorfo è un avversario formidabile, un cacciatore perfetto che non lascia nessuno scampo alla sua preda, in questo caso il povero giocatore. Talvolta il mostro si muoverà silenzioso come un serpente, pronto a sorprenderci alle spalle. Altre volte deciderà di fare rumore, solo per massacrarci i nervi e spingerci a correre via, per poi ghermire le nostre fragili membra alla prima occasione. Ai livelli di difficoltà più elevati (che vi consigliamo per apprezzare – o odiare – al meglio il titolo) l’IA dell’alieno sarà in grado di sorprenderci con guizzi di acume predatorio talvolta imprevedibili. La nostra unica, vera, “arma” contro gli assalti dell’Alieno sarà l’iconico rilevatore di movimento, tanto utile quanto limitato, a causa di una percezione totalmente bidimensionale dell’ambiente circostante. La genialità artificiale dello Xenomorfo marca però una delle maggiori debolezze strutturali del gioco, sarebbe a dire la pesante dipendenza del gameplay da meccaniche trial & error. Su distanze medio-lunghe, questo aspetto può risultare piuttosto frustrante, e finisce per portare all’eccesso la sostanziale ripetitività della formula survival di Alien, caratterizzata da un costante backtracking: vai là, raccogli quell’oggetto, viola quella porta con allegato mini-gioco, torna indietro, ripeti. La cura dedicata all’intelletto simulato dello Xenomorfo, inoltre, non tarderà a sottolineare il pesante gap cognitivo tra l’alieno e le altre minacce della Sevastopol, decisamente meno brillanti. La nostra avventura in Alien: Isolation sarà, in sostanza, tutto un horro-nascondino spaziale, alla continua ricerca di un posto dove trovare un po’ di tranquillità transitoria. Infilarsi in un armadietto, sotto una scrivania, in un canale d’areazione ci offrirà un rifugio solo temporaneo, perché i nostri inseguitori non si arrenderanno senza aver cercato bene in ogni pertugio, nicchia o anfratto. Pignoli maledetti. In Alien ogni azione necessita di un’attenta pianificazione, cosa tutt’altro che semplice, visto che ogni meccanica ha l’unico obiettivo di instillare in noi un continuo senso di ansia e disagio, elementi che caratterizzano l’intera esperienza di gioco. Perfino il sistema di salvataggio, accessibile tramite console sapientemente distribuite per la stazione, ci costringe ad attendere alcuni interminabili secondi, durante i quali saremo totalmente in balia degli eventi. Tutti questi elementi sottolineano l’eccellente lavoro svolto da The Creative Assembly nel confezionare uno dei survival games più atmosferici e ansiogeni di sempre. Fortunatamente, durante il nostro viaggio all’insegna dell’autoconservazione, potremo utilizzare un lungo elenco di gadget craftabili per creare, a partire dalle risorse trovate in giro per la stazione, utili -e talvolta letali- diversivi. Alcuni pannelli ci permetteranno inoltre di reindirizzare la fornitura energetica della stazione, per aprire o chiudere portelli, spegnere luci, disattivare allarmi o sabotare i sistemi di filtraggio dell’aria, tutti espedienti utili per facilitare il nostro viaggio tra gli angusti corridoi della stazione in rovina.

Un sonoro da urlo

Guardando oggi il capolavoro del ’79, non si può non rimanere affascinati dall’eccezionale stile retro-futuristico che, al tempo, era quanto di più “fantascientifico” si potesse immaginare (Star Wars a parte). Uno stile che Alien: Isolation riprende in pieno, in una fantastica lettera d’amore all’universo cyberpunk. Questo rispetto per le fonti d’ispirazione si riflette in ogni singola scelta tecnica del gioco, che ci conduce attraverso un infinito dedalo di corridoi, condotti e ascensori, tutti incredibilmente dettagliati. In questo senso, l’unica pecca del level design è proprio nell’estrema ripetitività delle ambientazioni di gioco, compatibile comunque con il background cinematografico della serie. Il sistema d’illuminazione dinamico alimenta alla perfezione le ansie del giocatore, con l’aiuto di nebbie volumetriche da oscar e textures impeccabili. Peccato che la legnosità delle animazioni (Xenomorfo escluso, fortunatamente) e la scarsa coerenza delle espressioni facciali affliggano in parte la credibilità del prodotto e, pur non inficiando l’esperienza di gioco, stonano un po’ con la cura generale dedicata all’estetica del titolo. Dal punto di vista sonoro il gioco è probabilmente quanto di meglio si sia visto negli ultimi anni. Incredibile l’attenzione dedicata al comparto audio, dove ogni singolo suono risulta perfettamente direzionato e spaventosamente realistico, tanto da imporre l’utilizzo di un buon paio di cuffie.

Concludendo…

In definitiva Alien: Isolation è, senza dubbio alcuno, il miglior gioco ispirato al franchise di Ridley Scott. Malgrado una struttura di gameplay, tutto sommato, piuttosto lineare e ripetitiva, cui si aggiungono un paio di trascurabili difetti tecnici e una trama non eccezionale, il gioco centra in pieno l’obiettivo “non dormirò mai più con la luce spenta”. Il costante senso di oppressione e di minaccia, rende Isolation un prodotto eccezionale, una delle stelle più luminose del panorama survival. Un acquisto obbligato per gli appassionati della saga cinematografica, e un’aggiunta caldamente consigliata alla collezione di ogni buon gamer.

CI PIACE

Alien: Isolation offre un’esperienza tesa, ansiogena e piacevolmente infartuante. Particolarmente indicata per chi è alla ricerca di un survival horror con i cosiddetti.

NON CI PIACE

La sostanziale ripetitività dell’azione e le meccaniche trial & error potrebbero scoraggiare alcuni giocatori.

Conclusioni

Alien: Isolation è, semplicemente, il miglior gioco ispirato all’universo di Xenomorfo e amici. Probabilmente uno dei survival horror più azzeccati di sempre e una necessaria aggiunta alla collezione di ogni appassionato di generefan della serie cinematografica.

8.5Cyberludus.com
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Redazione
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