Achievement Mania

Sinceramente ho un rapporto controverso con gli achievements. Da una parte la loro stessa esistenza mi sembra inutile e totalmente accessoria, dall’altra c’è però quel piccolo ma percepibile picco di serotonina ogni volta che la scritta “achievement unlocked” balena al centro dello schermo. Un chiaro indicatore di come il mio cervello ribelle nutra l’incofessabile desiderio di vedere gli sforzi videoludici riconosciuti e certificati.

Correva l’anno del Signore…

Malgrado ad un certo punto della storia recente ogni piattaforma abbia cominciato a dotarsi di un sistema di obiettivi sbloccabili, è indiscutibile che i primi a rendere questo sistema tanto popolare sono stati quei geniali ragazzacci di Redmond con il sistema Gamerscore di Xbox360. L’anno era il 2005, la next-gen era alle porte e gli appassionati di videogames affollavano i centri commerciali alla ricerca dell’offerta più vantaggiosa per accaparrarsi una costosissima macchina da intrattenimento casalingo. Il ragionamento è semplice. Giocare è un’attività che di per sé segue una logica premiale. Chiunque sia stato un piccolo videogiocatore lo sa. “Finisci i compiti e poi giochi un’oretta”, “Se prendi 10 ti regalo il Nintendo (termine con il quale la massaia media ha chiamato ogni singola console tra il 1983 e il 1995, per poi passare a Pleistescion)”. Quindi ecco la genialata. Inserire una logica premiale dentro una logica premiale. Qualcuno ha detto Inception? Niente di nuovo, solo il vecchio sistema “seduto, biscotto” rivisto, corretto e contestualizzato. Quelli che tra di voi si interessano di psicologia e sociologia avranno già tirato fuori da un angolo della memoria un tale Burrhus Frederic Skinner, pioniere del comportamentismo e teorico del condizionamento operante. Contestualizzato in una qualsiasi domenica pomeriggio di gioco, avremo il nostro bravo gamer (soggetto) alle prese con una sezione di gioco (contesto) che esegue una determinata azione in-game (comportamento) che il gioco stesso valuta valida per lo sblocco di un obiettivo (rinforzo). Questo incentivo, per quanto di misera entità, porterà il nostro gamer a voler continuare a giocare e a sbloccare sempre più obiettivi, per aumentare il senso di soddisfazione.

Si sieda sul lettino e mi parli di sua madre

Vabbé, che sarà mai, ci sta. Tra un achievement e l’altro mi sto solo godendo un po’ di sano video-intrattenimento. Sì, ma senza esagerare. Siamo arrivati al punto in cui l’“ansia da completismo” è diventato un vero e proprio disturbo medico documentabile, una variazione della classica “ansia da prestazione” che talvolta può sfociare nell’atelofobia, la sensazione, cioè, di non essere abbastanza capaci. Prima di essere trafitto dal flame selvaggio, urge una precisazione. Non sto parlando di un fenomeno generalizzato, è ovvio. Giocare a World of Warcraft non ci candida automaticamente per la triste fine della “ragazza cinese”(virgolette necessarie perché la figura è tanto celebre da essere diventata un meme alla Leroy Jenkins), morta dopo tre giorni di gioco ininterrotto.

Nostalgia time

Non erano forse meglio i vecchi tempi? Il periodo in cui i videogiochi mancavano di quella nota di supercompetività e affermazionismo sfrenato? Trappolone. Questi tempi non sono mai esistiti. Prendiamo in esame flippers, che già negli anni ’50 facevano cassa mettendo un giocatore contro l’altro nella lotta al gradino più alto della classifica, gettone dopo gettone. Troppo indietro? Gli arcade degli anni ’80 – ’90 erano la stessa cosa. Nessuna classifica a schermo? Ecco apparire scritte a penna su ogni superficie sfruttabile.

Concusione

State tranquilli. Lungi da me affermare che le mamme di ogni generazione avevano ragione nel dire “Se giochi così tanto diventi scemo”. No. Credo che la nostra sia una passione, qualcosa che ci trasmette emozioni profonde e sfaccettate, che ci cattura e non ci abbandona nemmeno quando giocare quasi ci sembra un’attività fuori tempo massimo, per la quale cominciamo ad avere fin troppi anni. Quindi ben vengano gli obiettivi partita, le tirate fino alle 5 del mattino e le discussioni in chat. Ricordatevi che c’è chi fa di peggio per una partita di calcio.

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