Se siete appassionati di retrogaming oppure videogiocatori ultraventenni, probabilmente ricorderete la ripida curva di difficoltà presente in pietre miliari quali Prince of Persia (l’originale di Jordan Mechner), Another World oppure Flashback, che mettevano a dura prova pazienza e coordinazione occhio-mano con salti precisi all’ultimo pixel per aggrapparsi a quella dannata piattaforma (apparentemente) irraggiungibile e poter (finalmente!) ammirare la schermata successiva. Deadlight è l’opera prima degli sviluppatori spagnoli di Tequila Works, un platform bidimensionale che riprende i titoli del passato menzionati in precedenza, donandogli però un’estetica stilosa e insaporendo il tutto con gli zombi che esattamente come il prezzemolo stanno bene quasi con tutto.

Brancolando nel buio

Correva l’anno 1986 quando l’umanità si è ritrovata a dover fronteggiare l’apocalisse zombi. Uno dei pochi superstiti, Randall Wayne girovaga per i cupi fondali e la grigia architettura urbana decadente di una Seattle alternativa e distopica alla ricerca della famigliola mentre lotta per la sopravvivenza. Ogni maledetto giorno. Il ranger veterano dal passato burrascoso è un discreto atleta, in grado di aggrapparsi alle sporgenze, scavalcare barricate, correre, saltare (sfruttando persino le pareti come trampolino) e rotolare: capacità indubbiamente utili per destreggiarsi all’interno di scenari vasti e ricchi di ostacoli e pericoli ambientali, ma insufficienti contro le ombre (i non morti) stilizzate che infestano il mondo di gioco. Persino una singola di queste creature a volte può rappresentare una minaccia elevata, e ne bastano appena tre per venire sbattuti a terra e ricoperti di ombre fameliche mentre si preme all’impazzata un tasto del joypad per sfuggire al contatto, in bilico tra la vita e il game over. Ci ritroviamo così per gran parte del gioco inermi, affidandoci solo sui propri sensi, riflessi e prontezza mentale, anche perché Deadlight raramente pone l’enfasi sul combattimento. E anche in quegli sporadici casi bisogna centellinare ogni singolo proiettile o fendente d’ascia o si rischia il prosciugamento dell’indicatore della resistenza fisica. Infatti la suddetta barra diminuisce non solo per l’uso prolungato dell’ascia, ma persino se corriamo per troppo tempo oppure restiamo aggrappati a lungo su una sporgenza, spronandoci a trovare una soluzione il prima possibile, un po’ come accadeva in I Am Alive. La fuga rimane sempre l’opzione migliore, anche quando si hanno sufficienti munizioni (durante il gioco troverete soltanto due armi da fuoco) perché le ombre tendono a comparire frequentemente in sciami e la relativa demenza artificiale consente l’aggiramento attraverso posizioni sopraelevate oppure l’uccisione mediante trappole presenti nell’ambiente (è possibile infatti attirare l’attenzione dei nemici con la pressione di un pulsante del controller). Si tratta di elementi che insieme all’ottimo utilizzo della profondità dello scenario alimentano nel giocatore la sensazione di urgenza mantenendo al contempo la tensione a livelli elevati.

28 Morti Dopo

Le meccaniche platform di Deadlight vengono offuscate al confronto con i gioielli del Live Arcade di un paio d’anni fa ( Braid, Limbo e Winterbottom, senza scomodare nuovamente i titoli all’apertura della recensione). Perché nella lunga serie di schermate che conducono ai titoli di coda si nasconde un anonimo e primitivo game design, difficile negarlo, ma perlopiù ci si ritrova a procedere per scontata inerzia. Due ore, non di più, di un breve viaggio tra poche e banali avversità che difficilmente vale un secondo giro, a meno di raccogliere tutti i collezionabili (pagine di diario, documenti d’identità, ritagli di giornale, ecc…) e portatili (per sbloccare i tre minigiochi segreti). Ci si imbatte nell’enigma, si muore una manciata di volte, poi l’enigma è alfine superato. Dopo ancora uno scatto, una serie di saltelli, una capriola ed eccoci all’enigma successivo. Le prime volte inedito, la maggior parte invece più inutile e ripetitivo rispetto al precedente (dopotutto ci si ritroverà sempre a spostare un oggetto per raggiungere la posizione sopraelevata oppure attivare un interruttore a distanza). Deadlight si porta a termine in un battere di ciglia, e non lascia dietro di se alcunché da ricordare. Ma forse quello che mi ha lasciato maggiormente sconcertato sono i controlli legnosi (penalizzanti sia nei combattimenti che nelle fasi più adrenaliniche dove veniamo inseguiti e si avverte l’impellenza di correre a perdifiato senza mai fermarsi, abbattendo porte e scavalcando ostacoli nel frattempo) e la narrazione latitante e scontata. Perlomeno la frustrazione scaturita dal gameplay tipicamente “trial and error” viene smorzata dai frequenti e abbondanti checkpoint.

Luci e ombre

Deadlight non è malaccio nel suo complesso, ha persino alcuni momenti interessanti (come ad esempio le scene oniriche in cui Randall rivive parti del suo passato e il colpo di scena telefonato alla fine del terzo ed ultimo atto), ma non s’impegna. È un videogioco che purtroppo mostra il fianco in troppe occasioni e proprio tali difetti impediscono a questo titolo di ergersi oltre la soglia della mediocrità, lasciandoci con quella sensazione d’amarezza tipica del capolavoro mancato.

CI PIACE

Ambientazioni esteticamente suggestive e capaci di offrire un’ottima sensazione di profondità
Massiccia dose di trial and error alleviata da checkpoint frequenti e caricamenti brevi

NON CI PIACE

Storia scarna e stereotipata che non decolla mai, con diversi elementi narrativi irrisolti
Troppo corto, è possibile terminare l’intero gioco in un paio d’ore qualora si riuscisse a minimizzare il numero di morti
Gameplay qualitativamente altalenante con qualche sezione platform e di enigmi che potrebbe risultare frustranti

6.5Cyberludus.com
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