Recensione a cura di: Adelchi Marino

Ladies and gentlemen, tirate fuori gli elmetti mimetici e cominciate a lucidare i vostri stivali imbottiti: preparatevi, perchè un arido campo di battaglia vi sta aspettando. E’ appena tornato sui nostri schermi, infatti, uno degli FPS più attesi di questo intenso 2010. Stiamo naturalmente parlando del nuovo Medal of Honor , esponente della storica saga bellica di casa EA che, nel lontano 1999, aveva dato il via al filone degli sparatutto “storici” incentrati sulla Seconda Guerra Mondiale. Tornando ad oggi, undici anni dopo il primo grande successo ed in seguito a dodici “incarnazioni”, ben distribuite tra PC e Console e quasi tutte apprezzate dal pubblico, EA ha deciso di dare una netta stoccata alla serie, proiettando la sua creatura in un contesto storico moderno. Lo scenario di guerra, adesso, è l’Afghanistan, uno dei più drammatici teatri di guerra che vede tuttora protagoniste le forze militari della Nato, Marines in primis. Ma tra questi, EA ha scelto di dedicare il suo titolo ad un corpo in particolare, un corpo speciale che risponde al nome di “Tier 1 Operators”. Ma chi sono questi Tier 1? In un primo momento, potremmo definirli dei “semplici” soldati scelti, dei veterani insomma, ma sotto la loro “armatura” si nascondono delle vere e proprie macchine da guerra ultra-efficienti, capaci di affrontare qualsiasi tipo di missione, meglio ancora se altamente rischiosa e ai limiti dell’impossibile. In occasione di questo nuovo Medal of Honor , è stato sicuramente prezioso il supporto tecnico di alcuni ex Tier 1, “ingaggiati” da EA al fine di rendere l’esperienza di gioco più realistica e coinvolgente possibile. Vediamo allora come se la sono cavata i novizi Danger Close , incaricati di realizzare la campagna single player del gioco in parallelo ai già più esperti DICE , responsabili del comparto multiplayer.

“War never changes”

Da premettere che nonostante qualche iniziale “scaramuccia” pre – pubblicazione, sorta per via di alcuni problemi legati a contenuti di gioco fin troppo espliciti, con l’esercito americano che ha persino chiesto ad Electronic Arts di ritirare dalla distribuzione il proprio prodotto, Medal of Honor è riuscito comunque a raggiungere gli scaffali. Non prima, però, di apportare adeguate modifiche al doppiaggio e ad alcune situazioni di gioco potenzialmente in grado di urtare la sensibilità dei soldati dell’USMC e delle loro stesse famiglie. Ecco, per esempio, che il termine “talebano” è stato in seguito convertito in un più anonimo “Opfor”, e così via.

Il gioco è ambientato nel 2001, proprio agli albori dell’invasione dell’Afghanistan da parte degli USA. La “Campagna” ci mette nei panni del veterano Rabbit , un operatore speciale della AFO Neptune . Al suo fianco, tre fedeli compagni altrettanto esperti; nomi in codice: Voodoo, Mother e Preacher . Rabbit viene inviato in Afghanistan con lo scopo di incontrare un informatore afgano della CIA , di nome Tariq , per poi farsi consegnare dei segretissimi documenti d’intelligence. La sequenza iniziale evidenzia da subito l’ostilità del luogo e la conseguente difficoltà dei nostri “special operators” nell’evitare brutte “sorprese”. Infatti, una volta superato un posto di blocco delle forze afgane a difesa di Tariq, ci troveremo un paio di chilometri più avanti rispetto al centro del villaggio; qui, verremo prontamente sorpresi da un’imboscata da parte di ribelli ceceni. Dopo una fuga lampo a bordo del veicolo occupato dal nostro “Rabbit” e il compagno “Voodoo”, il nostro mezzo verrà danneggiato al punto da costringerci a proseguire a piedi per ricongiungerci col resto della squadra e raggiungere così l’estremo opposto del villaggio, attraverso abitazioni, vicoletti claustrofobici e tetti appariscenti.

Una volta eliminate le forze che tenevano in ostaggio Tariq ed esserci infiltrati nel cuore del villaggio, otterremo le informazioni necessarie per garantire la conquista dell’aeroporto di Bagram e proseguire così verso la valle di Saha-i-Kot , un’arida distesa rocciosa brulicante di nemici. Da questo momento in poi, diventerete gli unici protagonisti della vicenda.

Polvere e proiettili

Parlando proprio della sostanza, Medal of Honor offre un single player intenso, adrenalinico e dall’alto tasso cinematografico, complice una struttura di gioco ben articolata e variegata. Tuttavia, una longevità che sfiora appena il minimo sindacale (siamo al di sotto delle 8 ore “standard”) mina pesantemente un’esperienza di gioco potenzialmente efficace e degna di nota. La “varietà” delle missioni, comunque, compensa quantomeno l’eccessiva linearità dell’avventura in solitaria, che ci porrà nelle vesti di molteplici veterani di guerra. Oltre al già citato “Rabbit”, infatti, faremo la stretta conoscenza di “Deuce”, anch’egli un Tier 1 della divisione AFO Wolfpack, di “Dante Adams”, uno specialista del “1? Battaglione – 75? Reggimento Ranger”, e del pilota d’apache Cpt. Brad “Hawk” Hawkins. Il livello di difficoltà varia in base all’esperienza del giocatore, che può decidere tra le modalità facile, media e difficile che, all’atto pratico, influenzano la resistenza ai colpi del nostro alter-ego e dei nemici, la quantità iniziale delle munizioni e la stessa IA nemica. Quest’ultima si comporta discretamente, nonostante la difficoltà media proposta dal single player tenda verso il “basso”, senza mai creare grossi grattacapi al giocatore.

Alla modalità “Campagna” classica se ne affianca un’altra denominata “Tier 1”, che ripercorre la medesime vicende della storia in singolo ma ad un livello di difficoltà prettamente “hardcore”. Innanzitutto, questa richiede una connessione online attiva, al fine di aggiornare, man mano, un’apposita classifica online generale. Affrontando questa modalità saremo messi a dura prova, partendo per esempio con un numero di munizioni ridotto al minimo e l’impossibilità di chiedere supporto ai propri compagni. E’ persino assente il classico mirino grafico posto al centro dello schermo; i nemici infliggono molti più danni, l’assenza di checkpoint ci obbliga a ricominciare tutto da capo in caso di morte e, vera ciliegina sulla torta, le missioni devono essere completate entro un certo limite di tempo, al fine di guadagnare quanti più punti classifica possibili. Una modalità, questa, che incentiva sicuramente la rigiocabilità del titolo, a patto che disponiate di nervi saldi e riflessi felini.

La controparte multiplayer, invece, sviluppata dagli esperti DICE e basata sull’ormai consolidato engine FROSTBITE , già visto e apprezzato in Battlefield Bad Company 2 , rappresenta, o almeno dovrebbe, la seconda anima di questo Medal of Honor . Prendendo parte alla sessione multiplayer, questa ci vede impegnati in otto differenti mappe, ognuna delle quali pensata per un preciso stile di gioco. Tre di queste, “Valle di Helmand” , “Aeroporto di Mazar-i-Sharif” e “Montagne di Shah-i-kot”, per esempio, richiedono un approccio particolarmente strategico, basato su un sistema simile al “Territorio a Squadre”: la “Coalizione” è incaricata di liberare cinque punti d’interesse indicati sulla mappa; la fazione avversaria, naturalmente, deve impedire che ciò accada.

Altre cinque mappe, invece, sono dedicate a tre diverse modalità di gioco: la prima, Assalto a squadre, propone un deathmatch a squadre che premia il coordinamento di squadra anziché l’azione individuale. Nella seconda, “Raid obiettivo”, gli Opfor devono sabotare due installazioni della Coalizione tramite l’uso di IED (ordigni esplosivi improvvisati) mentre i Marines devono difendere la posizione, il tutto entro un certo limite di tempo. Nella terza, “Controllo Settore”, le squadre si affrontano per il controllo di tre obiettivi “bandiera”: mantenendo e conquistando le rispettive posizioni si guadagnano punti. Vince chi raggiunge il numero di punti prestabilito.

Nonostante di mezzo ci sia DICE, l’impressione, giocando il multiplayer di Medal of Honor, è che la struttura di gioco sia nettamente ridimensionata rispetto a quanto visto in Bad Company. Voluta o meno che sia, la scelta è dunque ricaduta verso un approccio più semplice ed immediato, avvalorata da mappe perlopiù simmetriche e di medie-piccole dimensioni. Nulla dunque di così maestoso e coinvolgente, ma se siete amanti del multiplayer “vecchio stampo”, troverete in Medal of Honor una valida alternativa.

Standard di guerra

Che dire, il gameplay di Medal of Honor segue fedelmente gli stilemi classici dell'”FPS moderno”. Agl’intuitivi comandi di gioco che consentono le solite azioni di routine, tipiche di uno sparatutto “Cod-style”, si affianca un approccio più tattico del solito: è infatti possibile scivolare dietro una copertura attraverso un sistema semplice ed intuitivo, tenendo premuto il tasto della corsa e, contemporaneamente, quello per abbassarsi (sistema simile a quello di GRAW 2); la “novità” sta nel fatto che è possibile sporgersi dalle coperture, elemento (re)introdotto recentemente da Killzone 2. Lo stesso sistema di “rifornimento munizioni” è stato semplificato, eliminando l’effetto “vagabondaggio” per le mappe di gioco alla ricerca di armi cariche. Basta, per esempio, che un nostro compagno imbracci un modello d’arma identico al nostro e richiedere così un rapido supporto di munizioni. Un gameplay, dunque, che si rivela solido, seppur privo di concrete innovazioni, per un risultato finale che si assesta nella media di questa generazione videoludica.

Inferno Afgano

Dal punto di vista squisitamente tecnico, la campagna single player di Medal of Honor è stata realizzata sfruttando l’ Unreal Engine 3 che, nonostante sia “datato” 2006, rimane tuttora uno dei motori grafici più completi e versatili di questa generazione videoludica. Tuttavia, almeno per quanto concerne la versione PC da noi testata, è bene precisare che Medal of Honor , per essere goduto appieno, necessita di un hardware molto potente, vista la rinomata complessità/pesantezza delle texture dell’UE3. Senza una buona potenza di calcolo da parte della GPU, essendo oltretutto un gioco frenetico, sarà difficile beneficiare di una resa grafica adeguata e, al contempo, di un frame rate accettabile; per i più esigenti, inoltre, il supporto alle DX11 risulta fondamentale. Le versioni PS3 ed Xbox 360, invece, sebbene soffrano di un notevole downgrade grafico rispetto a quella PC, offrono una qualità visiva di tutto rispetto, affiancata da una fisica di gioco piuttosto curata. Sarà facile vedere rifugi ed abitazioni cedere sotto la potenza distruttrice di un apache, o ancora, pareti ed ostacoli “leggeri” scalfirsi durante un’accesa sparatoria.

Del gioco sono state prodotte due versioni: la “limited edition” classica e la “Tier 1 edition”; la prima sblocca l’accesso diretto all’MP7 all’interno del multiplayer, nonché alla beta di BATTELFIELD 3. La “Tier 1 edition”, invece, rende da subito disponibile “Rabbit” all’interno della modalità multiplayer, sbloccando la classe “Assalto”, il fucile d’assalto M60, due shotgun, il TOZ194 e l’870MCS, e il “camouflage” per la classe “Spec Ops” più altri extra. Da apprezzare la colonna sonora, “Cataclyst”, realizzata appositamente dai Linkin Park, che ben si adatta alle atmosfere di gioco.

Tirando le somme. . .

Il nuovo Medal of Honor segna, senz’altro, l’inizio di una nuova era per lo storico brand targato EA . E’ inevitabile, infatti, proseguire su questa strada; una strada comunque impervia, vista la spietata concorrenza, alla quale si aggiunge una generale mancanza di idee che, da tempo, affligge un genere evidentemente saturo. Resta comunque il quasi centrato tentativo, da parte di Danger Close , di offrire un’esperienza single player coinvolgente, variegata e divertente. Ma la scarsa longevità della “Campagna” ed un comparto multiplayer migliorabile, precludono a Medal of Honor la piena eccellenza.

CI PIACE

Campagna single player realistica e appagante
Gameplay solido
Personaggi carismatici
Buona colonna sonora
Multiplayer divertente. . .

NON CI PIACE

. . . ma migliorabile
Campagna troppo corta e lineare
Alcuni difetti grafici

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